— Non sono assolutamente impazzita: so per certo che lei aveva un buon movente per uccidere Bruno Giorgi. Parliamo di questo.
E piantò sulla scrivania di fronte all’uomo, tenendolo bene con le dita, a debita distanza per paura che la sua prova le fosse sottratta, il pezzo di carta che aveva trovato nell’ufficio di Bruno con scritti i conteggi del drenaggio.
Il geometra per un attimo impallidì.
— Ah ah, qualcuno ha perso le parole di bocca?
Sinossi
Tra le colline ammantate di filari, un misterioso omicidio sconvolge gli agricoltori dell'Oltrepò Pavese. Anna, giovane e improvvisata investigatrice in erba o, per meglio dire, in vigna, si cimenta nel tentativo di risolvere il caso. Questo romanzo più che giallo, color vinaccia, con personaggi familiari di una terra alcolica, fino all'ultima riga e soprattutto fino all'ultima goccia di vino, ti terrà col fiato sospeso e con il dubbio acceso: chi ha commesso il delitto?
Primo capitolo
3 settembre 2008
Mercoledì
Anna stava sorseggiando il caffè immersa nei suoi pensieri, quando Roberto, il trattorista, le fece notare che erano già le due di pomeriggio. A furia di ridere e scherzare non si era accorta che il tempo era passato in fretta. Sussultò perché dovevano correre alla Cantina Sociale “L’Uva Rara” dove un’ora e mezza prima avevano lasciato il rimorchio carico di uva Pinot Nero da vuotare. Avevano pranzato insieme a casa di Roberto con un trancio di pizza comprato per strada dal panettiere e un bicchiere di vino rosso... che fa sempre bene.
Quel giorno, il primo giorno di vendemmia, come tutti gli anni si era ripetuta la solita sequenza di scene, con una variante in più rispetto al solito: anche lei per la prima volta come il padre aveva avuto un sonno agitato e discontinuo, intervallato da immagini oniriche di uva, vendemmia, incidenti e disguidi. Sì perché tutti gli anni era così, con lui agitatissimo come se stesse per succedere il finimondo, che si muoveva in modo frenetico nella serie di semplici e ormai ben conosciute operazioni da fare: preparare il muletto (il trattore cingolato) col cassone dove versare l’uva; le ceste o le cavagne da riempire; i forbicioni per gli uomini e condire il tutto con un po’ di ottimismo che invece era normalmente soffocato dalla tensione, almeno per la prima parte della giornata.
Quella mattina Anna aveva puntato la sveglia alle cinque e trenta, ma si era già svegliata più volte alle tre, alle quattro e mezza alle cinque e un quarto, e mentre era lì che si rigirava nel letto, pensava che forse avrebbe fatto meglio ad alzarsi e raggiungere suo padre, che di sicuro era già nei vigneti con la torcia.
Non le dispiaceva alzarsi presto la mattina. Certo non era sempre facile, specie quando la sera capitava di fare un po’ tardi e la voglia di restare a letto al suono della sveglia era tanta. Durante i periodi di potatura e di legatura delle viti, si alzava sempre poco prima che facesse luce e quando partiva a piedi o in auto per andare nei vigneti, lo spettacolo che si presentava ai suoi occhi era veramente mozzafiato.
C’erano dei giorni in cui il cielo assumeva colori da fotografia: il gioco di luce del sole ancora dietro alle colline che si rifletteva nelle nuvole, creava delle scale cromatiche dal giallo, al rosso, al rosa e al lilla ed era veramente un prezzo che valeva la pena pagare per essersi svegliati così presto. Erano queste le occasioni in cui si sentiva veramente una persona fortunata. Non era per tutti lo svegliarsi presto, annusare i profumi della natura e sentire l’aria fresca del mattino sulla pelle anche in quelle giornate d’agosto in cui già alle otto di mattina il caldo è afoso e insopportabile per la maggior parte delle persone che lavorano in un ufficio con l’aria condizionata.
Non aveva mai ritenuto il lavoro in campagna un lavoro pesante. Al di là del fatto che era stata una sua scelta, pur avendo avuto anche altre possibilità, era comunque una persona che affrontava ogni evento della vita in modo positivo e sapeva vedere il meglio di ogni situazione. Quando d’inverno, vestita a carciofo con così tanti strati di lana e flanella da sembrare il donnino Michelin, si muoveva sulla neve tra i vigneti cercando di scongelare la punta delle dita delle mani e dei piedi, era comunque felice di non essere chiusa in un ufficio a dover fare di controvoglia qualcosa ordinatole magari da un capo antipatico e del quale non condivideva idee e modo di pensare. La libertà della vita di campagna era insostituibile.
Certo non era tutto rose e fiori. In quegli ultimi cinque anni l’attività di vendita del vino non era andata così tanto bene, anzi, diciamo pure era andata male: la crisi si era fatta sentire anche per la sua piccola azienda, come per tante della zona e, proprio come tante aziende a conduzione familiare, Anna e il padre Mario avevano dovuto ricorrere (con gran fatica per farselo concedere) a un prestito che stavano pagando col sudore della fronte. Come ripeteva spesso parlando con gli amici, stavano lavorando per pagare la banca. Ed era proprio così. Alla fine del secondo anno, fatti due conti, avevano visto che non c’era stato guadagno da reinvestire nell’azienda, erano a malapena riusciti a mantenersi e coprire le spese, ed erano sempre lì a dover fare i conti per vedere se potevano pagare subito i fornitori o, come spesso capitava, in ritardo.
D’altronde la crisi c’era e fare finta di non vederla sarebbe stato stupido. La gente o aveva smesso di bere il vino per tagliare sui costi o, se voleva comunque bere senza preoccuparsi troppo della qualità, andava al supermercato a prendere i vini in offerta a prezzi stracciati. Era per questo che gradualmente Anna e Mario avevano smesso di produrre vino dedicandosi interamente alla viticoltura e vendendo l’uva prodotta alla Cantina Sociale che pagava meglio, pur non offrendo prezzi esagerati e che garantivano a malapena la sopravvivenza delle aziende socie. In pratica tutti vendevano l’uva al loro più grande concorrente, in un certo senso.
Sì perché “L’Uva Rara” poteva permettersi dei prezzi di vendita del prodotto finito molto bassi, avendo una produzione su larga scala. In questi anni di crisi le sue vendite erano, al contrario di altre aziende familiari, aumentate a dismisura. Si erano associati la maggior parte dei produttori della zona, facendo sì che quella piccola regione diventasse un vero e proprio monopolio per la cantina.
“L’Uva Rara” , soprattutto in quell’ultimo anno di crisi nera per tutta la nazione, aveva brillato di luce propria invece, come una perla incastonata tra le colline dell’Oltrepò Pavese. Era fonte di orgoglio per tutte le inutili associazioni garantiste che nascevano come funghi a corollario di essa pur di godere di un po’ di quella luce riflessa. Nient’altro che un ulteriore sperpero di denaro per le piccole aziende nell’ombra che arrancavano per rimanere a galla.
Ma Anna sapeva che le cose pian piano si sarebbero risolte, era già andato tutto migliorando in quell’ultimo periodo e anche se non poteva più sperare negli aiuti statali come avveniva negli anni di boom economico che aveva vissuto suo padre, era certa che con le loro forze e un po’ di ottimismo la situazione sarebbe migliorata, bastava volerlo veramente.
Quell’anno la produzione era davvero notevole: erano migliorati molto nella potatura e le vitine piantate nel 2007 ormai erano delle giovinette nel pieno della loro produzione. Quella mattina del tre di settembre la raccolta era andata bene e non avevano sofferto il caldo che si era fatto sentire per tutta la settimana precedente in modo anomalo e soffocante.
Roberto era già fuori e aspettava Anna sul cancello, lei era andata sulla strada con la sua auto e lo aveva fatto salire: — Dai, dai Roberto che siamo in ritardo. Siamo andati a portare il trattore per essere tra i primi e adesso ci saranno passati tutti davanti. Che storditi che siamo!
— Siamo?? Parla per te... sei tu la matta qui, non io.
— Qui se c’è un matto lo sai bene è mio padre.
Anna si mise a ridere e come al solito avevano scherzato su suo padre e sulla sua frenesia del primo giorno di vendemmia.
— Era ben inariato tuo padre stamattina?!?! — disse Roberto ridendo sonoramente.
— Eheee lo sai anche tu com’è fatto, ormai lo conosci... è in fermento come il mosto nelle botti.
Dopo circa mezz’ora arrivarono alla Cantina, però si accorsero subito che qualcosa non andava.
C’erano due macchine dei Carabinieri parcheggiate appena dentro al cancello e si vedevano i lampeggianti di un’auto-medica e di un’ambulanza ferme ad un centinaio di metri dall’ingresso principale dove i trattori entrano ed escono per pesare la tara e poi vuotare il rimorchio nel torchio. Anzi era proprio dove c’erano i torchi che era stata delimitata l’area con il nastro rosso e bianco e c’era un gruppo consistente di persone che si accalcava per vedere qualcosa, mentre due carabinieri con lo sguardo un po’ sconvolto cercavano di farli allontanare. Altri due uomini in divisa sulla strada cercavano di far andare avanti i trattori che arrivavano spiegando loro di parcheggiare sull’altro lato nel terreno girato di recente dove avevano già da qualche settimana battuto il grano. C’erano almeno una ventina di trattori fermi nel campo. Anche Anna seguendo le indicazioni dei carabinieri aveva lasciato l’auto lungo la strada poco avanti l’ingresso della cantina non potendo con la sua piccola e bassa utilitaria parcheggiare nel campo.
— Cosa sarà successo secondo te? — chiese Anna a Roberto mentre si avviavano verso un crocchio di persone stazionato di fronte al cancello della cantina.
Aveva il cuore che le batteva in gola dall’agitazione, capiva che era successo qualcosa di grave e allo stesso tempo stava pensando alla vendemmia in corso e ai rimorchi di uva che ancora dovevano consegnare.
— Non ne ho la più pallida idea, ma di sicuro non è successo niente di buono se hanno chiamato addirittura i carabinieri… e non credo sia solo qualcuno che si è sentito male...
— Già...
Avevano entrambi uno strano presentimento.
Arrivati al gruppo di persone si sentiva un vociferare confuso e la voce forte e decisa di Jean che cercava di sovrastare le altre: — State calmi, adesso stiamo cercando di organizzare i viaggi in altre cantine e prepararle al ricevimento dell’uva almeno per oggi.
Jean era un ragazzotto di origine francese, di Lyon, che era venuto a frequentare l’ultimo anno di agraria all’università Cattolica di Piacenza con il progetto Erasmus. Verso la fine dell’anno accademico aveva cominciato uno stage presso “L’Uva Rara” e aveva deciso di convertire tutti i voti degli esami superati in Francia nei punteggi di quelli italiani, integrando con gli esami mancanti il suo percorso di studi e laureandosi infine a pieni voti. Dallo stage al lavoro il passo era stato breve anche perché era un ragazzo in gamba, preparato e volenteroso che era disposto ad imparare il più possibile il lavoro sia di cantiniere sia di viticoltore: si era impegnato parecchio ed erano ormai tre anni che lavorava a tempo pieno per la Cantina Sociale.
Ad Anna quel ragazzo stava molto simpatico, anzi a dire il vero le piaceva anche un pochino, ma le occasioni in cui si erano visti o parlati erano piuttosto rare. Si incontravano ovviamente durante la vendemmia perché Jean era responsabile del macchinario che misura i gradi del mosto. Questo lo portava a volte a fare anche diciotto ore di lavoro al giorno per terminare le misurazioni di tutti i rimorchi d’uva ritardatari che arrivavano alla cantina dopo le sette di sera e che per via di tale ritardo finivano per vuotare l’uva nei torchi anche a mezzanotte, ma d’altronde si sa, in vendemmia è così.
Jean però, nonostante il tanto lavoro e la visibile stanchezza sul viso era sempre sorridente, scherzava con tutti e per Anna aveva sempre una parola gentile in più. Non era altissimo probabilmente sul metro e settantacinque e aveva due bellissimi occhi scuri, il classico profondo sguardo mediterraneo. I capelli erano folti e sempre un po’ arruffati anch’essi scuri, sul castano. Aveva sempre la sigaretta in bocca.
Be’ nessuno è perfetto, pensava Anna.
Aveva più o meno la sua età, forse qualche anno meno, sulla trentina e non sapeva se era impegnato o no a dire il vero: forse era il caso di indagare a riguardo... non si sapeva mai, non voleva mica restare zitella a vita. Ma non era quello il momento per pensarci.
— Ciao Anna — la salutò Jean con il suo solito sorriso benevolo anche se lo sguardo tradiva una grande preoccupazione.
— Cos’è successo Jean? Come mai tutto questo caos? E perché è tutto fermo?
— C’è stato un incidente... hanno trovato un uomo... — tenne in sospeso la frase per qualche secondo come indeciso se parlare o meno — un uomo si è sentito male insomma, hanno dovuto fermare le macchine e.…
— E i carabinieri che c’entrano? — urlò una voce maschile dietro le spalle di Anna.
— Be’ i Carabinieri... sono stati chiamati per evitare questioni... litigi… sapete com’è... Comunque ora date retta a me, la vendemmia non si può fermare. Abbiamo contattato due cantine della zona: a seconda della vostra provenienza sarete destinati all’una o all’altra, prendete i trattori e andate alla vecchia pesa nell’altro cortile vi diranno dove portare l’uva, qui dovrà essere tutto sgomberato entro mezz’ora. Perciò muovetevi.
Detto questo Jean voltò le spalle al crocchio di agricoli che si disperdevano alla volta dei loro trattori, mormorando imprecazioni, facendo domande e soprattutto lamentandosi della perdita di tempo. Non era certo quello che ci si aspettava nella giornata più frenetica del viticoltore.
Anna si rivolse a Roberto: — Ok, se c’è da fare così, così faremo. Tu vai con il trattore a sentire dove dobbiamo vuotare l’uva, nel frattempo chiamo mio padre e gli dico che il secondo rimorchio stasera andrà portato altrove e che gli farai sapere...
— Ok Anna, ci vediamo più tardi, ciao.
— Ciao.
Anna era pensierosa mentre ascoltava gli squilli a vuoto del cellulare di suo padre.
— Cosa c’è? — rispose d’un tratto Mario con una gran furia nella voce.
Ormai il pronto? detto educatamente era superato tra loro... d’altronde anche lei quando era lui a chiamarlo rispondeva con un Ohoo?
— Ehi, c’è stato un incidente alla cantina, non s’è capito bene, comunque l’uva va portata da un’altra parte per oggi, Roberto ti chiamerà e ti farà sapere, ok?
— Come un incidente? Sa vö dì??
Cosa vuol dire? Tradotto dal dialetto del padre che quando si animava passava in automatico al dialetto pavese.
— Non so, non ci hanno spiegato, qualcuno che è stato male alla cantina forse… comunque niente, l’uva si porta da un’altra parte. Ci vediamo dopo, ciao.
Buttò giù il telefono senza neanche ascoltare la risposta. Voleva capire meglio cosa stava succedendo.
Nel frattempo tutti i trattori parcheggiati nel campo si erano avviati alla vecchia pesa e anche il cortile dove si trovavano i torchi era sgombro, ma tutt’intorno era stato transennato. Anna vide chiaramente che stavano caricando sull’ambulanza una barella sopra la quale si trovava evidentemente un corpo, ricoperto da un telo verde. Le girò un po’ la testa.
Evidentemente qualcuno non solo si è sentito male… ma ci ha anche lasciato le penne!
Sperava, nell’agitazione che le prese, che non fosse nessuno che conosceva, nessuno dei ragazzi della cantina o dei suoi amici agricoli... voleva saperne di più.
Vide che il direttore della Cantina il signor Edoardo Rossi stava ascoltando un agricoltore che piangeva e parlava a un carabiniere, le sembrava Guido Giorgi, ma da quella distanza non poteva esserne certa. Altri due carabinieri sembrava stessero interrogando gli altri dipendenti della cantina. Anna riconobbe in uno degli ufficiali il suo compagno delle superiori Giacomo, di origini calabresi, figlio di un finanziere che si era trasferito al nord quando il figlio aveva sei anni. Si erano persi di vista durante gli anni di università per poi ritrovarsi l’anno precedente ad un corso di difesa personale. Giacomo era sposato da sette anni e la moglie era incinta del primo figlio. Quando lo vide distaccarsi dal gruppo di persone Anna lo salutò con la mano e gli fece segno di venirle incontro.
— Ciao Anna, che ci fai qui? — le chiese Giacomo azzardando un sorriso.
— Ero qui per vuotare l’uva, ma... che è successo?
— Eheee, è successo un bel casino. Hanno trovato un uomo morto in un rimorchio d’uva.
— Cosa???
— Già, sembra incredibile eppure è così. Dalle prime testimonianze pare sia proprio stato scaricato in uno dei torchi: stavano vuotando il cassone di uva, uno dei primi, non c’era molta gente in quel momento, il torchio era in funzione. Uno degli addetti alle macchine ha intravisto prima una mano che spuntava, ma ha detto che non riusciva a capire cosa fosse all’inizio, gli sembrava strano poi più si vuotava l’uva più si scopriva quella strana forma e ad un tratto ha visto il corpo che cadeva giù dove girano le pale che spingono l’uva nelle pigiatrici e ha immediatamente fermato tutto. Fortunatamente sono riusciti a tenere lontano un po’ la gente che non era ancora tutta qui per vuotare i carichi. Ora ovviamente è stata aperta un’indagine per capire se si tratta di un incidente o, cosa ben più probabile, di omicidio.
— Omicidio? Qui? Tra contadini?
Vero che tra tutti gli agricoltori c’è sempre amore e odio, ma arrivare al punto di uccidere… le sembrava incredibile.
— E potrei sapere chi è la persona che è stata uccisa?
— Mi raccomando, Anna, mi fido di te, sono informazioni molto riservate e non sappiamo ancora se si tratta di omicidio...
— Dai Giacomo, mi conosci lo sai che non ti devi preoccupare, non lo dirò a nessuno.
— L’uomo trovato nel cassone dell’uva si chiama... be’ si chiamava, Bruno Giorgi.
Vide lo sguardo stupito negli occhi di Anna.
— Lo conoscevi?
— Oddio... in effetti, sì, be’ non bene, cioè, di vista… insomma...
Si rendeva conto che la sua voce usciva a fatica.
— È un agricoltore che ha alcuni terreni vicino ai nostri...
Ebbe una strana sensazione, un inspiegabile brutto presentimento. Si sentì gelare il sangue nelle vene. Qualche giorno prima suo padre Mario, aveva litigato con Bruno per via di alcuni pali di cemento capofila che sostengono le viti e che Bruno gli aveva rotto facendo manovra col cingolo, senza neanche chiedere scusa o offrirsi di sostituirli. Il padre era andato da Bruno sbraitando, ricordava chiaramente le sue parole perché gli aveva riferito com’era andato l’incontro e che cosa gli aveva detto: Se mi rompi ancora dei pali, io vengo lì e te li spacco in testa!
Era ovvio che si trattasse di una frase buttata lì in un momento di rabbia, ma in un contesto come quello di un probabile omicidio appena avvenuto, il suono di quelle parole nella testa di Anna rimbombavano fino a frastornarla. Non che pensasse che suo padre potesse fare una cosa del genere. Era un uomo dal temperamento forte, che facilmente si scaldava e si arrabbiava per difendere le sue ragioni, ma non avrebbe mai fatto male ad una mosca. Nel corso di quegli anni lo aveva visto litigare o discutere... diciamo pure con tutti i vicini e conoscenti, per un motivo o per l’altro, ma erano sempre comunque in buoni rapporti e pronti anche ad aiutarsi in caso di bisogno. Magari discutevano animatamente per qualcosa e smettevano di parlarsi per una o due settimane, dopodiché tutto tornava come prima perché nessuno lì era solito tenersi il muso.
— Pianeta terra chiama Anna. Ci sei? Sei connessa? — disse Giacomo sorridendole, vedendola un po’ sconvolta dalla notizia.
— Sì scusa Giacomo è solo che... non me l’aspettavo, stavo pensando a Bruno. Ora è meglio che vada. A presto.
Giacomo guardò Anna, che si allontanava velocemente, con un punto interrogativo stampato sulla fronte.
Mentre camminava immersa nei suoi pensieri si vide correre da parte in lacrime e singhiozzi una ragazza: la riconobbe subito, era la figlia del direttore della Cantina, Rebecca. Aveva quindici anni e ne dimostrava trenta, ma era una bellissima ragazza, probabilmente aveva preso dalla madre perché Edoardo Rossi in tal senso era proprio difeso dalla natura. Nel senso che la natura non lo aveva affatto dotato di grande attraenza, anzi. Era basso, completamente pelato, col naso storto e il viso tutto un po’ schiacciato in una sorta di grugno. La natura lo aveva difeso certo, ma la ricchezza lo aveva invece aiutato nella lotta per la conservazione della specie, perché all’età di cinquant’anni si era separato dalla prima moglie da cui aveva avuto due figli maschi e si era risposato con questa gran bella donna di vent’anni più giovane, dalla quale aveva avuto due figlie femmine, Rebecca era la prima.
Probabilmente sarà sconvolta anche lei da quello che è successo, spero che non abbia visto niente, poveretta... e povero Bruno... pensò Anna.
Bruno Giorgi era un giovane e spavaldo agricoltore di quarantacinque anni, era sicuramente considerabile un uomo molto attraente, alto, slanciato, bel fisico, i capelli erano brizzolati, aveva il pizzetto e gli occhi azzurri, messi in risalto dalla tipica abbronzatura che accompagna il contadino tutto l’anno. La fedeltà coniugale non era mai stata il suo forte. Si vociferava sempre in giro di suoi vari flirts con ragazze più giovani di lui di almeno vent’anni. Era sposato con due figli di quindici e dodici anni.
Chissà i suoi figli come prenderanno la cosa e chissà la moglie, già vedova a quarant’anni con un’azienda da portare avanti e due bambini da mantenere.
Fortunatamente Bruno aveva un fratello, Guido, poco più giovane di lui con cui conduceva l’azienda di famiglia che già era stata del padre e del nonno. Anche se tra i due fratelli non correva proprio buon sangue, perché Bruno dalla personalità più forte sovrastava il fratello Guido e non gli permetteva di prendere decisioni in nessun ambito, erano comunque riusciti sempre a lavorare insieme e ad avere un discreto successo con la clientela nella vendita del vino. Avevano molta terra perciò anche loro vendevano parte dell’uva alla Cantina Sociale “L’Uva Rara” . Certo le urla che si sentivano ogni tanto provenire dal cortile o dai filari erano note a tutti.
Che sia stato il fratello che è impazzito e ha deciso di farlo fuori? D’altronde la storia di Caino e Abele insegna... pensò Anna, che nel frattempo era arrivata al vigneto dove suo padre e i tre uomini che lo aiutavano stavano proseguendo con la raccolta. Non avevano molto Pinot Nero e terminata quella lunga vigna in un paio di giorni, avrebbero concluso con la prima parte della vendemmia.