numero collana
Il pensiero le fa venire un momento di vertigine.
Come se tra la vita e la morte non ci fosse una divisione così netta ma una parete permeabile, entro cui spostarsi.
Loro sono i fantasmi e le persone vive sono in strada.
Le sembra così facile che in quel palazzo possa ancora aggirarsi il fantasma di Clara, e perché no?
marzo 2024
200
978-88-6810-551-8
14,00
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Sinossi
È una tranquilla notte di inizio primavera quando Bianca si intrufola a Villa Malvasia per passare del tempo con la sua amica Clara, il fantasma che infesta la villa. Ma il cadavere che trova, nascosto dietro una porta del seminterrato, è decisamente più reale. Qui riprendono le avventure di Lucrezia e Oussama. Lei ha finalmente aperto la sua agenzia investigativa privata, che però è un buco nell'acqua; lui è preso dal trasloco forzato dalla sua vecchia casa. Amodeo come sempre straparla e trova nuove strampalerie a cui appassionarsi. La soluzione del caso è una nuova gara tra la grassa, bisessuale, atea e schiva detective privata e l'ispettore italo-tunisino appassionato di programmi TV sulle ristrutturazioni. Tra misteriosi culti legati a Iside, tombaroli della via Emilia Altinate, veggenti abbarbicate a Monteacuto delle Alpi, e un rapporto che si fa più stretto ma anche più conflittuale. Fino al cuore dell'indagine: possiamo avere paura di quello che non vediamo?
Primo capitolo
1
Bianca scende dalla bicicletta appena davanti al cancello della Villa. Costeggia verso sinistra il muro perimetrale che col buio della notte sembra ancora più alto e scende il lieve pendio che porta nel cunicolo sotto il piccolo piazzale d’ingresso. È senza dubbio il luogo più sicuro dove nascondere la bici per evitare che qualcuno si accorga della sua solita visita notturna. Entra nel cunicolo, fa qualche passo e appoggia la bicicletta rossa alla parete scrostata e umida del piccolo tunnel in cui riesce a malapena a rimanere in piedi. È un luogo sicuro, in quasi un anno di visite nessuno ha mai toccato l’unico mezzo di trasporto che la rende autonoma, altrimenti per uscire da Trebbo potrebbe solo prendere il 92 o farsi scarrozzare da sua madre, che coi suoi impegni va prenotata come fosse un acchiappafantasmi durante la notte di Halloween.
Bianca si mette i ciappetti nell’angolo basso dei jeans, prima a destra e poi a sinistra. Tira su le maniche del piumino grigio North Face, stringe le cinghie dello zaino e controlla un’ultima volta che né a destra né a sinistra, su via Zanardi, ci siano i fari di qualche auto in arrivo. Con l’agilità che le regalano i suoi tredici anni, mette il piede sinistro nell’inferriata più bassa, il destro in quella subito sopra, si issa con la forza delle braccia fino alla prima fila di inferriate con le picche. Da qui, con un veloce movimento, si aggrappa al lato sinistro del cancello, immediatamente attaccato al muro di recinzione e scavalca la cima nel punto senza picche di protezione. Rimane per un secondo immobile, seduta a cavalcioni sul cancello. Vede qualcosa muoversi davanti alla porta della Villa. Un movimento improvviso, furtivo, rischiarato dalla luce della luna piena. Rossa. Perché in quella notte di inizio primavera è prevista una eclissi straordinaria e Bianca non vuole lasciarla sola. Pensa che potrebbe spaventarsi nel vedere la luna del colore del sangue e quindi crede sia meglio farle di nuovo compagnia.
Bianca sente il suo respiro accelerare. L’ombra si è allontanata dalla porta e si dirige verso destra. Le sembra di sentire dei passi pesanti. Poi il rumore inconfondibile di un ramo che si spezza. Silenzio. Dopo qualche secondo sospira chiudendo gli occhi. Immagina sia stato qualcuno attirato dalla storia della Villa. Le era già capitato di incrociare gruppetti, ma mai ne aveva visto uno da solo.
Mette anche la gamba sinistra dentro al cancello, poggia i talloni sull’altro lato dell’inferriata con le picche e con un salto atterra sul terreno erboso. Toglie i ciappetti ai pantaloni, li ripone nello zaino e comincia a camminare accucciata verso un cumulo di terra vicino alla parete sinistra. Camminando sempre nella stessa posizione, si tiene alla destra la vecchia vasca del fontanone, ormai invasa dalla vegetazione, e in un punto preciso trova quattro grosse pietre accatastate a formare una piccola montagnetta. Lì accanto, sotto una specie di botola nascosta nell’erba, scopre uno stretto buco nel terreno in cui si cala, accendendo una torcia che ha legato con dello spago al cappellino da baseball viola di Willy Wonka.
Il cunicolo è molto basso, per il primo tratto è costretta ad avanzare a carponi. Poi lentamente si alza, scavalca una barra di ferro circa a metà del tragitto finché non raggiunge il tratto finale, con l’uscita ormai in vista, che riesce a fare praticamente in piedi. Ed è di nuovo nella Villa. Da sola.
Sale dalle scale dello scantinato, prende la torcia in mano e si dirige nel salone dell’atrio, al piano di sopra, muovendosi con la sicurezza di chi conosce bene il luogo nonostante l’oscurità oltre il breve fascio di luce della torcia.
Una volta sopra, illumina le figure che sembrano affacciarsi dai davanzali dipinti sui bordi del soffitto: il bambino col cappello che si aggrappa al cornicione e guarda giù con espressione buffa, una donna vestita di rosso con in mano uno specchio e alle spalle un’anziana vestita di nero, un uomo simile a Gandalf vestito di azzurro che parla affacciato al davanzale con un contadino, la signora accanto al gattone bianco e rosso in una posizione strana. Le saluta tutte, una per una, come fossero vecchie amiche che l’attendono.
Gira a sinistra, si siede a terra sul pavimento dissestato, attorniata da travi di legno, secchi per la calce, attrezzi da muratore e teli di plastica che coprono materiali vari, sotto un soffitto tempestato di piccoli fogli di carta semitrasparenti, quasi veline, che nascondono altri meravigliosi affreschi, più rovinati di quelli nella sala precedente. Davanti a lei, lo stipite di una porta. Murata.
MI HANNO CHIUSO DENTRO
Qualcuno ha scritto con della vernice spray nera sui mattoni, sistemati senza troppa cura e tenuti insieme con della malta irregolare, che deborda in alcuni punti.
Bianca posa la torcia, apre lo zaino, tira fuori un pacchetto di Ringo, un libro, una coperta, un papero di plastica vestito da dottore e una bottiglietta di vetro con dentro del liquido giallo. Apre la piccola bottiglia togliendo il tappo di plastica, dà una sorsata veloce. Respira. Poi ne dà altre due. Staccando la bottiglia dalla bocca, fa una smorfia. Chiude un occhio, digrigna i denti e stringe il pugno della mano libera.
— Soccia se è forte stavolta. Mia mamma c’ha dato giù con l’alcool.
Una risata riecheggia nel silenzio. O un rumore che ricorda una risata.
Bianca non si scompone. Chiude la bottiglietta di vetro con il piccolo tappo di plastica, la rimette nello zaino.
— Ridi, ridi pure. Almeno io posso ancora sentire il sapore del limoncello — dice ridendo a bassa voce, il viso rivolto in nessuna direzione particolare.
Silenzio.
Si alza, si dirige verso la porta murata con in mano il papero di plastica vestito da dottore che posa in terra e torna a sedersi.
— Hanno aperto un negozio nuovo in centro, tutte paperelle che fanno i mestieri. Ti ho preso questa. Fa il dottore. Anzi, la dottoressa. Mi sembrava buffa.
Silenzio.
Torna a sedersi, si mette la coperta sulle spalle e apre il libro. Con la torcia di nuovo attaccata al cappellino, inizia a leggere Il meraviglioso mago di Oz, il titolo a caratteri cubitali campeggia su un campo di grano, dove si stagliano le figure del Leone Cordardo, l’Uomo di Latta, lo Spaventapasseri, Dorothy col suo vestito a quadretti blu e Toto. Una bambina e i suoi amici improbabili di un altro mondo.
Bianca si immerge nella lettura, stretta nella sua coperta, con la luce della torcia a farle da guida. Il tempo rimane sospeso, potrebbe stare lì ore, minuti, giorni e non noterebbe alcuna differenza, immersa nella lettura e in compagnia di Clara.
Un rumore, appena percettibile. Bianca solleva lo sguardo dal libro, la papera di plastica vestita da dottore non c’è più. Sorride. Riprende a leggere.
Non importa quanto triste e grigia sia la nostra casa, noi gente di carne e ossa preferiamo vivere lì, piuttosto che in un altro Paese, per quanto bello possa essere. Non esiste al mondo posto migliore della propria casa.
Annuisce tra sé e sé e interrompe la lettura, le sembra di aver sentito di nuovo qualcosa, un rumore, appena percettibile. Nel silenzio tombale che avvolge la Villa, il lieve suono si ripete. Nella testa di Bianca quei sottili rumori, inizialmente disarticolati, prendono forma, nella testa le balena una frase.
Non siamo sole. Dietro una porta, nel seminterrato.
Rimane in silenzio, poi si alza, lascia cadere la coperta, stacca la torcia dal cappellino ed entra nell’atrio da cui sporgono i volti affacciati. Ridiscende le scale e torna nel seminterrato, comincia a gironzolare tra i vani della Villa. Molte stanze si susseguono, con pareti fatiscenti e scritte sui muri.
LORY E ROBY SONO STATI QUI
CLARA PERDONALI
BANDA BANDITA TREBBO, 26/11/2019
Vaga per le stanze buie e silenziose finché non si ritrova davanti al punto della Villa che le fa più paura, è l’ingresso di una stanza con due buchi ovali nella parete. I buchi sono le pupille intorno alle quali qualcuno ha disegnato l’iride e le palpebre azzurre, gialle e blu. Due occhi innaturali, due occhi che ha sempre avuto l’impressione la guardassero. Rimane ferma per un attimo, indecisa sul da farsi. Fa un passo indietro, il pavimento è dissestato e Bianca si sbilancia. Decide di fare il giro da dietro e di uscire da quella bocca spalancata posizionata tra gli occhi, di non entrarci. Prende la destra, passa davanti alla sala con i resti del vecchio forno, sa benissimo cosa è nascosto in quel forno. E ci sta alla larga.
Sente un’atmosfera diversa, l’aria si è fatta pesante attorno a lei. Comincia ad avere quasi paura, non è sicura di quello che sta cercando. Non sa cosa si nasconda oltre il suo fascio di luce, ma prosegue, per Clara.
Entra in una piccola stanza con dei ferri arrugginiti che sbucano dalla parete sulla sinistra, forse usati in passato per attaccare i cavalli, e una porta di ferro semiaperta sulla destra. Su uno dei ferri sporgenti nota qualcosa che assomiglia a delle macchie di vernice, una vernice scura. Sembra che ce ne sia anche sul pavimento dissestato, per il resto completamente bianco e sabbioso. Segue con lo sguardo le tracce che si allontanano verso destra, facendo un piccolo semicerchio, e proseguono dietro la porta in ferro arrugginita. Si affaccia dietro la porta per seguire la scia della vernice. Quello che vede la fa irrigidire.