numero collana
Tutto si basa sul denaro e solo questo conta. Non ci si può permettere pietà o comprensione, se queste vanno a deprimere il profitto. Mio padre era duro, ma non abbastanza. Occorre essere feroci. Le torri sono una foresta, una selva, e noi siamo fiere affamate.
maggio 2024
340
978-88-6810-579-2
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Sinossi
Novembre 1529. A Bologna Carlo V e Clemente VII cercano un accordo non facile per porre fine allo stato di guerra che affligge da decenni l’Italia. All’ombra degli incontri tra il Sommo Pontefice e l’Imperatore del Sacro Romano Impero, Domenico, un piccolo faccendiere bolognese, viene ingaggiato da un ricco soldato spagnolo per portare a termine l’azione più pericolosa contro la Città: organizzare una squadra per trasferire il segreto del mulino da seta alla bolognese fuori dai confini. La pena per un’azione del genere è la morte.
Primo capitolo
Prologo
Le vecchie imposte di legno ingrigito erano chiuse. Serrate.
Lo erano ancora, come lo erano sempre state negli ultimi due mesi di quella primavera dell’anno del Signore 1510.
Che poi, Domenico non avrebbe saputo dire se quello fosse davvero il 1510, o il 1511 o il 1509.
Sapeva che era la fine della primavera perché la Pasqua era passata da parecchio, le giornate si erano fatte più lunghe e il caldo intenso.
Aveva contezza anche del fatto che quel giorno non fosse domenica. Nessuno andava a messa e chi avrebbe potuto farlo non stava preparando l’unico pasto decente della settimana.
L’inverno appena terminato era stato molto nevoso e questo prometteva bene per il frumento. Al contrario, la primavera si era presentata umida e piovosa e quella condizione non era favorevole.
Così dicevano i villici che dal contado portavano i prodotti per il mercato cittadino.
Domenico, o Mingo, come era conosciuto in strada, era consapevole che di lì a poco sarebbe stato di nuovo possibile addentare il pane fatto con la farina appena macinata, se il cielo e la terra non avessero giocato degli scherzi.
A condizione di essere furbo e svelto.
Domenico conosceva all’incirca la propria età: dieci anni. Ma potevano anche essere undici. Sua madre era stata vaga.
E nemmeno suo padre era molto loquace, a questo proposito. Al contrario, sembrava sempre avere un moto di fastidio quando doveva parlare di questioni collegate a Mingo.
Il ragazzino sapeva bene anche dove avrebbe dovuto rincasare, quando fosse arrivata la sera.
In teoria.
Ma, considerando che i suoi genitori non si preoccupavano più di tanto se lui fosse a casa o meno, e lui non aveva sempre voglia di dividere il frutto delle sue abilità, dovendone anche rendere conto, Mingo preferiva passare le sere e le notti in rifugi che ben conosceva.
Una stalla per cavalli, un magazzino con un abbaino dalla chiusura imperfetta, la cantina abbandonata di una taverna il cui tetto era crollato e aveva fatto secchi i proprietari e alcuni avventori.
Poi c’erano altri posti, meno usuali, ma che potevano tornare utili quando veniva sorpreso dal buio lontano da casa o doveva sfuggire ai birri che cercavano di acchiappare i responsabili di qualche sassata.
Mingo non aveva alcuna voglia o desiderio di passare le giornate e le notti a casa. Così come non aveva voglia di percorrere i sentieri tracciati dai suoi genitori, che avevano consumato la propria infanzia e giovinezza nelle filande.
Erano gente onesta, in fondo, ma suo padre aveva lasciato buona parte della vista e un dito nel buio delle macchine che incessantemente torcevano la seta. Sua madre, aveva dimenticato bonomia e tenerezza, quando, costretta a lavorare al telaio per le scadenze imposte dai mercanti, aveva perso il secondo figlio, ancora in grembo.
Ecco, Domenico non voleva che a lui accadesse la stessa cosa. Non ambiva di certo a entrare nella macchina della produzione della seta bolognese. Non desiderava trasformarsi in un apparecchio meccanico in carne e ossa al servizio del telaio, per riempire le tasche dei mercanti, dei borghesi e della nobiltà che finanziava l’impresa.
Aveva visto i denari passare di mano in borsa e di borsa in mano, al Mercato di Mezzo. Aveva osservato i banchi scambiare le monete e i proprietari delle filande acquistare i bachi al pavaglione.
C’era tanto denaro tintinnante a Bologna e Mingo non capiva bene come mai, di quel fiume impetuoso di oro e argento, nelle tasche dei suoi genitori giungessero solo poche stille.
Se avesse deciso di correre dei rischi, lo avrebbe fatto tra i vicoli e sulle piazze. Non avrebbe potuto farsi una famiglia? Poco male. Perché mettere al modo altri piccoli schiavi? Chi gli dava il diritto di condannare altre creature a una vita di miseria e soprusi? Non aveva doti, beni o eredità da lasciare, quindi non aveva l’ansia della discendenza, come si diceva avessero i nobili, i borghesi e i mercanti.
Domenico era un ragazzino sveglio, come i suoi compari di strada e anche di più.
Mingo aveva un amico prediletto che abitava in fondo a quel vicoletto, in Borgo San Pietro, per il quale era preoccupato.
Questo amico si chiamava Alessandro, ma lui lo chiamava Sandrino, perché era un po’ più basso e parecchio più mingherlino di lui. Mingo si era affezionato a Sandrino e cercava di insegnargli l’arte di sopravvivere tra i vicoli, i canali e le piazzette di Bologna.
Sandrino aveva perso la mamma dopo una rapida malattia. Secondo la madre di Domenico, che tutto sapeva e tutto udiva dalle malelingue delle trattrici, la donna era stata vittima di un maleficio o di un avvelenamento.
Comunque, la morte aveva lasciato il padre di Sandrino da solo con tre figli piccoli, di cui l’amico di Domenico era il minore e, sempre secondo le chiacchiere del mondo della seta, l’uomo era rimasto anche con un grosso debito nei confronti dello speziale.
Così Sandrino mangiava, ma non tutti i giorni, e cresceva poco.
Mingo si era dato il preciso compito di aiutare l’amico in ogni maniera possibile.
Rubava cibo ogni volta che se ne presentava l’occasione, ben sapendo di correre il grosso rischio di trovarsi, un giorno o l’altro, davanti agli Uditori del Torrone, tra due birri. Oppure, alla meno peggio, sonoramente bastonato.
Ma gli amici sono tali se corrono rischi per te senza chiederti nulla in cambio.
E nulla avrebbe potuto dare Sandrino, nelle sue condizioni.
L’inverno trascorso aveva rinsaldato quel vincolo d’affetto e adesso Mingo era angosciato.
Non vedeva Sandrino da troppo tempo, e nemmeno il suo babbo e i suoi due fratelli.
La casa era sprangata e vuota. I suoi abitanti erano andati fuori città all’inizio della primavera, appena le strade si erano fatte percorribili, e non erano più tornati.
Ma lo avrebbero fatto, prima o poi quelle finestre si sarebbero riaperte. Domenico ne era certo e voleva essere il primo a salutare il suo amico.
Mingo passava da lì, dal vicolo dei Buffoni, almeno due volte al giorno per controllare.
Camminava con l’aria di chi ha cose importanti da fare fino alla riva dell’Aposa, sbirciando porte e finestre della casa di Sandrino per cogliere qualche segno del ritorno.
Cominciava a perdere le speranze. Aveva anche immaginato che il babbo del suo amico avesse inscenato quel viaggio temporaneo presso i parenti di Ferrara per coprire una fuga dal debito con lo speziale.
Oppure, che avesse ceduto la casa per pagare il debito e avesse dovuto lasciare lo stabile.
Ma, in tal caso si sarebbe trasferito in qualche altra casa, a fitto. Perché andare via?
E lo stabile sarebbe stato subito occupato da qualcun altro, essendo in buone condizioni.
Questo pensava Domenico mentre, arrivato in riva al canale, girava sui tacchi delle scarpe che non aveva e tornava verso la via del Borgo.
Quel giorno, all’improvviso, uno scuro scricchiolò e si aprì lentamente.
Lo seguì l’altro battente, in una pioggia di polvere e calcinacci.
Mingo si fermò con il cuore in gola dalla gioia. Erano tornati!
Si nascose dietro a un angolo per osservare, in attesa che il suo amico sgusciasse fuori dall’uscio e si precipitasse in strada. Dove altro avrebbe dovuto stare un ragazzetto in una giornata come quella, con il sole alto e l’aria calda che correva per la via?
Forse Sandrino doveva aiutare il babbo a sistemare casa. Sarebbe uscito più tardi.
Mingo si apprestò ad attendere. Per quello che aveva da fare…
Il giovane perse il conto del tempo, anche se le ombre sulla strada si erano spostate sensibilmente, e dell’amico non si vedeva traccia.
A un certo punto, il babbo di Sandrino uscì, chiuse la porta ben bene e si diresse verso il mercato.
Mingo attese che l’uomo sparisse in direzione della piazza Maggiore poi decise di bussare all’uscio.
Picchiò più volte, senza ottenere risultato. Ma lui non era tipo da lasciarsi scoraggiare. Attraversò gli orti sul retro, prestando bene attenzione a non farsi scorgere, con il rischio di essere scambiato per un ladruncolo, cosa che in quel momento non era, e giunse alla casa di Sandrino. Si intrufolò nel sottotetto passando da una finestrella stretta e polverosa. A quel punto fu dentro, nel silenzio di una casa vuota.
L’interno dell’edificio era deserto e la polvere rimaneva negli angoli e sugli scaffali più difficili da raggiungere. Il babbo di Sandrino doveva aver fatto un po’ di pulizia al suo rientro. Giusto una sgrossata.
Il tavolaccio era accostato alla parete, gli sgabelli riuniti in un angolo e la cassapanca di fianco al focolare.
Tutto era in ordine, ma non vedeva segni della presenza del suo amico e dei suoi due fratelli.
Girò per le tre stanze che componevano l’abitazione a piano terra, senza toccare nulla e senza lasciare traccia.
Solo uno dei giacigli era stato preparato. Sembrava la casa fosse abitata da una sola persona.
Una sensazione di sconforto gli strinse lo stomaco mentre tornava a uscire passando attraverso lo stretto pertugio. Quando rientrò sul vicolo andò quasi a sbattere contro il padre di Sandrino.
Questi sollevò un sopracciglio, sorpreso.
— Scusate! — disse il ragazzino.
L’uomo accennò un sorriso. — Stai attento, che c’è gente che se la prende con nulla, di questi tempi.
Mingo abbassò lo sguardo, come aveva imparato a fare quando non voleva guai.
Il padre di Sandrino fece per proseguire, poi ristette e chiese: — Ma tu non sei l’amico del mio Sandro?
Il ragazzo sollevò lo sguardo, annuì e sorrise. — Sono Domenico. Domenico di Mariano.
L’uomo annuì. — Giusto, giusto. Conosco il tuo babbo.
Mingo, ringalluzzito, chiese: — Sandrino, sì, insomma, Sandro, dov’è?
Una nebbia di lacrime offuscò lo sguardo dell’uomo. Le spalle sembrarono piegarsi e la bocca si strinse, facendo arricciare i baffi grigi.
— Il mio Sandro e i suoi fratelli, non ci sono più.
Mingo fece un passo indietro, come per prendere distanza dall’orrore di quella frase. — Come…
Il padre di Sandro scosse il capo, lentamente, con gli occhi lucidi. — Le febbri se li sono portati via in pochi giorni, durante il viaggio per Ferrara.
— No! Non è giusto! — esclamò Mingo con voce strozzata.
L’uomo mormorò: — Prima la mia amata Rosa, poi tutti e tre i ragazzi. Se il buon Dio prendesse anche me, mi farebbe un favore… E uno sgarbo allo speziale.
Il ragazzo non resistette più a lungo e corse via, piangendo e lasciando l’uomo in mezzo alla strada, con un cesto contenente qualche cipolla e un pezzo di pane.