Skip to main content

numero collana


Sa qual è il pregio della vendetta commissario?
Che va d’accordo col tempo.
Non funziona come l’amore, l’amicizia, la perdita o le ferite. Il tempo non guarisce la vendetta, non la fa svanire, non l’attenua né la dimentica.
Il tempo la cova, la culla e la tiene calda, il tempo l’arricchisce, la programma e ne fa solo aumentare il desiderio.

febbraio 2024

210

978-88-6810-574-7

16,00

Non ancora disponibile


Dove acquistare il libro

Sinossi

Giuseppe Gargano, commissario della questura di Bologna, ancora convive con Lello, Ciccio e Riccardo, tre scapigliati universitari dall’anima rivoluzionaria e fricchettona, che l’hanno accolto in casa pur di riempire la stanza vuota. Gargano si troverà costretto a rispolverare un vecchio caso, una serie di aggressioni in zona centro che lo porteranno a navigare in un mare di omertà e menzogna. Sarà l'aiuto dei suoi sregolati conviventi a far scattare la giusta intuizione e con l'arrivo di una nuova agente nella squadra, deciderà di non mollare l'osso finché ogni suo dubbio non avrà trovato risposta. Accettare la verità gli costerà fatica, mettendolo davanti a una scelta imprevista: comportarsi da sbirro o agire da uomo. Una nuova indagine bolognese per il nostro commissario divorziato e pessimista, incastrato in un comico confronto generazionale perso in partenza con i suoi coinquilini dallo stile di vita vizioso, dissoluto, ma certamente spensierato.

L'autore

Primo capitolo

Sostava compiaciuto in mezzo al salone. Mutande, maglietta del Bologna e paglia in bocca. Aveva reso presentabile l’appartamento che condivideva da ormai due anni con i suoi improbabili coinquilini. Si trattava di tre universitari dalle tendenze scapigliate, fricchettone e rivoluzionarie. Lello, Ciccio e Riccardo, in arte i randagi, erano scomparsi da prima di pranzo e lui non aveva più avuto loro notizie. Meglio così, per un incontro di lavoro un po’ di calma non guastava in quella casa. Il commissario Gargano fumava e aspettava, finché il campanello non suonò, annunciando l’arrivo del suo ospite. Puntualissimo.
Il dottor Vanni fece del suo meglio per nascondere il fiatone dopo i quattro piani di scale a piedi, ma il respiro frenato e forzatamente tranquillo testimoniava lo sforzo non indifferente per un cinquantenne con qualche chilo di troppo.
— Gargano è permesso? — chiese fiaccamente come un pellegrino esausto giunto alle porte di un monastero.
— Dottor Vanni, prego si accomodi, non vorrei vederla svenire qui all’ingresso.
Il magistrato appese la giacca e allentò la cravatta come fosse un cappio che lo soffocava da tutto il giorno. Si accasciò sul divano, tolse le scarpe da ufficio in pelle rigida e si sgranchì i piedi facendoli riposare sul tavolino.
— Commissario ha mica una birretta in frigo?
L’altro si diresse in cucina senza rispondere, se c’era una cosa che non mancava in quella casa era l’alcol. Spillò una bionda dal fusto che i randagi avevano appena comprato e ne versò mezzo boccale anche per lui. 
— Bellina la casa Gargano, non la facevo tipo da centro.
— Io non la facevo tipo da birra — disse posando il bicchiere ambrato davanti al p.m.
Vanni fece un sorso sporcandosi i baffi e proseguì dopo una leccata di labbra.
— Grazie, ci voleva. Ma possibile che senta un incenso aromatico o fragranze simili? C’è un odore familiare che non riesco a decifrare. Sembra quasi puzza di... puzza di erba.
— Non credo sia venuto qui così urgentemente per parlarmi di profumi dottore.
— In effetti no, cercavo notizie riguardo il caso dell’attentato al tribunale, pensavo volesse parlarne.
— Pensava bene.
Passarono oltre le battute e svuotarono le birre in un silenzio pieno di stanchezza. Si guardavano negli occhi riflettendo sul da farsi, sulle considerazioni e gli sviluppi delle indagini sull’attentato in tribunale di tre anni prima. Avevano entrambi perso un amico, Lucio Silvestri, p.m. di Bologna che indagava su affari scomodi della ‘ndrangheta. La sua macchina era esplosa nel parcheggio cambiando la vita di tante persone. Ancora nessun colpevole e soprattutto nessuno interessato tanto quanto loro a scoprire la verità. Gargano seguiva una pista, ma tutte quelle attenzioni avevano solo fatto ammazzare un suo informatore in carcere, la buon’anima di Pirandello, e ora bisognava ricominciare dall’inizio.
— Mi dispiace per il suo amico commissario, non pensavo arrivassero anche in carcere.
— Pirandello l’ha fatto per me, sapeva di fare una brutta fine con tutte quelle domande. Ma il suo sacrificio forse è servito. Mi ha fatto parlare con un pentito e dice che i calabresi non c’entrano con la bomba.
— Ha parlato con Maiello? Faccio fatica a credere a quello lì — disse il dottor Vanni con sufficienza mentre scrutava il fondo del bicchiere in cerca di qualcosa.
— Anch’io, finché non ha aggiunto una cosa importante.
— So già cosa sta per dire. Non so se sono io che non voglio accettare la verità o se è solo un vecchio criminale che vuole gettare merda sul sistema. I pentiti non sono affidabili, sparano una mezza verità ogni cento cazzate. — Le parole di Vanni erano dettate dall’esperienza di chi non crede più a nessuno, nemmeno al prete, alla moglie o a un ubriaco.
— Ha detto che è stato uno di noi, qualcuno dei piani alti ha organizzato l’attentato. I calabresi non c’entrano un cazzo, si sarebbero tirati la zappa sui piedi da soli, erano il capro espiatorio perfetto. Aveva paura anche lui e non stava mentendo. C’è una talpa dottore e forse dobbiamo accettarlo o almeno indagare e non far finta che non sia successo niente. Se lei non ci sta, lo capisco, me la vedo io. Dovrò pestare i piedi a tanta gente che può spedirmi a dirigere il traffico. — Il commissario sorrise al magistrato, sapendo che quell’uomo elegante, serio e professionale, sarebbe finito per diventare il suo miglior compagno di squadra.
Vanni stava riflettendo, stropicciava la sigaretta, innervosito e dubbioso su come procedere. Una parte di lui voleva una vita serena, senza impicci e problemi nella bolla di carriera immacolata che aveva raggiunto. Un’altra era a caccia della verità sulla bomba e l’unico modo per trovarla era seguire Gargano, un portatore di guai, problemi legali e incidenti burocratici assicurati. Una sorta di kamikaze in divisa che non aveva nulla da perdere.
— Piedi di piombo commissario, profilo basso e niente scenate. Se combina qualche cazzata, se non mi ascolta quando è il momento, se non prendiamo assieme ogni decisione la lascio solo su questa barca di merda destinata ad affondare.
— Ho come l’impressione che stiamo per cacciarci in un bel casino dottore. — Gli venne da ridere in uno scatto di allegra disperazione.
— Non me lo ricordi, maledetto il giorno che l’ho conosciuta. Spero solo ne valga la pena.
— Su questo non ho nessun dubbio.
Nemmeno il tempo di concludere il discorso, che la porta di casa si spalancò rigurgitando in corridoio tre individui visibilmente brilli e cautamente instabili.
Lello aveva in mano una bottiglia di prosecco, la brandiva dal collo come un pirata ubriaco e rideva nel molestare il Ciccio con delle punzecchiate nel culo. Il Ciccio si teneva saldamente a Riccardo che indossava occhiali da sole di copertura e ondeggiava aggrappandosi a qualunque cosa incontrassero le sue mani, sembrava una piovra non vedente. Ridevano sguaiati, si solleticavano le parti intime e urtavano qualunque oggetto d’intralcio alla loro andatura incerta. I randagi erano rientrati sani e salvi, ma regrediti a uno stato primordiale, scimmiesco, primitivo. Si sedettero sul divano dopo un paio di rutti e accerchiarono Vanni che non riusciva a capire cosa stesse accadendo.
— Non è un po’ presto per bere? Sono solo le cinque. — Il commissario lo disse con indifferenza, come se dietro quel comportamento ci fosse un’ovvia spiegazione logica.
— Pranzo di laurea Gargano. Non puoi capire, sembrava che il vino piovesse. Ci hanno praticamente cacciato. Adesso ci spariamo un riposino rigenerante e torniamo più freschi di prima. — Il Ciccio aveva un’intramontabile fiducia nel loro metabolismo temprato da anni di dissoluta vita universitaria.
— Non ne dubito ragazzi. Comunque vi presento il dottor Vanni.
Gli strinsero la mano sorridendo, le loro erano appiccicose e impiastrate del vino rovesciato a ogni brindisi troppo sentito. Non ci fece caso, ma continuò a fissare il commissario con aria confusa.
— Lei è un collega di Gargano? — chiese educatamente Riccardo nascosto dietro la sicurezza delle sue lenti scure.
— Non proprio, lavoro con lui ma sono un magistrato — disse Vanni quasi in imbarazzo.
— Minchia prima uno sbirro in ‘sta casa, adesso un magistrato, prossima settimana finisce che ci troviamo il Ministro della difesa in salotto. — Il Lello e le sue teorie viaggiavano anni luce avanti a tutti.
— Sono i miei coinquilini. Vivono con me dottore.
— Casomai tu vivi con noi — puntualizzò Ciccio mentre tirava fuori tutto il necessario per rollare una cannetta. Ecco spiegato l’odore di erba pensò il magistrato.
— Com’è accaduto se posso chiedere? — Vanni era visibilmente divertito dalla situazione surreale che si stava creando.
— Una serie di coincidenze astrali che non vorrei stare qui a raccontare. Diciamo che è una lunga storia dottore. — Il commissario restò sul vago, era sempre difficile dare spiegazioni.
— Dai su mi racconti, sono curioso.
— Ma io non credo sia il caso…
— Cazzo Gargano, è curioso e racconta ‘sta storia, mica t’ha chiesto di recitare la Divina Commedia — lo interruppe il Lello che intanto aveva acceso il cannone immergendo la sala in una coltre di fumo. — Ma vuole farsi due tiri anche lei signor magistrato o come la devo chiamare? Stia tranquillo rimane tra noi.
Gargano vide Vanni afferrare lo spinello, osservarlo come si fa con un oggetto del passato e dare un tiro intenso, quello di chi ha già fumato da giovane e sa cosa aspettarsi. Avrebbe seguito il racconto attentamente.
— Risale tutto a un paio di anni fa. Il caso Sanna, se lo ricorda?