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numero collana


Tutti i racconti finalisti  della quarta edizione di GialloFestival.
44 racconti di altrettanti autori italiani.

AUTORI E RACCONTI

IL TAGLIATORTE - Chiara Alaia
SGUARDI - Alter Ego
LA FINE DELL’ESTATE OVVERO IL CASO DELLA VIANDANTE MISTERIOSA - Andy dei Fiori
L’ULTIMO BRINDISI - Silvia Angelini
UNA SERA DI STRADA - Davide Benedetto
STORIA DI EMANUELE DEMETRIO DETTO TIZZONE - Marco P.L. Bernardi
SAPORE - Marco Bertoli
IL POTERE DELLA COMETA - Andrea Cavallini
CLICHÉ - Alice Cervia
IL CIELO NON SI LASCIA ACCAREZZARE DAGLI SCONOSCIUTI - Diego Cocco
LA REGINA - Tiziana Colosimo
BRANDELLI DI CARNE -
Leonardo Dragoni
PER UN LUNGO MINUTO - Christian Floris
DOPPIO INSEGUIMENTO - Paolo Forni
PARTIRÒ SENZA SALUTARE - Sabina Franz
LO ZAMPINO NEL DELITTO - Romina Ghiorzi
PELLEGRINO MEI - Margherita Gobbi e Coalberto Testa
UNICO TESTIMONE IL CERVO - Luca Grigoli
LA TRILOGIA DI CENTANNI - Elisabetta Imperato
LA CONSEGNA - Flavia Labre
COS’HAI CUORE MIO? - Paolo Mantellato
INCHIOSTRO E SANGUE: IL GIALLO DEL MESSAGGIO POSTUMO - Vanessa Manunta
LA STANZA BIANCA COL PAVIMENTO DI SPECCHI - Andrea Mariani
AGATA - Greta Marras
IMPREVISTI DI VOLO - Laura Mazzucato
INGANNO FATALE - Irene Montanari
IL FAUNO E LA FARFALLA - Costantino Mori
SOTTO LO STESSO TETTO - Mike Papa
IL SEGRETO - Barbara Pascoli
UN UOMO QUALUNQUE - Claudia Proietti
LA MORTE MANCIA - Gennaro Salerno
LA CRAVATTA - Silvana Segapeli
DELITTO IN CORSIA - Dario Snaidero
NEL VORTICE DELLA PERDIZIONE - Alferio Spagnuolo
IL NUMERO PERFETTO - Barbara Spotti
THE BUTTERFLY EFFECT - Ellery Sueen
EQUINOZIO DI PRIMAVERA - Sonia Testa
CARICO RESIDUALE - Luciano D. Urietti
LA CONGIURA DI CALIGOLA - Nicola Valentini
HANNO AMMAZZATO ANNA MONGIARDO - Andrea Vecchi
IL DRAGO - Iryna Volynets
LA VERSIONE DI GRECO - Andrea Zavagli
MORTE SUL LAGO - Mauro Zola
IL NIDO - Cecilia Zonta

marzo 2024

410

978-88-6810-573-0

20,00

Si


Dove acquistare il libro

Un racconto...

LA STANZA BIANCA
COL PAVIMENTO DI SPECCHI
Andrea Mariani

Sono nella camera di un albergo a cinque stelle e indosso solo una maschera di lattice. Ho una cerniera al posto della bocca e il suono del mio respiro nelle orecchie.
Mr Parnassus è ammanettato alla spalliera del letto e non mi stacca gli occhi di dosso.
Ancheggio e premo i tacchi nella moquette. Ogni passo è uno stiletto che affonda per lasciare il segno. Salgo sul materasso e lascio partire uno schizzo di piscio che bagna il lenzuolo di seta.
L’uomo ride, sempre più eccitato.
Mi siedo sopra di lui e sento la sua erezione premere contro la mia schiena.
— Fammi vedere cosa sai fare — mi dice, con una voce consumata dal fumo, dall’alcol e dalla troppa voglia di ascoltarsi.
Sciolgo un intreccio di fili e mi sfilo la maschera.
L’uomo apre la bocca e guarda le cicatrici che mi segnano la pelle. Ha un conato di vomito, poi si dimena e cerca di liberare i polsi.
— Che cazzo di scherzo è questo!
Lo afferro per i capelli.
— Guardami bene e dimmi se mi riconosci.
Mr Parnassus annuisce e questo mi basta.
— Mi devi solo dire dove si trova il figlio di puttana che mi ha costretta a sfregiarmi e ti lascio andare.
L’uomo deglutisce. Vedo il suo pomo d’Adamo muoversi come una larva che non sa se andare in su o in giù.
— Nel mio portafoglio c’è il nome della discoteca di Niklas Borg, uno dei suoi soci. Non so altro.
Mi allungo verso il comodino e prendo il punteruolo del ghiaccio dal cestello dello champagne.
— Conosci il dottor Walter Freeman?
— Io non c’entro niente con quel reality show del cazzo! Mi sono solo iscritto al sito e…
— Ti ho fatto una domanda.
Scuote la testa e questa volta è la sua urina a bagnare il lenzuolo, ma non ci trovo niente da ridere.
— Il dottor Freeman praticava la lobotomia usando un semplice scalpello ed era dannatamente abile.
L’uomo singhiozza e trema quasi avesse fili elettrici sotto la pelle.
— Hai detto che mi avresti lasciato andare.
— Ed è quello che faccio, non prima di averti aggiustato il cervello.
Sollevo la palpebra superiore del suo occhio e spingo il punteruolo fino a perforare lo strato osseo sopra la cavità oculare. Poi muovo il ferro, sperando di riuscire a staccare i lobi frontali dal talamo al primo tentativo.


Tre mesi prima
— Non mi hai ancora detto come ti chiami.
Sbatto le palpebre, afferro il bordo del materasso e appoggio le spalle contro la parete. Una striscia di luce entra da una persiana rotta.
Guardo la ragazza con la cresta e per un attimo non la riconosco.
— L’ho dimenticato… dove sono?
— In una casa occupata.
— Da quanto tempo?
— Due giorni.
Prendo una crosta di pane da un piatto lasciato sul pavimento e stringo i denti per non vomitare.
— Hai fame?
— Un po’.
— Ce la fai a metterti in piedi?
— Forse.
La ragazza con la cresta mi tiene per un braccio e mi sollevo su gambe che si piegano.
— Sei così magra che ho paura di spezzarti.
— Una volta ero una bambola da esposizione.
— Difficile crederlo.
In un’altra vita ero bella da togliere il fiato. Poi sono finita nella stanza bianca con il pavimento di specchi e niente è stato più come prima.
— Cos’hai fatto alla faccia?
— Un incidente.
— È quello che mi hai detto quando ti ho trovata nella città vecchia e ho cercato di aiutarti, ma forse non mi hai detto tutto.
— Ho tralasciato i dettagli.
— Quelli che hai in faccia sono i tagli di un coltello.
Stringo il polso della ragazza fino a sentire male alle dita.
— Ascolta, avevo solo due alternative: starmene nuda per dodici mesi in una stanza con una telecamera puntata addosso premendo il pulsante di un braccialetto ogni sessanta minuti per non morire soffocata oppure sfregiarmi con un rasoio. Ho resistito per non so quanto tempo poi mi sono tagliata. Tu cosa avresti fatto al mio posto?
La ragazza con la cresta non risponde.
Inspiro per riprendere fiato.
— Fammi sedere su quello sgabello, mi gira la testa.
— Cosa pensi di fare? — mi chiede.
— Solo trovare l’uomo che mi ha costretta a diventare una freak e vendicarmi.
Mi faccio portare nel mio appartamento. Una casa occupata non è il genere di posto in cui posso stare. Non nelle mie condizioni.
Ho nascosto i tagli sotto un cappuccio e mi sono fatta aprire dal portiere.
Mi muovo come un’ombra che fatica a prendere il suo spazio e copro lo specchio del bagno per non dover guardare la caricatura di Gregor Samsa che ha preso il mio posto.
Ficco in una busta di plastica la frutta ammuffita, i vasetti di yogurt e il cartone del latte e metto da parte le scatolette di tonno, due pacchi di riso, una busta di grissini e poco altro. Poi accendo il notebook. Leggo e assimilo, scarabocchiando le pagine di un’agenda che odora di nuovo. Trovo un articolo che parla del dottor Walter Freeman e sento un fremito in fondo allo stomaco. Mi consumo gli occhi fino a quando non mi si serrano le palpebre. Allora piego il braccio e sprofondo in un sonno che mi lascia un sapore d’oppio in fondo alla gola.


Deepweb

<Mr Parnassus>
Mi piace il tuo nome, ha qualcosa di malato che attrae

<Count_to_6_and_Die>
Non avvicinarti troppo o rischi di farti male

<Mr Parnassus>
Continua, mi piace quello che scrivi

<Count_to_6_and_Die>
La verità è che quando sniffo ho solo voglia di fare male

<Mr Parnassus>
Posso trovarti qualcuno da torturare se lo vuoi… basta chiedere

<Count_to_6_and_Die>
Preferirei trovare un lavoro, sono a corto di soldi

<Mr Parnassus>
Cosa sai fare?

<Count_to_6_and_Die>
Da piccola sognavo di diventare un’attrice come Greta Garbo

<Mr Parnassus>
Mandami un paio di foto, devo capire come sei fatta.

<Count_to_6_and_Die>
Eccole

<Mr Parnassus>
Bel corpo, niente da dire, ma non vedo la faccia

<Count_to_6_and_Die>
Preferisco non mostrarti tutto subito

<Mr Parnassus>
Hai modo di spostarti per un provino? Posso pagarti le spese del viaggio

<Count_to_6_and_Die>
Perché no

<Mr Parnassus>
Allora ti mando il nome dell’albergo. E mettiti una maschera di lattice prima di bussare


Due mesi prima
La ragazza con la cresta mi viene a trovare. Sembra nervosa. Si siede sul divano e si stuzzica la spilla che le buca la guancia.
— C’è una cosa che devo dirti.
Mi verso dell’acqua in un bicchiere e una goccia mi schizza la mano.
— Parla.
— Il mio ragazzo dice di aver visto una tipa con dei tagli sulla faccia.
La guardo senza capire.
— E allora?
— La ragazza gli ha raccontato una storia strana.
— Continua.
— Ha detto di essere stata rinchiusa in una stanza e di essere stata costretta a fare una scelta: la sua bellezza in cambio della libertà. La stessa cosa che è successa a te.
Il bicchiere mi scivola dalla mano e s’infrange sul parquet.
— Portala qui, voglio vederla.
— Dammi qualche giorno, vedo cosa riesco a fare.
Infila una mano nella tracolla con il logo dei Sex Pistols e mi allunga un involto di stracci.
— Che roba è?
— È una pistola tascabile a 4 colpi calibro 25.
— Quanto mi costa?
— Non ci pensare, voglio aiutarti.


Un mese prima
Salgo sulla bilancia e controllo il mio peso. Devo ingrassare ancora qualche chilo.
Vado in cucina, mangio un sandwich al tonno e bevo un bicchiere di latte di soia. Scosto la tenda e guardo i passanti. Accanto all’edicola, un tizio con un impermeabile scuro piega il giornale sotto il braccio, solleva la testa e guarda nella mia direzione.
Resto immobile fino a quando il suono del campanello non mi strappa dai fantasmi che mi tengono al guinzaglio.
Prendo la pistola e accosto l’occhio allo spioncino.
È il portiere.
Socchiudo la porta.
— Cosa vuoi?
— Un uomo ha appena lasciato un pacco per lei.
— Lascialo sullo zerbino.
Tossicchia. — È da un po’ che non la vedo passare davanti alla portineria.
— Mi sono presa un virus e devo starmene in quarantena.
Porto dentro il pacco e lo appoggio sul tavolo. Uso un taglierino per liberarlo dalla carta. Trovo un DVD dentro una custodia di polistirolo. Prendo il dischetto, lo inserisco nel lettore e accendo il televisore.
Le immagini che vedo mi strappano l’anima dal petto.
Sono nella stanza dalle pareti bianche e stringo il rasoio. Sento la mia voce che urla mentre mi taglio la faccia e la lama mi stacca un pezzo di guancia che schizza di rosso il pavimento di specchi.


Dieci giorni prima
La ragazza con la cresta torna a trovarmi. Ha le pupille dilatate e si rosicchia le unghie.
— È qui sotto, ti sta aspettando in macchina. Non ha voluto salire.
Infilo le braccia in una felpa, mi calo sulla testa il cappuccio e prendo dal cassetto un paio di occhiali da sole.
— Resta qui, vado da sola.
Scendo le scale, passo davanti alla guardiola senza badare allo sguardo curioso del portiere e spalanco il portone.
Il freddo mi disorienta. Mi soffio dentro le mani e attraverso la strada.
La macchina è parcheggiata in una via laterale.
Apro lo sportello che sbatte contro il muro e occupo il sedile anteriore. Mi volto e guardo la ragazza di colore. I suoi occhi verdi sono due pietre che mi lacerano l’anima. Mi sforzo d’ignorare i tagli che la sfigurano.
— Cosa vuoi sapere?
— Chi ti ha portato nella stanza?
— Un tizio che ho conosciuto su Internet. Ci siamo incontrati in discoteca. Mi ha offerto da bere e mi ha dato una pastiglia. Quando ho ripreso i sensi ero dentro una scatola bianca. Ho resistito per qualche settimana, poi mi sono tagliata.
— Dove posso trovalo?
— Nel Deepweb. Ti posso dare l’indirizzo se vuoi. Devi solo scaricare un Tor.
— Che roba è?
— È un software che rende anonimi. Trova una chatroom chiamata Ombra e chiedi di Mr Parnassus.


Milano
È la notte di Halloween e posso andarmene in giro con le mie cicatrici senza impressionare nessuno.
Il buttafuori mi sorride a mezza guancia.
— Bel trucco.
Inclino la testa.
— Anche il tuo non è male.
Mi guarda storto e mi lascia passare.
Scendo una rampa di scale con una striscia di velluto nel mezzo. Casse invisibili sputano la voce al vetriolo di Marilyn Manson. Mi avvicino al bancone sfiorando costumi di latex e pelle sudata.
— Cerco il proprietario.
Il barista versa del whisky in un bicchiere e lo spinge nella mia direzione.
— Il boss è al piano di sopra. Ti conviene non fare troppo la difficile se vuoi farti assumere.
Mi guardo intorno. Quattro cubiste vestite da infermiere si dimenano dentro gabbie illuminate da flash che accecano.
Mi lascio anestetizzare dal whisky e salgo una scala di ferro che porta a un soppalco.
Busso ed entro.
Un uomo mi guarda da dietro una scrivania.
— Se cerchi lavoro ripassa più tardi, adesso ho da fare.
Mi chiudo la porta alle spalle e taglio fuori la musica. Una finestra panoramica dai vetri oscurati si affaccia sulla pista da ballo.
— Mi riconosci? — gli chiedo, con una voce che mi raschia la gola.
Niklas Borg allarga le braccia.
— Con quella roba sulla faccia è un po’ difficile.
Apre una scatola di legno e si porta alle labbra un sigaro senza staccare gli occhi dalle mie gambe.
— Cosa vuoi?
— Dimmi dove posso trovare Gustaf Nyberg.
L’uomo irrigidisce la mascella, prende uno Zippo placcato d’oro e appesta l’aria di fumo.
Resta in silenzio e poi torna a parlare.
— Adesso ho capito chi sei. Che cazzo ci fai qui?
Sorrido e prendo dalla borsetta la pistola a 4 colpi calibro 25.
— Prova a immaginarlo.
— Se esci subito ti prometto che non ti faccio pestare dai miei buttafuori.
— Non hai ancora risposto alla mia domanda.
— Pensi veramente di riuscire a far fuori Gustaf?
— Immagina di essere il protagonista di un reality show estremo. Saresti pronto a sacrificare la tua vita per proteggere quella di un sadico figlio di puttana?
— Sei solo una bambola rotta che non ha ancora smesso di parlare. — Prende un pezzo di carta e scrive qualcosa con una stilografica.
— Ecco il suo indirizzo. Adesso metti via la pistola e vattene.
Mi avvicino alla scrivania.
Niklas Borg infila le dita tra i bottoni della camicia.
— Sei stata brava in quella stanza. Nessun’altra ragazza ha resistito così a lungo. Ci hai fatto guadagnare un sacco di soldi.
— Chiudi la bocca.
— Conosco persone che sarebbero disposte a pagare cifre da capogiro per scoparsi una sfregiata come te. Dopotutto hai ancora un bel fisico.
— Non scherzare con me.
— Perché non mi spari al cuore? Scommetto che non ne hai il coraggio.
Piego l’indice e lascio partire il colpo.


Bologna
Scendo dal taxi, leggo quello che Niklas Borg ha scritto prima di morire su un pezzo di carta, supero le porte di vetro e attraverso la hall di un residence esclusivo.
Entro nell’ascensore e salgo all’ultimo piano.
Seguo il corridoio fino all’appartamento 120. Copro lo spioncino con il palmo della mano e busso. La porta si apre con uno scatto metallico. La spingo in avanti ed entro.
Il loft è vuoto, a eccezione di una moquette bianca a pelo lungo, pesanti tende di velluto alle finestre e un divano di pelle incellofanato.
Impugno la pistola.
Respiro un odore che mi riempie le narici e comincio a tossire. Barcollo in avanti e mi piego sulla moquette in cerca d’ossigeno.
Il figlio di puttana mi stava aspettando…
Una mano mi afferra per i capelli e il dolore è quello di un ago che mi trapassa la pelle del collo.


Giorno 1
Sbatto le palpebre e mi schermo gli occhi con la mano. Mi sollevo al rallentatore e mi siedo sul bordo del letto. Sono di nuovo nella stanza dalle pareti bianche.
Nessuna finestra.
Niente porta.
Il pavimento di specchi riflette l’immagine di una donna a testa in giù che mi assomiglia e che mi dà il benvenuto con un sorriso storto.
Un pannello a scomparsa scivola di lato e compare uno schermo con Gustaf Nyberg in primo piano.
— Come vedi, c’incontriamo ancora. In fondo, non ti ho mai lasciata andare e non ho mai smesso di filmarti. Mi piace pensare di essere un illusionista. E tu sei il mio numero più riuscito. Il mondo che ho creato intorno a te è pura finzione. Le persone che ti ho fatto incontrare sono solo attori che hanno recitato la parte che gli era stata assegnata. Ma partiamo dall’inizio. Mr Parnassus era una pedina sacrificabile così sei riuscita a torturarlo come volevi. Poi è stato il turno di Niklas Borg; lo hai minacciato e hai risposto alla sua provocazione facendo esattamente quello che ti ha chiesto di fare. Quando gli hai sparato al cuore con la pistola a salve che ti ha dato la ragazza con la cresta, Niklas ha fatto saltare una piccola sacca di sangue nascosta nel taschino della camicia.
— Perché tutto questo? — gli chiedo con una voce che mi riempie la gola.
— La tua storia piace. Da quando ho iniziato a trasmetterla online gli iscritti al sito sono aumentati in modo vertiginoso. Si porta alle labbra una flûte di champagne.
— Brindo al nostro successo.
— Per quale motivo mi hai riportata qui dentro?
— Non è la stessa stanza.
— Non hai risposto alla domanda.
— Prova a immaginarlo.
— Niente indovinelli.
— Mi sembra ovvio, sarai la protagonista di un nuovo reality show.
— Ti sei già preso la mia bellezza. Non ho altro da darti.
La ragazza di colore entra nell’inquadratura e si siede sulle gambe di Gustaf Nyberg. Senza le cicatrici ha un ovale perfetto e i suoi occhi verdi mi penetrano nello stomaco come la punta di un coltello.
— Non dire che non ti avevo avvisata — mi dice. — Con questa gente si finisce sempre all’inferno.
Poi è il turno della ragazza con la cresta. Mi fissa con due occhi di ossidiana per un tempo che sembra dilatarsi all’infinito, prima di mostrarmi l’indice e il pollice e fingere di spararmi.