numero collana
“Ha un nome?” domandai al commissario Jacovelli e lui alzò le spalle.
“Nessuno lo sa. Non lascia mai tracce o impronte. Colpisce e svanisce. All’Interpol lo chiamano lo Spettro.”
maggio 2024
200
978-88-6810-585-3
16,00
Non ancora disponibile
Dove acquistare il libro
Sinossi
Cosa hanno a che fare uno spietato sicario chiamato lo Spettro e alcune giovani donne trovate strangolate? Dopo vent’anni la Cosa torna a tormentare Diana Ferri facendole disegnare i loro ritratti. Durante una breve vacanza sull’Appennino reggiano Diana rimane coinvolta nell’assassinio di una coppia di amanti riuscendo per un soffio a salvarsi. La polizia non crede alla sua versione dei fatti liquidando frettolosamente il caso come omicidio-suicidio, per concentrarsi su un pericoloso assassino seriale che terrorizza la città. Lo Spettro rintraccia Diana in cerca del meraviglioso diamante Sospiro Viola, ma soprattutto di risposte. Complice la Cosa, fra i due si crea uno strano rapporto di collaborazione. Dopotutto chi meglio di un sicario professionista può eliminare un maniaco omicida?
Primo capitolo
PROLOGO
La matita cadde sul foglio scuotendomi da quello strano stato di torpore e riportandomi alla realtà.
La realtà era il mio piccolo studio ingombro di libri, riviste e fumetti stipati sui ripiani di una vecchia e malandata libreria di legno scuro o impilati per terra sul pavimento di cotto rossiccio.
Un allegro e colorato caos regnava sul tavolo da disegno ricoperto di vasi e bicchieri di vetro colmi di pastelli, pennarelli e pennelli, fogli e blocchi da disegno di ogni grammatura e dimensione, inchiostri, tempere e acquerelli.
L’ordine non era decisamente il mio forte, ma il mio disordine era assolutamente perfetto.
Nei profondi cassetti di un vecchio comò archiviavo in grandi cartelline tutti i disegni originali che conservavo con infinita cura, come il più prezioso dei tesori. Sopra quel mobile c’era appoggiato un unico oggetto, una cornice di legno vuota, perché ogni amore perduto o non ricambiato merita una cornice vuota.
Lo stereo era acceso e dal 33 giri dei Jethro Tull si sprigionavano le malinconiche note di We used to Know che riempivano il silenzio della stanza.
Mi raddrizzai stiracchiandomi per bene sbirciando il calendario leggermente storto appeso alla parete accanto al bellissimo poster di Jim Morrison con la camicia azzurra e i pantaloni di pelle nera.
Era il 20 ottobre del 1996.
La sera era calata velocemente e la luce gialla dei lampioni filtrava dalla finestra mescolandosi con quella della lampada che illuminava il tavolo.
Chissà se era già ora di cena?
Mi ero addormentata mentre lavoravo al settimo episodio di Frontiere, un fumetto di fantascienza ispirato alle atmosfere del grande maestro argentino Juan Zanotto, eppure era presto per dormire, ma tardi per tutto il lavoro che dovevo ancora fare.
Afferrai un pennello con l’intenzione di riprendere a inchiostrare, ma quando abbassai lo sguardo saltai sulla sedia come se avessi ricevuto una scossa elettrica.
In cima alle tavole a fumetti, su un foglio strappato dal blocco degli schizzi, c’era il ritratto di un uomo sulla quarantina, con i capelli chiari e gli occhi di ghiaccio.
Un lungo brivido gelido mi corse lungo la spina dorsale perché non ricordavo affatto di averlo disegnato e questo poteva significare soltanto che, dopo vent’anni dal delitto di Regina Bonazzi, La Cosa era tornata a tormentarmi.
Con quello stupido nome, ispirato al mostro alieno di un vecchio film di fantascienza degli anni Cinquanta, da bambina avevo chiamato l’oscuro e misterioso potere di cadere in trance e disegnare indizi.
La sensazione che quel disegno fosse presagio di qualcosa di brutto mi paralizzò per alcuni istanti, mentre lo sconosciuto mi fissava col suo sguardo imperscrutabile dal foglio.
— Sciocchezze — esclamai a voce alta per convincermi meglio e spazzar via tutti quei pensieri.
— Sono grande ora. Non succederà proprio niente. Sono solo molto stanca e quando si è stanchi a volte la testa fa strani scherzi.
Afferrai il ritratto, lo infilai dentro il blocco da disegno e mi rimisi a lavorare a testa bassa.