numero collana
“Davvero maresciallo, non riesco a capacitarmi di una simile domanda. Ma vi rendete conto? Un negro! A Prato! Nella casa di una donna rispettabile!”
marzo 2024
280
978-88-6810-554-9
17,00
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Sinossi
Giunto alla stazione dei treni del tutto inaspettatamente, un giovane negro manda in fibrillazione la piccola e industriosa comunità di Prato. Arrivato dall’America al seguito di un carico di stracci, Mattew Hardy, il primo uomo di colore che si sia mai visto in città, si reca in visita nella casa della ricca vedova Cristina Mazzoni Bini, e, con sorpresa di tutti, non ne esce né all’ora di cena né l’indomani mattina. Si scatenano le dicerie più maliziose. Che diventano maligne accuse quando muore Nicole Hofer, una giovane austriaca che è stata l’amante del defunto marito della Bini. Della morte sospetta della Hofer, a causa di un indizio proveniente da oltre oceano, la stampa e i pratesi accusano il negro, indicandolo come il sicario che ha agito al soldo della vedova. Giorgio Chilleri, maresciallo dei Reali Carabinieri, è invece alle prese con un elemento che lo fa dubitare e annaspare senza costrutto. Ma quando viene uccisa anche la signora Mazzoni Bini, le cose si complicano e il maresciallo Chilleri, tra errori imperdonabili e ipotesi strampalate, faticherà le proverbiali sette camicie prima di trovare il bandolo della matassa e giungere alla soluzione del caso.
Primo capitolo
Antefatto
Alcuni criminali, grazie alla sagacia, e più spesso ancora alla fortuna, riescono a farla franca e, così sfuggendo al carcere, godono del privilegio di vivere una vita libera e senza affanni. Molte persone oneste e rispettose della legge, invece, a causa delle avversità del fato, si ritrovano condannate a vivere l’inferno in terra.
Una di queste anime sfortunate fu la signora Cristina Mazzoni Bini, contro la quale, alla soglia dei quarant’anni, si accanì la sciagura improvvisa della vedovanza e la crudeltà dei suoi concittadini.
Tutto ebbe inizio nell’aprile del 1906. Nei giorni delle Idi, a quanto pare i migliori per ricevere pugnalate, le circostanze della morte di Riccardo Bini, industriale tessile tra i più noti di Prato, indussero i suoi concittadini a dare la stura a una ridda incontrollata di malignità, delle quali, col trascorrere delle ore, finì per diventare bersaglio la sua stessa vedova. Considerate gli avvenimenti, non si verificò nulla di diverso da quel che sarebbe accaduto anche in altre piccole comunità, tuttavia la signora Cristina non avrebbe mai immaginato di diventare, per settimane, l’argomento principe del dibattito cittadino, tanto da confinare tra le notizie di secondo piano quelle relative alla devastante eruzione del Vesuvio e all’inaugurazione, alla presenza del sovrano, della grande Esposizione internazionale di Milano.
Invece, sostenevano gli spettatori più oggettivi, avrebbe dovuto aspettarselo di finire sulla graticola, perché quando si è parte di una famiglia ricca e potente, non si può aspettarsi di meno. In effetti, i Bini erano davvero ricchi e potenti. Il defunto Riccardo, titolare di un grande lanificio, vendeva le sue stoffe in mezzo mondo, dal Sud Africa, all’India e alla Cina. E per primo, aveva cominciato a trafficare con gli Stati Uniti. Inoltre era vicepresidente dell’Associazione industriale e commerciale dell’Arte della Lana, nonché presidente di alcune associazioni benefiche. E il fratello, il cavaliere Giovanni, possedeva azioni di società minerarie, ferroviarie e dell’industria militare in Italia e all’estero e capitanava la cordata di industriali e banchieri che aspiravano a realizzare un collegamento ferroviario diretto tra Prato e Bologna. Entrambi, infine, erano proprietari di vasti patrimoni immobiliari e agricoli. Per ruolo e ricchezza, insomma, erano capaci di esercitare la loro influenza sull’economia e la politica cittadina e regionale, e vivevano nella condizione di trovarsi sempre al centro dell’attenzione. Figurarsi, dunque, se la morte di Riccardo Bini, del tutto inaspettata e avvenuta in circostanze poco chiare, poteva passare inosservata e non scatenare chiacchiere e pettegolezzi.
A dare origine allo scandalo, provvide un manipolo di invidiosi. Poiché i pratesi non si spiegavano come mai il Bini si fosse avventurato in automobile in una stradina isolata di campagna nei pressi della Madonna della Tosse, quel gruppuscolo di biliosi si fece premura di ricordare a tutti che l’industriale aveva fama di sciupafemmine e, guarda caso, era morto proprio sulla carrozzabile che portava alla residenza di Nicole Hofer. Bastò pronunciare quel nome, ad accendere la fantasia maliziosa dei pratesi. Quell’austriaca, ancora nel fiore degli anni, aveva fama di essere donna dai costumi viziosi. A lei si erano attribuite frequentazioni intime e sconvenienti persino quando ancora portava la fede al dito; e le malignità sul suo conto avevano raggiunto il picco quando il marito Michael Plicher, rientrato in Austria, aveva chiesto e ottenuto il divorzio. Dunque, conclusero i pratesi, ora tutto era chiaro: se Riccardo Bini era morto sulla stradina che conduceva alla casa di quella femmina licenziosa e dissoluta, c’era poco da girarci intorno, i due erano amanti.
La tresca fu messa in piazza in quattro e quattr’otto e le maldicenze, i commenti volgari e le sentenze di riprovazione divennero gli argomenti esclusivi delle discussioni nei Caffè, nei club, nei salotti della buona società, e anche tra i banchi del mercato, ai lavatoi, sui sagrati delle chiese. Le staffilate non facevano distinzione, colpivano sia Nicole Hofer che Riccardo Bini. E poiché una malvagità ne alimentava un’altra, qualcuno finì per trascinare in mezzo al fango anche la vedova Bini. “Ah, che donna ingenua”, sospiravano con ironia i maligni; “S’è fatta ingannare come una mammalucca”, aggiungevano altri; “Ma a letto lo faceva il suo dovere? Perché le corna mica vengano per caso”, rincaravano la dose altri ancora.
I più ingenerosi, addirittura, additarono alla piazza altre bieche insinuazioni. Fecero notare questo: da quando era vedova, eccezion fatta per il giorno del funerale, la signora Cristina non aveva più messo piedi fuori di casa. “Nemmeno per la messa domenicale, che Iddio la perdoni”, dicevano scandalizzate le beghine. E tuttavia, a cadenza settimanale, ella riceveva nella sua casa una delegazione di tre distinti signori: don Ignazio Ferro, un prete di mezz’età che veniva in treno da Firenze; Ascanio Mariotti, giovane avvocato, anche lui fiorentino; e in ultimo, Daniele Santi, notaio tra i più famosi di Prato. Per carità, si diceva, una vedova aveva senz’altro bisogno del conforto di un prete e di sistemare le questioni d’affari e dell’eredità con gli avvocati e i notai. Ma allora perché, in altri giorni della settimana, essi poi tornavano a trovarla ognuno per suo conto? Non è che la morigerata e pia vedova ora trafficasse qualcosa di indicibile proprio fra le mura di casa?
Tutto quello stillicidio di maldicenze proseguì, senza un accenno di tregua, fino ai primi giorni di giugno, quando la vita intima della vedova Bini, ormai del tutto scandagliata, smise all’improvviso di suscitare l’interesse dei pratesi.
Giunto quel momento, al di là del Ponte del Mercatale, nel tratto sinistro della strada lungo il fiume dove abitava una lussuosa villa, finalmente la signora Cristina Mazzoni Bini poté tirare un sospiro di sollievo. Felice per il silenzio che le si era rifatto intorno, con uno slancio di sincera gratitudine ringraziò Dio, della cui infinita bontà e misericordia aveva cominciato a dubitare dal giorno in cui il marito era morto.
Ma non durò molto, quella pace ritrovata. Il tempo appena di un battito d’ali di farfalla.