numero collana
È una sera scura, strana e complicata anche quella di Paola Ruggero, Sovrintendente della Questura di Bologna. Nella stessa sera in cui Albanese sta pensando al corpo rotondo e al seno formoso della donna che giace al suo fianco su di un letto che odora di sesso, Paola guarda il cielo scuro, ma non buio. È tornata a San Luca, perché a San Luca non si muore.
maggio 2024
188
978-88-6810-583-9
15,00
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Sinossi
A Castello di Serravalle, a trentacinque chilometri da Bologna, un agente immobiliare viene trovato morto in mezzo alla neve. Ai piedi della basilica di San Luca della città felsinea, un italo americano muore con diverse coltellate all’addome. In entrambi i casi è stato usato un coltello per uccidere e una A cerchiata, simbolo di Anarchia, è stata disegnata vicino ai cadaveri. Delle indagini in provincia se ne occupa il maresciallo dei Carabinieri Raffaele Mancuso; scoprire il colpevole dell’omicidio di Bologna è compito della Squadra Mobile e del sovrintendente Paola Ruggero. Giornali e televisioni soffiano sul fuoco della paura e dell’allarmismo: “A Bologna c’è un serial killer che uccide anche in provincia?” La Procura unifica le indagini, il Sostituto Procuratore Beatrice Lombardo è il magistrato incaricato di coordinarle. Beatrice, Paola e Raffaele, tre professionisti, tre personalità diverse che danno vita a una stretta collaborazione fatta di punti in comune e di diversi scontri. Bologna e la sua provincia sono lo sfondo di questo romanzo giallo in cui le indagini a tutto tondo conducono il lettore a un finale inaspettato.
Primo capitolo
1
Buio, luce, la testa che gira, nausea.
L’uomo è legato a una poltrona, anzi, alla poltrona del suo ufficio. L’ha acquistata per farsi un regalo dopo la conclusione di un’importante transazione. Poteva prenderne altre, ma ha voluto proprio quella, creata a mano da un famoso artigiano italiano.
L’uomo non ha la passione per le auto lussuose, né per gli orologi costosi, non ha vizi, non beve, non fuma, non gioca d’azzardo e non frequenta donne di malaffare. Casa e chiesa dice qualcuno. Quella poltrona è il gioiello che si è regalato.
Buio, luce, la testa che gira, nausea.
L’uomo pensa che quando ha comprato quella poltrona non poteva neanche lontanamente prendere in considerazione che servisse a quello scopo. Il sudore gli attraversa la camicia e sicuramente ha già lasciato un alone sullo schienale, i braccioli sono macchiati di sangue, di quel sangue che gli sta colando, copioso, da uno zigomo e dal naso.
Sono entrati nel suo ufficio all’improvviso, veloci e fulminei l’hanno bloccato e legato senza che lui riuscisse a emettere un suono, senza che riuscisse in qualunque movimento per difendersi.
— Hai capito cosa ti ho detto stronzo?
Quella che gli fa la domanda, è una voce profonda e roca, probabilmente figlia di tante sigarette.
Certo che ha capito, come potrebbe essere altrimenti, ma perché glielo chiedono se poi non lo fanno rispondere? Due grosse funi bloccano gli arti superiori ai braccioli della poltrona, le gambe sono anch’esse legate tra di loro, una corda più sottile, ma tagliente, gli immobilizza il collo e lo costringe ad aderire perfettamente allo schienale, un pezzo di nastro adesivo per pacchi gli tappa la bocca. In quelle condizioni, non può rispondere, non può dire nemmeno sì o no muovendo la testa; sposta gli occhi dall’alto al basso sperando che intendano il suo pensiero.
— Hai capito cosa ti ho detto stronzo? — chiede ancora la voce alle sue spalle.
È una domanda retorica perché subito dopo un altro pugno lo colpisce alla bocca dello stomaco.
Buio, luce, sempre meno, vomito che questa volta gli arriva fino in gola.
Deglutisce a fatica e guarda l’uomo che ha davanti e che l’ha colpito. È grande e muscoloso, molto più giovane di lui, uno strapotere fisico che non avrebbe potuto contrastare neanche nei giorni migliori della sua gioventù.
Ha visto nei film che possono essere violenti, lo sta provando sulla sua pelle; non avrebbe mai pensato che una cosa del genere potesse accadere a lui, a sessant’anni superati abbondantemente. Per chi? Per cosa? Assurdo. Sono in due sicuramente, ma ogni tanto, da qualche parte, gli sembra di intravvedere un’ombra; forse ce n’è un terzo.
— Non fare il furbo — dice ancora la voce alle sue spalle, mentre l’uomo che l’ha menato fino a quel momento impugna un coltello a serramanico.
Buio, luce, la testa che gira e che gli duole enormemente.
L’uomo legato spalanca gli occhi, il terrore lo invade, pensa di essere morto, invece, qualche istante dopo, capisce di essere in una stanza che conosce bene, muove le pupille, si guarda attorno per esserne certo. È nel suo ufficio, seduto sulla poltrona che tempo addietro si era voluto regalare. Ogni pezzetto di quella pelle artigianale libero dal suo corpo non è più del colore originale, ma è imbrattato di sangue. Sente dell’umido sotto le natiche e sotto le cosce, è certo di aver bagnato la seduta con la sua urina.
L’uomo si rende conto di essere solo; se ne sono andati, gli hanno liberato le braccia e il collo, è rimasto con le gambe legate e il nastro per pacchi a chiudergli la bocca. Alza la mano destra, prende un angolo del nastro e tira con tutta la forza rabbiosa che ha in corpo. I peli della barba rimangono attaccati alla colla, il gesto brusco gli provoca un forte dolore, che non sarà mai grande come quel dolore che gli buca l’anima.
Seduto sulla poltrona del suo ufficio, l’uomo urla un grido disperato. Non è morto, non ancora.
***
Come ogni fine settimana il centro commerciale è frequentato da tantissima gente; i radiatori che generano calore sono in funzione dalla mattina alla sera, le luci a parete e quelle delle attività commerciali lo rendono certamente il più luminoso di Bologna e provincia.
Un papà guarda il proprio figlio che cavalca un cavallo a gettoni, troppo lunghe quelle corse del bambino sulla giostrina, la palpebra cede all’adulto e gli sbadigli sono costanti; una mamma spinge una neonata sul passeggino, gli occhi della piccoletta sono attenti, vispi e furbi, la testolina si gira curiosamente a destra e sinistra, due anziani si tengono la mano mentre passeggiano distrattamente.
Se durante la settimana si possono incontrare persone in pausa pranzo, liberi professionisti che si appoggiano alla rete wi-fi gratuita, genitori che approfittano dei figli a scuola per fare acquisti con calma e serenità, il week-end è il giorno delle famiglie, per fare la spesa e magari litigare oppure per andare in un luogo caldo dal momento che fuori la temperatura rasenta spesso lo zero.
Da un forno esce una teglia di pizza margherita fumante, pronta per essere tagliata e messa nei vassoi di cartone alimentare, le cameriere che servono le tigelle imbottite di qualsivoglia salume sono già tutte all’opera ormai da diverse ore.
Un commesso vestito da arbitro di basket americano esce dal negozio più affollato del centro commerciale per andare a prendere un caffè.
— Sei in pausa? — gli chiede la barista; l’ha visto arrivare, non ha occhi che per lui.
— No, ma non ce la facevo più, ho solo voglia di andare a casa a dormire. Ieri sera ho fatto tardi.
“Chissà con chi. Perché non mi inviti mai fuori? “ pensa la ragazza con dispiacere.
È una ragazza anche quella che chiede e paga un pacchetto di caramelle alla menta, di quelle pastigliette che se non riesci a lavarti i denti fanno il miracolo di renderli puliti e profumati; dietro di lei ci sono altre quattro adolescenti, sono vestite come se dovessero andare a una serata di gala, gli occhi attenti a chi passa, sguardi e sorrisi li dispensano solo ai coetanei di bell’aspetto.
Negozi di abbigliamento, brand internazionali, catene alimentari che cercano di soddisfare i palati di bolognesi e non, fanno da corollario a questa multietnica e variegata massa di persone: c’è chi corre, chi gioca, chi passeggia perché non ha altro da fare. In questa cornice confusionaria e a volte nevrotica ci si può confondere o addirittura nascondere.
— Domani ci sarà quanto è stato chiesto. Però bisogna mantenere le promesse! — dice un uomo con la pancia prominente. Ha una sigaretta nella mano destra, vorrebbe accenderla, ma non può. Allunga il passo verso l’uscita perché ha voglia di fumare.
— Non c’è problema — sente rispondere.
— Bene. A casa saranno contenti.