— Tornando a questa brutta storia, — riprese Serbelli — sono stati avvisati i parenti? La signorina Yole non si è più vista. Ho fatto portare in deposito i bagagli del povero Eranti: che faccio? Li spedisco alla sua ditta o li vuole vedere?
— Magari aspetti ancora un paio di giorni — rispose il commissario, e quasi chiedendolo a Flavia: — Che faccio, ci do uno sguardo?
— Mah, se ha tempo — alzò le spalle lei. — È sempre meglio un controllo in più che uno in meno.
Sinossi
Cosa lega l’inspiegabile furto del “Pink Salt” a due omicidi quasi impercettibili, che turbano la riviera romagnola quanto un antipatico giorno di pioggia nel cuore della stagione balneare? Forse quel vago odore di gaultheria che aleggia nell’hotel Scénique, o una fila di formiche che inizia da una fogna intasata, o due camerieri che non vanno d’accordo, o la pettinatura brutta ma di moda di una signora che sembra il clown maligno dei film dell’orrore? Sarà Flavia Minarti (agitata e nevrotica per quanto pacioso e svagato il suo compagno Cosimo Corradi) che a costo di rovinarsi le ferie, sdipanerà una matassa intricatissima, per la gioia del commissario Ponte, un romano in Romagna, che anela e sa di ferie dalla testa ai piedi.Questo, che è il primo di una lunga serie di romanzi con protagonisti Flavia Minarti e Cosimo Corradi, è un giallo classico con tanti ingredienti opportunamente dosati per divertire e stuzzicare la razionalità, compresa la comicità ironica e affilata delle situazioni portate alle estreme conseguenze, e il pizzico di amarezza che fatalmente si scioglie nella vita, via via che passano gli anni.
Primo capitolo
1
2016
Visto dalla fine di giugno e dalla Romagna, sembra stonato tutto ciò che non sia divertimento: l’acqua del porto carica dei residui d’olio e nafta dei pescherecci, lo squallore dei frangiflutti di cemento, il filo spinato che impedisce di protendersi sul mare all’estremità dell’ultima banchina, e il cadavere seminudo e in decomposizione di un uomo ripescato in Adriatico, legato a una cassetta per attrezzi farcita di cemento. Ma cinque giorni prima…
— Allora, che ne pensi? — ammiccò Cosimo, parcheggiando di fronte al patio dell’hotel Scenique. — È di tuo gradimento?
— Sì… sì… — biascicò Flavia, poco convinta.
— Qualche apprezzamento in più sarebbe gradito. Conoscendoti, c’ho messo una settimana a trovare un hotel che potesse piacerti — la sbirciò lui tra una manovra e l’altra.
— E che ti devo dire? — buttò là lei, scrutando lo stile liberty dell’edificio, e quello più moderno e solido della dependance. — Per ora, tutto bene… come disse il tizio giunto a metà del grattacielo da cui stava cadendo.
La solita risata gustosa di Cosimo per le frequenti battute di lei, incontrò quella dell’addetto al parcheggio, in camicia bianca, gilet a pois e denti a righe.
Per un fenomeno di mimetismo, anche Flavia mostrò lo stesso ampio sorriso romagnolo, pur essendo totalmente e profondamente marchigiana, tranne che per quel grano di pepe etrusco che aveva nelle vene, e che le insaporiva il genuino buon senso tipico dell’alta provincia anconetana.
Quindi, nella hall, apprezzò l’affabilità sommessa della receptionist, gentilissima e disinvolta anche se da dietro la porta dell’ufficio attiguo, provenivano le rimostranze di un vocione baritonale perché la stanza non era quella che aveva prenotato, l’orientamento del letto non era di suo gradimento, così come il parcheggio e via dicendo.
Mentre Cosimo sbrigava le formalità, lei scelse il menù per il pranzo e la cena, mise in borsetta il codice della porta d’ingresso della dependance, ammirò le stampe marinare e i mobili antichi presenti nella stanza, e rise per tre bimbi che, nella penombra, guardavano ammaliati un cartone animato ambientato su una spiaggia, totalmente incuranti di quella vera che era lì fuori.
Sbirciando nella sala di lettura, incrociò lo sguardo occhialuto di un uomo con folti capelli e barba di mezza età, bermuda e camicia da diporto, che per altro senza salutare, si rituffò subito nel giornale.
Poi, attraverso il bel parco, ammirò l’accuratezza con cui erano state tagliare le siepi e tosati i piccoli prati al centro delle aiuole.
Solo salendo all’ultimo piano della dependance, le si prospettarono i dubbi standard che le venivano sempre per essere pronta al peggio, come diceva lei, i quali però scomparvero del tutto nel corridoio candido e sereno sul quale si aprì l’ascensore.
Malfidata di natura, Flavia si sentiva a proprio agio solo in casa sua, all’attico di un palazzotto massiccio. Le poche volte che usciva, andava in luoghi notoriamente sicuri sotto tutti i punti di vista, e soprattutto vicini ad un Pronto Soccorso; e siccome Cosimo, che amava la vita mondana e i divertimenti… pur se quelli degli anni Ottanta, aveva sperimentato sulla propria pelle tutte le stravaganze di lei, ipocondria compresa, le preveniva o eventualmente assecondava pur di tirarsela dietro e godere di quel misto di affetto, sensibilità, intuito ed innato senso ironico che era lei, e che costituiva davvero la metà complementare della vita di lui.
Il fatto era che una volta trascinata fuori casa, Cosimo faticava a riportarcela, perché tutto la incuriosiva, su tutto raccontava aneddoti particolari, e paradossalmente, alla fine, era l’unica a divertirsi, a rattristarsi, a non annoiarsi, insomma.
Questa volta, per convincerla ad andare in ferie, aveva fatto leva sulla passione di lei per la cucina tradizionale, quella preparata con secoli di competenza e fame, e cotta lentamente per dare modo a tutti gli opportuni odori di concertarsi tra loro e dare un’armonia di gusto.
Cosimo, infatti, aveva insaporito un panegirico esagerato sul famoso “Pollo al sale” dello chef dello Scenique; e lei, visto l’impegno che lui aveva profuso in quella oratoria, aveva finto di crederci.
Così, aveva preparato il minimo indispensabile, “tanto,” diceva sempre, “anche portandomi dietro il 99% di casa, so che mi mancherebbe quell’uno che ho lasciato. Tanto vale partire alla ventura”. Ma per lei l’essenzialità della ventura consisteva in due valigie e tre borsoni pieni di attrezzi vari, un portatile e un numero imprecisato di borse, borsette e scarpe leggere e pesanti anche in estate, che Cosimo si caricava come un somaro, e portava in camera rifiutando l’aiuto dell’addetto, perché diceva: — Noi, uomini duri, siamo…
— Fessi — concludeva sempre lei.
— Ti piace? Che ne pensi? — ansimò infatti lui, una volta nella camera 157, indicando col mento l’ariosità della stanza, e mollando i bagagli a uno ad uno, con estrema precisione. — E il panorama? Guarda che mare. Pare Miami, pare finto.
— Allora avremmo speso meno comprando un poster e attaccandocelo sul terrazzo — accennò lei, dondolandogli avanti l’espressione sufficiente con cui, in genere, lo portava ad avallare i suoi ragionamenti.
— Sì, no, cioè. Che mi fai dire? — si accomodò su una sdraio in balcone. — Senti che brezza marina. Goditi la scacchiera di ombrelloni. Guarda…
— La berlina grigia che ci sta grattando la macchina — concluse lei, indicando il parcheggio. — Cominciamo bene.
Mentre Cosimo si precipitava di sotto, Flavia seguiva la scena dal quarto piano, rimuginandoci su e agitandosi finché l’uomo della berlina non tirò fuori dei fogli, presumibilmente per la constatazione amichevole del danno.
— Meno male. — Lei tirò un sospiro di sollievo mentre dal finestrino anteriore destro, che si stava aprendo, qualcuno doveva aver parlato, perché i due guardarono da quella parte e ascoltarono per un momento. Quindi l’uomo prese qualcosa che gli era stato porto da dentro l’auto e lo consegnò a Cosimo, che ringraziò accennando un inchino.
Poi, risalito, l’uomo andò a parcheggiare altrove preceduto dal parcheggiatore che si sbracciava, e Cosimo iniziò a “lucidare” il graffio alitandoci sopra, e cercando la lontana solidarietà di Flavia.
Tornato in camera sudato fradicio, venne apostrofato da lei, ancora in balcone, con un semplice: — È bella, eh, la donzella?
— Ma come, non mi chiedi niente dell’auto, però sai che la donz… la signora è bella? Come fai a saperlo? — rise lui, divertito ma mai del tutto abituato alle intuizioni sconcertanti di lei.
— Lo so per via della tua “riverenza”, del fatto che borbotti meno del previsto, che hai lucidato per cinque minuti un graffietto per vedere lei a figura intera, e che hai guardato verso me non per ottenere un appoggio psicologico, ma per vedere se ti tenevo d’occhio.
— Avrei potuto anche guardare altro, un’auto, un uomo o la signora delle pulizie, per esempio — accennò lui, poco convinto che lei se la bevesse.
— Quale? Quella? — ribatté Flavia, indicando con il mento una donnona quadrata, in divisa “ospedaliera”, che stava passando, e guardando la quale Cosimo non poté trattenere la risata piaciona di chi viene colto in castagna.
— Non solo sono certa che scrutavi la donzella, ma so che è straniera, ricca… anche se non so quanto, e che della guardia del corpo ne fa più usi — propinò lei, senza pietà, all’espressione sconcertata di lui.
— Ma che mi racconti, se non l’hai neanche vista? — cercò di reagire. — E poi che ne sai: quello potrebbe essere il fidanzato, il marito, l’autista.
— Be’, intanto lui non ha la fede, e ha un abito serio che non avrebbe né un marito né un fidanzato in ferie. È palestrato e belloccio, doti non richieste a un autista, al quale, però, è richiesto di guidare meglio di come guida costui. È un sottoposto, perché fa quello che dice lei… che è la titolare dell’auto e dell’assegno che hai, la quale però siede avanti, vicino a lui. Inoltre l’auto, con targa che sembrerebbe del Liechtenstein, non è proprio l’ultimo modello, ma questo non significa niente, perché nell’insieme è assolutamente prestigiosa, senza contare che i nobili, e lei ha sangue blu, non cambiano auto come i volgari arricchiti. E non significa niente neanche che, da vera ricca, dovrebbe avere più servitù, visto che altra gente tra i piedi sarebbe di impiccio ai suoi porci comodi. La guardia del corpo basta per tutto — chiarì sicura lei.
— Ma, dai. Dici che va al letto con quel bamboccio? — cercò di capacitarsene lui.
— Sembra bamboccio a te. Ma se consideri, oltre alla bella vita, lui si fa la bella aristocratica e viene ben pagato. E poi di che ti meravigli: guarda il corpo oggi, guardalo domani… — rise Flavia.
— Sei un’intuitiva? No, sei una strega — continuò a ripetere lui per un bel po’. — Ci manca il gruppo sanguigno e hai detto tutto. Va bene che, tante volte, mi hai raccontato certe fandonie completamente inventate, e io ci sono cascato con tutte le scarpe.
Quindi, tirato fuori l’assegno, iniziò a controllarlo. Della firma si leggeva discretamente solo uno dei nomi, seguito da una filza di cognomi che utilizzavano tutte le lettere dell’alfabeto, ultime comprese.
— Sembra il cartellone dell’oculista. Ma Astrid suona bene — bofonchiò lui, a cui lei, curiosando, precisò: — Come volevasi dimostrare. E anche la banca non mi sembra esattamente la Cassa di Risparmio degli Ortolani. Riscuotilo prima possibile, però.
Intanto s’era fatto mezzogiorno, e mentre Cosimo tirava fuori dal trolley un capo per volta, riponendolo nei cassetti o sulle stampelle nell’armadio, Flavia si limitò ad aprire le lampo dei suoi bagagli, prendere una bussola dalla tasca di una borsa, e uscire sul balcone.
— Non tiri fuori i vestiti? Ti si sgualciscono tutti — le consigliò lui, sistemando sulla stampella perfino il costume da bagno.
— No, mi sono stancata solo a guardare te che lo fai. E comunque sono già sgualciti: li ho lavati, asciugati e imbustati senza stirarli. Tanto… è inutile. Senza contare che non mi piace riporli in cassetti e armadi non miei — rispose di sfuggita, osservando la bussola e l’orizzonte.
— Che fai? — la raggiunse allora Cosimo, guardando nella stessa direzione.
— Sul pavimento del patio è raffigurata una rosa dei venti che mi sembra orientata male. Sì: ha il nord che punta quasi a ovest. Boh! — Alzò le spalle, iniziando ad annusare l’aria, alla ricerca dell’odore del benedetto pollo, che però, nonostante l’ora, latitava.
— Il giusto tempo di cottura è un ingrediente del piatto, diceva mamma. Vuoi vedere che questo pollo è una di quelle ciofeche moderne, mezze crude e insipide, fatte per… i polli? — borbottò più a sé stessa che a Cosimo. — O è che la brezza porta via l’aroma?
— Abbi fede — le rifilò lui a mezza bocca, rifilandosi i baffi.
— Più che la fede, ho paura che ci voglia la speranza. E tu, fammi la carità, non ti inondare di dopobarba, tanto è inutile — scosse la testa lei, con una smorfia. — Chi potresti ammaliare, all’ora di pranzo, con quell’olezzo di foresta amazzonica che ammazza tutti i profumi dei piatti? Giusto una brasiliana senza naso.
Cosimo, che aveva ascoltato con il flacone in stand-by, richiuse il tappo e sfoderò una di quelle risate che Flavia adorava e faceva di tutto per provocargli.
— Va bene, non ci saranno brasiliane senza naso, ma la fauna locale la vogliamo vedere sì o no? — si riprese poi, provandosi un panama bianco.
Lei annuì, affacciata nell’angolo di specchio rimasto libero dalla figura imponente di lui.
“Sì, adesso mi metto a sbrogliare cinquanta centimetri di capelli aggrovigliati dall’umidità. E quando finisco?” rimuginò tra sé, mettendo via il pettine senza usarlo.
Comunque, un esemplare alquanto particolare della fauna lo incontrarono quando si aprì l’ascensore e comparve un uomo alto e magro, con una canotta sotto un gilet di pelle, neri entrambi come la tracolla e la bisaccia da moto che portava su una spalla, e come la coda di capelli che si intravedeva dietro un viso lungo, scavato e dominato da occhi grandi ed espressivi.
Dal “Buongiorno” sommesso con cui rispose al loro saluto, Flavia riconobbe il vocione che aveva sentito provenire dall’ufficio attiguo alla hall; e di sfuggita, prima che l’ascensore si richiudesse con loro dentro, lo vide imboccare il corridoio di destra.
Fuori della dependance, la fresca brezza marina che attraversava l’hotel, cucine comprese, si arricchiva di un appetitoso aroma di spezie ed erbe mediterranee, che rincuorò entrambi.
— Che ti dicevo, donna pessimista e senza fiducia nell’uomo che ti ama? — le sussurrò Cosimo, come per non far sentire alle persone, e soprattutto alle eventuali belle donne, che godevano dell’ombra del parco.
— È inutile che parli piano. Tutte le signore che vedo sono di età tanto avanzata che, molto probabilmente, sono sorde — continuò lei con lo stesso “volume”.
— Allora porto la chiave in portineria — rise lui sotto i baffi — così vedo se dentro, al fresco, c’è roba più fresca.
Invece, l’unica roba fresca che lo interessava, apparve col gorilla sul balconcino e poi sul terrazzo della 156, che doveva essere una suite e che era attigua alla loro camera.
“Si è perso lo spettacolo” rise Flavia tra sé. ”Non gliene va una per il verso giusto, povero cocco”.
— Pronta per il safari? — la richiamò lui verso il cancello in ferro battuto, alla fine del viale tra il parco e il retro dell’hotel.
Appena fuori, sul lastricato della linda piazzetta bordata di rampicanti, la pioggia della notte aveva formato pozzanghere tanto invitanti per i piedini dei bimbi, quanto evitate dai piedi, con smalto e sandali all’ultima moda, delle mamme, e soprattutto da quelli di Flavia… che detestava l’acqua fredda come un gatto a gennaio, i quali, invece, vennero completamente inzuppati da una spider paonazza, diretta con troppa allegria verso il parcheggio.
“Smargiasso maledetto” pensò lei, furente, verso la pelata circondata da una zazzera bianca del tipo al volante, mentre Cosimo la guardava come aspettando l’esplosione dopo l’innesco.
— L’inciviltà regna sovrana — le disse allora, riprendendo fiato e porgendole un pacchetto di fazzoletti di carta. Quindi, conoscendola, aggiunse: — Non ti rovinare l’appetito e la giornata per questo. Compriamo il giornale e torniamo subito in camera, così ti rinfreschi… riscaldi… be’, fai tu.
Fu per Cosimo o, più probabilmente, per miracolo, che lei non lanciò altro che un’occhiataccia a quell’idiota che, intanto, aveva aperto la portiera alla ragazza che viaggiava con lui, e che aveva un aspetto ossigenato, straniero e ostentatamente sicuro.
Il buon umore le tornò solo in edicola: nella bacheca del giornale cittadino, infatti, erano riportate senza divisioni di sorta le seguenti notizie:
FURTI IN DUE GIOIELLERIE
RISANATO BILANCIO COMUNALE
— Neanche a Paperopoli hanno giornalisti a questi livelli — rise Cosimo sugli ultimi residui di risentimento di lei, la quale, invece che in camera, addirittura insistette per andare a comprare le cartoline, come facevano sempre il primo giorno di ferie.
Verso i panorami mozzafiato esposti in tabaccheria, con i quali fare invidia agli amici, ebbero modo però di appurare che, nonostante la comicità della forma, almeno la prima notizia era assolutamente vera: due volanti della polizia erano ferme avanti a un “compro oro”, in piena zona pedonale. Tra il fermento al di là delle vetrine, spiccava chiaramente la calma di quello che sembrava un romano in Romagna: doveva essere un commissario, che in cappello di paglia giallo-sole, mocassini azzurro-mare e sahariana color sabbia, intercalava gli occhiali da vista a quelli da sole, parlando con la procace padrona e osservando la porta e gli scaffali.
— Chissà cosa si prova a venire fregati invece di fregare? — rimuginò Flavia, a mezza bocca, ricordando la sola volta che aveva avuto a che fare con i “compro oro”. — E fortuna che, essendo malfidata, avevo già fatto valutare l’oro che volevo vendere, perché una di queste oneste persone voleva imbrogliarmi sul peso, un’altra sul prezzo di quotazione, e la terza sul peso e sul prezzo.
— Com’è che dovesti vendere l’oro? — si premurò Cosimo, sempre molto attento alle vicende di lei, anche se anteriori al loro incontro.
— Ah, erano solo frammenti, niente di più. E poi un gioiello è come un altro oggetto: è prezioso se e quando rappresenta qualcosa, ricorda qualcuno, sennò è solo metallo, oltretutto pure molle, con qualche “sbrillocco” inutile — lo rassicurò lei, e indicandosi l’anulare sinistro — Vedi che in casa non porto neanche la fedina… perché mi impiccia?
Ma mentre la fedina a lei scompariva in casa, a lui, magicamente, scompariva fuori, specie in presenza di belle donne; e contemporaneamente gli veniva su una voce particolarmente calda e profonda, da “parata di corteggiamento”, cioè proprio quella che gli sortì fuori dall’ugola poi, avanti al buffet.
Così, mentre Flavia praticamente faceva la cronometro degli antipasti, qualche tappa sui contorni e si faceva vedere dai dolci al traguardo, giusto per fare la conoscenza del migliore, Cosimo, con la scusa di essere un gentiluomo, faceva salotto con le signore e, soprattutto, faceva una “rimpatriata” intima con tutto l’assortimento, giungendo al tavolo con tanti piatti che neanche la dea Kali, con tutte le sue braccia, avrebbe potuto portarne di più.
Questa volta, tornando, aveva trovato Flavia che con le spalle alla colonna centrale della sala, spilluzzicava… gli ospiti dell’hotel, ma giusto per rendersi conto a pieno dell’ambiente. Dall’anellino a forma di serpente che aveva intorno al mignolo sinistro, riconobbe l’uomo visto la mattina in sala di lettura, il quale continuava a leggere anche a tavola: scostante, al di là delle lenti scurite dalla luminosità dell’ampia veranda, aveva appoggiato il giornale (sul piatto) solo quando gli era suonato il cellulare; e dopo aver invitato l’interlocutore tra due giorni all’ambasciata americana, l’aveva subito ripreso.
— Ma hai preso pochissimo — la richiamò Cosimo, sedendosi ad angolo retto alla sinistra di lei.
— No, ho preso anche il dolce. — Flavia gli indicò lo scacco di pasta sfoglia e Pan di Spagna, farcito con crema pasticcera.
— E gli antipasti? Sono ottimi — le indicò appetitosamente quanto aveva portato, distogliendola dai menù per il pranzo e la cena del giorno successivo, che lei stava compilando. — Prendine un po’. Dai, mangia.
Già, mangia. Era proprio questa la frase che i suoi le avevano ripetuto più spesso, e che nella mente di Flavia, rendeva Cosimo caro come la famiglia perduta.
— No, grazie — sorrise lei, a labbra serrate. — Non voglio rovinarmi l’appetito.
Così, in attesa del famoso pollo, Flavia vide arrivare silenziosamente i due del Liechtenstein, che presero posto alle spalle di un Cosimo ignaro di tutto, tranne che delle paste sfoglie ripiene; notò due simpatiche signore che salutarono cordialmente, e un trentenne in jeans scuri, maglietta e tanti tatuaggi sparsi, che si accomodò al tavolo a destra di lei.
Il pollo venne servito in pompa magna mentre entrava il pallone gonfiato della spider, che doveva essere un habitué perché venne salutato dalla cameriera come signor Ercole Eranti. Preceduto da una risata sonora, andò a sedersi al tavolo di fronte a Flavia, ma la ragazza che lui teneva per la vita, volle cambiare subito posto, dando le spalle alla sala.
Di quella sinfonia di profumi e sapori che si rivelò essere il pollo, e che la cameriera definì “a chilometro zero”, le uniche note stonate furono quelle di due nonni che gridavano ai nipoti perché facevano chiasso e, da dietro la colonna, le ennesime rimostranze dell’uomo col vocione, chiamato Auri, che per via dell’aria condizionata e chissà che altro, venne spostato vicino al buffet, nel tavolo al di là del ragazzo con i tatuaggi.
— Allora, com’è? Buono, vero? — chiese Cosimo, pensando di interpretare l’espressione di lei. E in cerca di conferme aggiunse: — Hai visto? Ci ho proprio azzeccato. Ne è valsa la pena.
— Molto buono. Fatto come da tradizione — gustò lei, insieme alla scarpetta, ringraziandolo con un bacino unto.
Gonfio d’orgoglio e non solo, Cosimo non si accorse né della bella e inappetente aristocratica, né delle poche parole scambiate con l’affamato gorilla, il quale, poco dopo, la seguì al bar.
Dopo aver trangugiato il pranzo “alla cieca”, aveva abbandonato la sala anche l’uomo con il giornale, apostrofato come Didimi dal cameriere che gli riportò una cartina topografica cadutagli di tasca: attraverso le leggerissime tende della veranda, Flavia non lo vide entrare nella dependance, a differenza del ragazzo tatuato che, invece, aveva inchiavato l’auto reggendo sotto braccio una piccola tavola da mare, uno zaino in spalla, e un borsone nei cui manici aveva infilato la testa.
— Com’è il diplomatico? — la richiamò Cosimo affondando il cucchiaino dentro una panna cotta, abbronzata di caramello.
— Fresco, delicato, addirittura bagnato con il Rosolio. Sarà da quarant’anni che non avevo notizie di questo liquore. Credevo che non si distillasse più — assaporò Flavia, come le due simpatiche signore che si rivelarono essere le sorelle Gioiosi, e che iniziarono a disquisire anche su Ratafià, Curaçao, Alchermes e altri liquori demodé.
Tanta paciosa conversazione appariva particolarmente godibile forse perché disturbata dallo sghignazzare di quel tale Eranti, ricorrente e non sempre supportato dalla ragazza (chiamata Yole) che, di spalle, dava l’idea di mangiare e annuire, e che a un cenno di lui, precedendolo, uscì.
Accompagnato dal sospiro di sollievo del personale di servizio, uscì anche l’uomo col vocione, e andò verso il parcheggio.
— Sono contento che sei contenta — sorrise Cosimo.
— Come potrei non esserlo? — continuò quel sorriso, e citando una delle sue poesie, aggiunse: — “Finché ci sarai tu ci sarà tempo / per rimandare la tristezza…”