numero collana
«Gli astronomi battezzano le stelle che vedono per primi. Gli esploratori battezzano le terre che scoprono. I medici battezzano le nuove malattie, che non è un granché ma insomma, almeno ricordiamo i loro nomi. E voi? Cosa battezzate voi editori?»
«Noi non battezziamo, signora. Noi siamo l’acqua santa.»
marzo 2024
280
978-88-6810-534-2
17,00
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Sinossi
Nonostante collabori da tempo con una rispettabile agenzia investigativa, Cazzinga non rinuncia di tanto in tanto a svaligiare gli appartamenti di facoltosi uomini d’affare, con l’obiettivo di sostenere i meno abbienti.
Durante una delle sue missioni in un casolare della Scola, incantevole borgo medievale sull’Appennino bolognese, il novello Robin Hood scopre la trama di un delitto che sta per compiersi.
Che fare?
Non può certo coinvolgere il suo amico carabiniere Antonio Luccarelli, ma nemmeno far finta di niente.
La vittima predestinata è un professore amante dei libri, per il quale il matrimonio non rischia solo di essere la tomba dell’amore, ma proprio la sua, di tomba.
Viaggiando su e giù tra Bologna e la Puglia, al buon Cazzinga non resta che fare affidamento sui suoi discutibili talenti e sui suoi amici per salvare un innocente.
Primo capitolo
2
Autunno 2021.
Una salita è una discesa che non stai guardando per il verso giusto, ripeté ad alta voce per motivare il suo furgoncino che annaspava lungo i tornanti. Due colpetti sul volante rinforzarono quell’incoraggiamento.
Là fuori il profilo inconfondibile della Rocchetta Mattei si stagliava sull’orizzonte elegiaco della montagna bolognese. Lo emozionava tutte le volte.
Imponente, sorniona, onirica quasi, un’astronave atterrata sull’Appennino da un lontano pianeta popolato da burloni.
Sollevò lo sguardo verso sinistra, carezzò il freno e alzò la mano con riverenza, facendo attenzione a non impigliarla nel gagliardetto rossoblù che penzolava dallo specchietto al centro del parabrezza.
Aveva imboccato l’uscita per Riola della strada provinciale Porrettana e si stava indirizzando verso il centro abitato, schivando le buche che insieme ai cinghiali negli ultimi anni avevano ripreso a popolare l’Appennino.
C’era del lavoro da fare.
Cazzinga non aveva bisogno di soldi, era abituato a una vita monacale con poche spese. Da anni non viveva più di espedienti, furti in abitazioni e truffe. Aveva messo da parte un bel gruzzolo e operare come investigatore free lance e soprattutto free law - violare le norme non era mai stato un problema per lui - gli fruttava parecchio. Aveva sessant’anni suonati, quaranta dei quali passati a sopravvivere tra furtarelli e piccoli imbrogli a danno dei più ricchi, per una sorta di innato revanscismo.
Al brivido però del suo vecchio mestiere, alla gioia di aprire casseforti e vuotare cassetti, proprio non sapeva rinunciare. Aveva tutti gli attrezzi necessari? E un piano B di emergenza? Che mediocrità, i piani B. I piani di riserva, le reti di sicurezza di chi non si sente sicuro di lasciare il trapezio. Chi prevedeva la possibilità di un eventuale fallimento finiva per provocarlo. Nessun piano B, dunque.
Un imprenditore varesotto aveva acquistato una abitazione alla Scola, piccolo borgo medievale dell’Appennino bolognese dove il tempo sembrava essersi fermato. Nessuna autovettura, nessun poliziotto, nessun antifurto: un paradiso insomma. A dire il vero qualche antifurto lo avrebbe potuto trovare. Qualche deterrente, forse. Sicuramente qualche cassaforte blindata; nulla che potesse impensierire un professionista come Cazzinga. Per la sua etica non avrebbe mai derubato una famiglia di lavoratori o men che mai degli anziani pensionati: il suo particolare credo lo portava a preferire le partite iva a sei zeri, perché rubare a un evasore, alla fine, è riprendersi qualcosa che ti appartiene. E quel magnate della finanza faceva proprio al caso suo. Aveva letto una sua lunga intervista sul quotidiano locale in cui dava consigli su come investire i propri risparmi. Al bar parlavano di lui come uno pieno di pilla: le voci di paese non tradivano mai. Facile che avesse comprato casa nel tentativo di speculare: la Scola sarebbe presto diventata una meta turistica d’eccellenza grazie agli investimenti previsti dal piano di resilienza del governo, il tizio probabilmente già prevedeva un localino con taglieri di Wagyu Kobe, Foie Gras e Pata Negra abbinati a salsa di radicchio rosso o salsa di senape di Alpenzu. Se lo meritava, un alleggerimento.
Nell’abitacolo risuonavano le note di Via Paolo Fabbri 43 del maestrone, gli erano parse adatte al contesto paesaggistico e in un paio di circostanze aveva addirittura vinto il suo autocontrollo cantando alcune strofe.
Il cortile di accesso della Rocchetta sfilò alla sua destra. Quel conte Cesare lì sì che era stato un genio, altro che schema Ponzi, bond argentini o bilanci di serie A, quell’uomo aveva il carisma per attrarre il denaro, per farselo consegnare da clienti che non aspettavano altro. Che i suoi metodi curativi funzionassero o no, a Cazzinga non importava, quello che contava era che il conte avesse lasciato il segno con una architettura immortale, mentre lui viveva in un appartamento che degli anni Sessanta non aveva né il gusto né la voglia di vivere, ma solo l’arredamento. Scosse il capo ripensando alle tendine della doccia da sostituire. Ma s’io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, le attuali conclusioni… Interruppe di malavoglia la voce inconfondibile, quella canzone lo commuoveva ogni volta e rischiava di distrarlo. Era una canzone da gustarsi stesi in poltrona prima di chiudere la giornata, non per preparare un colpo. Meglio la radio. Pontificavano di economia. Se l’alternativa erano i rosari stereofonici, si sarebbe fatto andare bene anche quei comizi prêt-à-porter infarciti di frasi fatte. Facciamo appello a quello che è il senso di responsabilità, perché non ci sono cittadini di serie A e serie B, abbiamo un preciso piano di sviluppo pronto a essere messo a terra non appena sarà data agli elettori la sacrosanta possibilità di darci fiducia. Il nostro rispetto per le istituzioni si manifesterà nella misura in cui non demonizzeremo l’avversario, ma rifiuteremo il principio di una giustizia a orologeria che dà una immagine distorta nel nostro Paese. Non lasceremo nessuno indietro perché siamo i primi a impegnarci in tutta una serie di opzioni per un cambiamento futuro che è alla nostra portata…
Superato il ponte di Verzuno rallentò. Vicino al torrente, la massiccia e rassicurante facciata in pietre a vista del Mulino Cati lo stuzzicava provocante. L’ultimo pranzo era stato superbo, la tentazione di un bis era forte. Era partito con scioltezza con una vellutata di carote e patate, affrontando poi con entusiasmo i tortelli ripieni di ricotta, salsiccia e provola, prima dell’assalto alle tagliatelle con pesto all’ortica e mandorle. Era sopravvissuto, arrancando, ai bocconcini di maiale con mele rosa romana e curry, per poi superare ogni ritegno con la fantasia sfrenata di tigelle con salumi, pesto di lardo, miele e marmellata. La torta di pere e cioccolato l’aveva trovato esausto, ma soddisfatto. E comunque, aveva mangiato anche quella.
Ma era tardi, non aveva prenotato, poi doveva concentrarsi sui suoi impegni. Alla radio proseguiva la solita cantilena di politicanti che recitavano a soggetto. Gli elettori di destra si dichiaravano moderati e legati a sani principi cristiani, poi lasciavano morire in mare i più disgraziati. Quelli di sinistra giocavano a mostrarsi come determinati e rivoluzionari, poi il massimo di lotta al sistema di cui erano capaci, era spostare un po’ avanti il disco orario. Cazzinga si grattò un orecchio, ingranò la seconda per far salire di giri il motore e silenziò il radiogiornale. Lui rubava indifferentemente dal colore politico delle vittime, contava solo che fossero spudoratamente abbienti. Più che rubare, alleggeriva. Sfoltiva un po’ e nella maggior parte delle occasioni le vittime nemmeno se ne accorgevano. Se sfili cento euro a un portafoglio che ne contiene mille, il proprietario al massimo penserà di aver esagerato con lo shopping.
Mentre il furgoncino si arrampicava sbuffando verso la destinazione, il telefono squillò. Gettò un’occhiata furtiva sullo schermo. Maledetto Salvatore, di nuovo lui. Insistente come solo certi ottantenni sapevano essere. Non gli rispose. Invece fece a mente l’inventario di quello che gli sarebbe servito per quell’intervento di ridistribuzione delle ricchezze. Il bottino infatti era già destinato: il figlio del suo pizzaiolo egiziano di fiducia meritava di andare all’università, anziché fare consegne in motorino tutta la vita. Con un suo piccolo aiuto avrebbe potuto pagarsi tasse e libri.
Prima di una delle ultime curve, vide qualcosa che gli dispiacque. Un uomo con un cappotto, una felpa di pile dai colori improbabili, un cappello di lana nero e le mani dietro la schiena marciava con sguardo vigile lungo i bordi della strada. Non gli piacevano i testimoni, figuriamoci gli anziani alla ricerca di cantieri che nella zona mancavano dalla fine dell’età moderna.
Lasciò il furgoncino prima delle ultime curve e fece manovra per essere già pronto alla fuga. Alla Scola ci si arrivava da Ponte di Verzuno, cioè la strada che aveva percorso lui, oppure da Oreglia, percorso affasciante tra gruppetti di case, campi e agriturismi che però non amava particolarmente perché in alcuni tratti la strada era poco più larga dell’ascensore di un centro commerciale. L’ultima alternativa era arrivarci direttamente da Riola Ponte. Al ritorno avrebbe seguito questa direzione, per evitare l’anziano guardingo.
I raggi del pomeriggio coloravano di verde e bordeaux la spettacolare piazzetta principale del borgo, dove di recente era stata restaurata una magnifica meridiana. I maestri comacini nel Trecento avevano contribuito a rendere abitabile un fortino di torri, rocche e baluardi inespugnabili forse per i bizantini, non per i tarantini come lui. Il selciato di ciottoli, poi, oltre a impressionare i visitatori in preda al delirio da selfie, emozionava anche lui: quella pavimentazione gli consentiva di non lasciare tracce. Dopo aver parcheggiato si rese conto di aver lasciato una confezione usa e getta di ketchup nell’abitacolo. Maledetto fast food. Sapeva quanto facesse male e quanto quei sapori industriali uccidessero il gusto, ma cavolo, costava così poco. Non gli andava però di tenere quel campioncino in auto: l’ordine all’interno di quel vecchio catorcio era per lui indice di virilità. Lo prese con sé e se lo infilò in tasca con l’obiettivo di lasciarlo in qualche bidone della spazzatura. Superò l’arco e l’oratorio di San Pietro con discrezione. Nessun visitatore in giro. Era pronto a tirar fuori lo smartphone e cominciare a fare fotografie a casaccio, caso mai qualcuno si fosse interrogato sulla sua presenza. Aveva studiato gli orari del proprietario, usava quel caseggiato quasi esclusivamente durante i fine settimana. L’avrebbe trovato vuoto.
Carezzò il portone di legno che avrebbe dovuto impedire il suo accesso. Era massiccio e pesante. Non aveva certo intenzione di aprirlo a spallate. La serratura era a doppia mappa, con la sua fidata chiave bulgara sarebbe entrato in meno di un minuto e senza lasciare tracce. Il cilindro era europeo, ma aveva la chiave magica anche per quello. Entrò e cominciò a guardarsi in giro. Il televisore era enorme, ma grossolano: niente 4k, niente HDR. Sbuffò. Non c’era traccia di router, per cui non doveva arrovellarsi nemmeno per la presenza di eventuali telecamere di sicurezza connesse in rete. Il che d’altra parte confermava un suo nascente sospetto, fastidioso come un brufolo che ti spunta su una narice: non si vede ancora ma già duole. Cercò una cantinetta frigo per i vini, ma niente. Allora aprì la dispensa, e lì le sue ultime speranze crollarono come appendiabiti adesivi. Aveva commesso un errore madornale. C’era del vino in brick. Un obbrobrio che poteva avere una giustificazione nella residenza di un pensionato, o di un alcolizzato, o di un padrone di casa con entrambi i talenti. Ma un manager miliardario?
Per non parlare delle grossolane stampe di impressionisti francesi appese ai muri con il nastro adesivo, ne aveva viste di più eleganti nell’officina del suo gommista. Si sedette su un divano di provenienza sino-brianzola e respirò profondamente. Una cassetta di sicurezza dietro l’unico quadro incorniciato, l’avrebbe pure trovata. Infatti c’era. Perse anche più tempo del dovuto per aprirla e rendersi conto che conteneva bigiotteria e falsi di nessun gusto. Le fonti, amico mio, le fonti. In questo mestiere sono fondamentali. Come aveva fatto a credere agli articoli di giornali che presentavano quell’imprenditore come munifico? Di sfondato c’era solo il sostegno in noce del vecchio letto che avrebbe meritato un restauro. Nessuna botola nascosta sotto il comodino, nessuna banconota sotto il materasso.
Un calpestio per strada lo scosse. Con l’età era diventato supponente. Era talmente certo che nessuno si sarebbe presentato in casa quel giorno feriale, da non aver nemmeno preparato una adeguata via di fuga. Destino volle che l’armadio stile impero, in ciliegio, della camera da letto fosse quasi completamente vuoto. Come il portafogli del finto magnate. Si infilò dentro e ci rimase per un po’. Ah, la robustezza dei mobili di una volta. Fosse stato uno degli armadi in compensato di casa sua l’avrebbe sfondato. Qualcuno stava armeggiando con la serratura. Un altro collega ingannato dalle frottole della stampa?
Nella fretta aveva lasciato la sua borsa degli attrezzi sotto il letto. Che vecchio inaffidabile stava diventando. Doveva rassegnarsi a rubare gli attrezzi nei cantieri edili, quello gli rimaneva. Non gli restava che recuperare la borsa e fuggire. Non era un collega a essere entrato, ma il padrone di casa. Completamente pelato, abbronzato, sopracciglia sottili che dovevano essere costate un lavoro impegnativo all’estetista, camicia bianca sbottonata su un petto gonfio di palestra e pasti iperproteici. Difficile identificarne con esattezza l’età, poteva avere tra i trenta e i quarant’anni ma le rughe sotto gli occhi potevano anche essere l’effetto di troppe lampade.
Lo accompagnava una ragazza piuttosto giovane, sulla quale lo sguardo di Cazzinga si adagiò compiaciuto con maggiore attenzione. Capelli lunghi castani, lisci con le punte arricciate e schiarite, indossava una camicetta lillà piuttosto scollata su un paio di jeans corti. Li indossò poco, a dire il vero, perché il mascellone l’avvolse nel suo fisico da villain dei fumetti avvinghiandola in un abbraccio viscido. Il finto magnate della finanza doveva essere dotato di talenti poco visibili, visto che riusciva a trastullarsi con un esemplare di siffatte pregevoli dotazioni, sentenziò Cazzinga.
Socchiuse anche l’ultima fessura dell’armadio e trattenne il respiro. Lo stress metteva sempre pressione il suo apparato urinario che non era più quello dei tempi andati. In tanti anni di onorata carriera era stato borseggiatore, ladro, spia, infiltrato, investigatore, truffatore, falsario. Guardone, mai. Chiuse addirittura gli occhi, nonostante fosse completamente al buio, ma quel maledetto letto rumoroso e i gridolini della signorina certo non aiutavano la sua concentrazione.
Durò poco, ma fu troppo lo stesso.
— Eh, bon, non so cosa mi sia preso. Colpa del vaccino, sicuro.
L’uomo si era steso supino, a petto nudo, ma grazie al cielo il suo amichetto del cuore era tornato nelle mutande. O forse non le aveva mai lasciate rimanendo a sonnecchiare timido, a giudicare dalla delusione che si poteva cogliere nella voce della ragazza.
— Non preoccuparti. È che tu dormi poco. Piuttosto, ripassiamo il piano, visto che al telefono non vuoi mai parlare. Neanche i messaggi usiamo più. Almeno approfittiamo ora che siamo assieme.
— Non bisogna fidarsi di quegli strumenti, Giorgina. Si possono intercettare, si possono clonare. Qui invece non ci ascolta nessuno, figa.
Cazzinga non poteva essere più d’accordo con quella riflessione, meglio non fidarsi delle tecnologie. Anche se qualche volta gli impiccioni, volenti o nolenti, si nascondevano nell’arredamento.
— Bella lì, ripetiamo pure ’sto piano, non mi pare ci sia nulla di complicato. Ahi ahi, la schiena. “Sua eccellenza” è stato chiarissimo. Lui è top, lo sai. Tu sposi il tuo bel prof. Sei stata brava ad acchiapparlo con la scusa dell’agenzia immobiliare. Adesso ti aspetta un matrimonio tradizionale con parenti e amici. Nessuno deve sospettare che sia interessato. A meno che non ci sia un testamento, e noi sappiamo che non c’è, diventi automaticamente ereditiera. “Sua eccellenza” ci ha assicurato che la zia gli ha lasciato una fortuna. In luna di miele però succede il fattaccio.
La ragazza si era riabbottonata la camicetta ed era tornata a indossare i pantaloni. Con la mano si era riassestata anche i lunghi capelli che le avevano coperto parzialmente il viso.
— Ecco, appunto, questa faccenda dell’incidente non mi convince. Non posso avvelenarlo e basta?
— No, troppo rischioso — rispose l’altro con le mani dietro la testa e lo sguardo fisso al soffitto — con le tecniche sofisticate di oggi è difficile nascondere un veleno, persino per quei bingo bongo della pula del Kenya. Le forze dell’ordine sono inefficienti laggiù, ma al veleno ci arrivano. Se invece il tuo maritino si schianta con l’auto e poi prende fuoco, tutto diventa più facile. Da quelle parti succede di frequente. Devi seguire le mie istruzioni e basta. Sai già tutto, non farmi ripetere di nuovo quello che devi fare.
La ragazza sbuffò e si mise a sedere sul letto con le gambe incrociate.
— Sapessi che fatica convincerlo ad andare in luna di miele in Kenya.
— È il paese perfetto, fidati, oltre tutto guidano a destra e lo sbandamento del tuo maritino sarà più plausibile.
— È che fa un sacco di storie, i soldi per il volo, i soldi per l’albergo. Sei davvero sicuro che sia così ricco?
L’uomo si massaggiò le tempie passandosi una mano sul capo completamente calvo, poi chiuse gli occhi e rispose con tono perentorio: — “Sua eccellenza” non sbaglia mai, in casa nasconde qualcosa di estremamente prezioso.
— Sì, lo so, me l’hai detto, un libro. Solo che questo benedetto libro a luglio stava a Milano, mi pare, poi è finito a Bologna.
— Stava a Milano dalla zia del professore, ma “Sua eccellenza” non è riuscito a metterci le mani.
— Sì, sì, la conosco la storia. E per evitare un altro buco nell’acqua, stavolta per sicurezza bisogna che io erediti tutto. Ma quanto può valere un libro?
— Non lo so, tu devi sposarlo e farlo ammazzare, così ci prenderemo quel che ci spetta in tutta calma. Magari oltre al libro ha ereditato anche dei soldi, che ne so. Tu devi solo fare la parte della moglie distrutta, è la parte più difficile del piano.
— Ma perché non vieni anche tu con me laggiù?
— Perché io devo starmene schiscio, la mia presenza sarebbe sospetta, te l’ho già spiegato tante volte. Adesso vammi a prendere un’aspirina che ho mal di testa.
Anche a Cazzinga sarebbe servita un’aspirina. O un bagno. O un colpo di fortuna. Dei primi due però, nessuna traccia. La ragazza uscì. Poco dopo si udì la sua voce nervosa che gridava: l’armadietto dei medicinali era quasi completamente vuoto.
— Hai ragione, dovrei averne in macchina. Vado a prenderle.
Era il momento. Appena l’uomo lasciò la stanza aprì le ante dell’armadio, scivolò lungo il letto per afferrare la borsa ma proprio in quel momento la ragazza tornò nella camera e quanto è vero Iddio Cazzinga si sentì come se il Tevere, il Danubio e il Mississippi lo attraversassero da capo a piedi e spingessero per trovare una via di fuga. Che era una sola, anche se a dire il vero qualche lacrima sembrò voler alleviare la pressione idrica per altra via. Si accostò al letto per nascondersi.
La ragazza si era appoggiata allo stipite della porta, con una mano cercava di infilarsi una scarpa, con l’altra sorreggeva il telefono.
— Come dici? Hai provato a chiamarmi e non ti ho risposto? Caro, lo sai che sono in giro con alcuni clienti piuttosto esigenti e non amo essere interrotta sul lavoro. Oltre tutto qui c’è una pessima ricezione. Sì, sono in Appennino, devo mostrare alcuni casolari da ristrutturare. No, non so dove hai messo la tua prima edizione dei delitti e del pene di Cesare Becco. Becco, Beccaria, non lo so, se solo tu fossi più ordinato amore mio. Ci vediamo stasera. Hai parlato con l’agenzia turistica per il Kenya? No che non ci ho ripensato, non voglio andarci a Edimburgo. Magari un’altra volta. Scegli tu il resort, vicino al mare. Voglio sole, spiaggia, mare, tanto mare. E noleggia l’auto. Magari scrivitelo eh? Edimburgo dopo, eventualmente. Come no.
Dal suo nascondiglio improvvisato sotto il letto Cazzinga annuì: anche a lui piaceva l’idea del mare: a Lido Azzurro, vicino Taranto, ci era cresciuto prima che l’industrializzazione l’avesse impregnato di polvere ferrosa disseminando qua e là sorpresine di amianto. Avrebbe però fatto meglio a distrarsi pensando a qualcosa di più secco. Il rischio di lasciare in giro una traccia biologica che denunciasse la sua presenza era elevato: chiuse gli occhi e visualizzò deserti arsi, siccità, fette biscottate. La ragazza si allontanò, e con uno scatto felino Cazzinga si alzò e lasciò il terreno di gioco tra i fischi del pubblico che popolava la sua testa. Aprì la finestra e scomparve silenziosamente. Attese di scorgere la sagoma dell’uomo che rientrava, poi sgattaiolò leggero tra i vicoli in pietra dove finalmente si liberò dei liquidi in esubero, facendo ben attenzione a non sporcarsi. Una volta raggiunto il furgone ed essersi seduto alla guida, si accorse di una sgradevole sensazione di umido e appiccicaticcio che proveniva dal fondoschiena. Eppure era stato così attento… Dopo un attimo di angoscia, si rese conto che nella foga della corsa aveva lasciato una inconfondibile scia rossa dietro di sé, in camera da letto: la bustina di ketchup non aveva tenuto. Aveva ragione a ribadire che il fast food faceva male.
Purtroppo, se n’era accorto anche il forzuto che aveva recuperato le medicine e si accingeva a stendersi sul letto per il meritato riposo del guerriero.
— Mi prendo una pausa nell’attesa che faccia effetto l’aspirina. Ma cavolo, hai mangiato di nuovo in camera? Lo sai che lo odio! E lasci pure le tracce di ketchup in giro, per altro. Fatti uno spaghettino piuttosto, no? Non far finta di non sentire. E perché mai poi hai lasciato la finestra socchiusa? Non sei stata tu? Boh… Che mal di testa.