— È stato ucciso.
— Cosa? Come? Chi è stato?
— La polizia sta indagando. Credo che abbiano degli indizi. Il suo assassino ha le ore contate. Così come il suo mandante, perché tutto lascia pensare che l’omicidio di mio padre sia stato ordinato da qualcuno che lui conosceva molto bene.
Sinossi
Il diario di un barbone barbaramente assassinato sulle sponde del Tevere, nel cuore di una Roma indifferente e svogliata, rivela una storia d'amore struggente e fatale. Il caso, per mancanza di indizi, è destinato a una probabile quanto frettolosa archiviazione. Solo l' indagine privata e caparbia di due donne accomunate dallo stesso destino - dopo una serie di circostanze rocambolesche e cariche di suspense - consentirà di scoprire il mandante dell'efferato omicidio. "Il passato sa come trovarci" oltre ad essere un thriller avvincente e denso di colpi di scena, è una storia d'amore che induce il lettore a riflettere sull'autenticità dei sentimenti slegati da ogni convenzione sociale. Pagina dopo pagina, come in un puzzle complesso ed enigmatico, ogni tassello prenderà il suo posto fino a svelare il mistero che si cela dietro l'assassinio di un uomo il cui passato è destinato a rivivere attraverso le pagine insanguinate delle sue memorie.
Primo capitolo
1
Scrivere non è una cosa semplice. Scrivere comporta fatica, passione, consapevolezza, sacrificio e sudore. Scrivere storie, poi, è un esercizio che richiede fantasia e immaginazione. Scrivere può diventare qualcosa di autenticamente pericoloso. E vi assicuro che non è affatto un’esagerazione. L’ho sperimentato sulla mia pelle. La fiammella dello scrittore è sempre rimasta accesa dentro di me. Ha iniziato ad ardere in tenera età. Avevo più o meno nove anni quando iniziai a cimentarmi nella scrittura - eseguita rigorosamente a penna - di fantasiose storie, che trascrivevo su quaderni dalla copertina nera come il carbone. E di queste storie, una dozzina, non ne è rimasta neppure una. I quaderni dove erano state scritte sono stati risucchiati dal tempo e dagli eventi. Eppure quei racconti, nella mia memoria, sono vere e proprie tracce indelebili. Poche cose della mia vita sono importanti come quelle promettenti storie di bambino visionario e irrequieto.
Dovrei stare a raccontarvi della mia vita, delle innumerevoli volte che sono stato a un passo dal perderla, la vita. Dovrei farlo con ordine, sicuramente con una mente lucida e libera da qualsiasi tentazione di saltare da un argomento all’altro. Perché è quello che mi piacerebbe fare in questo momento, narrare senza una logica precisa, magari a zigzag, come un serpente che scappa alla vista del suo acerrimo nemico.
Sarà a causa della quantità di vino che ho appena bevuto, sarà che non tocco cibo da almeno dodici ore ma, questo, non è il momento giusto per raccontarvi la mia storia. E a dirla tutta è difficile anche per me vedermi nei panni di un barbone che girovaga per i putridi marciapiedi della stazione centrale dei treni di questa città immensa, i cui abitanti non hanno la benché minima idea del suo glorioso passato, di cui nulla è stato conservato se non la bramosia per il potere e per il denaro. Non è una bella vita quella del barbone. Vi lascio immaginare quello che può essere. No, anche se ci provaste con tutte le vostre forze, non riuscireste mai a immedesimarvi in uno di noi. Noi. Questo pronome di prima persona plurale mi fa rabbrividire.
Quando ero dall’altra parte della barricata, quando ero uno di quei rispettabili e ipocriti cittadini che pagano le tasse e che vanno sempre di fretta. Quando ero uno di loro, stavo dicendo, neppure li notavo i barboni, invisibili esseri che sembravano quasi artificiali, simili a pali della luce, a bidoni della spazzatura, a oggetti di scarto lasciati a marcire per strada. Non immaginavo neppure lontanamente che, un giorno, mi sarei ritrovato a sopravvivere in un mondo fatto di stenti, violenze, soprusi, fame. Dove la puzza di orina e di merda è il pane quotidiano di ogni maledetto giorno che non passa mai.
Stanotte sono stato cacciato via dal posto dove dormivo, il tiepido sfiatatoio di un condotto della metropolitana, perché un figlio di puttana, uno di quelli che vengono dall’est, ha deciso così. Fossi stato più giovane, avrei opposto sicuramente un’adeguata resistenza alla sua tracotanza. Ma sono stato sfrattato come un lurido cane e come tale ho vagato alla ricerca di un anfratto dove fare riposare il mio corpo stanco e sporco.
Saranno almeno due settimane che non mi lavo. Ho la barba talmente lunga che copre lo stomaco, sempre più rumoroso quasi volesse gridare il suo dolore per i morsi della fame. Ho trovato nei bidoni della spazzatura una mezza bottiglia di vino bianco che ho bevuto tutto d’un fiato. E adesso sento le gambe vacillare.
Mentre penso a tutte queste cose, un tizio ben vestito e con un cappello d’altri tempi mi sta porgendo una moneta. Devo avergli fatto pietà. È una moneta da due euro. Gli lancio un’occhiata di riconoscenza. Mi risponde con un debole sorriso e allunga il passo. È incoraggiante sapere che esistano persone dedite alla carità. A volte penso che la gente sia uguale a come lo ero io prima di sprofondare all’inferno.
Mi reco al bar più vicino e il ragazzo dietro al bancone mi fa segno di andare via. Insisto. Ho i soldi, cazzo! Pretendo un cornetto e un cappuccino. Riesco a ottenerli. Mi danno la bevanda calda in un bicchiere di plastica e il cornetto arrotolato in un tovagliolo di carta. Il cassiere mi scaccia come fossi uno scarafaggio.
Consumo quella miracolosa colazione accovacciato sul marciapiede, in un vicolo nei pressi del locale, in compagnia di una colonia di gatti randagi che mi osservano, incuriositi, attraverso le loro splendide iridi multicolori. Devo dire che, tutto sommato, essere un barbone ha anche dei lati positivi. Per prima cosa non hai la necessità di essere ipocrita: puoi dire quello che ti passa per la testa, senza la fottuta paura di dover fare bella figura. E, poi, il tempo non è più tiranno. Trasformato in un elemento naturale privo di qualsiasi aggressività: le ore del giorno sono tutte uguali, finanche la notte ha un significato diverso. L’unica cosa che può fare la differenza è il dolore. Quello può prendere il sopravvento e costringerti a riflettere, a fare i conti con il passato. Qualcuno ha affermato che gli scrittori sono persone fragili e insicure. È vero. Sono stato sempre un tipo fragile e insicuro ma non l’ho fatto mai trapelare. Quando ero dall’altra parte della barricata, quelli che conoscevo mi consideravano una persona sicura di sé. Finanche intelligente e brillante. Brillante: quest’aggettivo mi ha sempre lasciato perplesso perché l’ho sempre reputato reboante ed esageratamente finto. Più che intelligente e brillante sono sempre stato una persona scaltra. Nella mia vita ho dovuto lottare. Sempre. Sin da piccolo sono stato costretto a misurarmi con quelli più grandi di me e la storia si è ripetuta nel tempo. Sempre attorniato da persone sleali, bugiarde e cattive. Sempre a difendermi da qualcuno.
Succede ancora, è vero, ma almeno adesso so chi è il nemico. Perché sta proprio in questo la differenza, che nella vita “normale” i nemici si nascondevano spesso sotto mentite spoglie e il tuo migliore amico poteva rivelarsi il peggiore incubo. Per fortuna, dalla mia parte ho sempre avuto il Sacro Fuoco della Scrittura che mi ha salvato, non so neppure io quante volte.
Ci sono persone che nascono con il talento della musica, magari della pittura, qualcuno ha fatto dell’amore per le donne la sua ragione di vita. Io sono cresciuto con una voce dentro di me che non mi ha mai abbandonato. Neppure un giorno. La sento ancora questa voce, nonostante tutto. Sebbene i passi falsi e le scelte sbagliate. Questa voce mi ha consentito di scrivere storie che più di qualcuno hanno giudicato “capolavori”. Ma non sono mai stato uno scrittore nel vero senso del termine, il mio talento non è mai stato il mezzo che mi ha procurato da vivere, non è mai stato il mio lavoro vero. Ero quello che nell’ambiente chiamano ghostwriter, uno scrittore fantasma, uno che si faceva pagare per scrivere libri agli altri. Il lato buono della faccenda, in questo momento, è che non scrivo più con il nome di un altro, scrivo per me stesso. E cosa importa se il mio libro non lo leggerà nessuno. D’altronde come faccio a non scrivere? È come vietare a un nero di suonare blues. Solo che non uso quei dannati computer - una delle tante rovine dell’umanità, in buona compagnia con telefonini e televisori - ma scrivo con la penna. Sissignore, una banale penna BIC. È davvero incredibile la longevità di questo tipo di penna se si considera che sia in circolazione, immutata nel tempo, dal 1950.
Il mio libro, dicevo, è a buon punto: ho riempito quattro quaderni e sono soddisfatto del lavoro svolto fino a questo momento. Anche se, appena due giorni fa, ho rischiato di perdere tutto. E questo perché quel maledetto ucraino, Pavlo, dedito a scolarsi in quantità industriale quello schifosissimo vino da tavola che si vende nei brik di cartone, aveva deciso di prendermi di mira. Stavo scrivendo le prime righe del quarto quaderno quando si è avvicinato improvvisamente, senza proferire una sillaba. Mi osservava come un ebete, mentre il suo corpo di un metro e ottanta di altezza ondeggiava come un grosso albero in balia del vento. Allora ho preso il mio zaino, che di prezioso ha solo i quaderni, e sono andato a sedermi vicino a un tizio con un cane puzzolente, un vero sacco di pulci. Pavlo mi aveva seguito.
— Che cosa stai scrivendo?
Avevo deciso di non rispondergli e facevo finta di niente.
— Sei sordo? Che cosa stai scrivendo?
Si era avvicinato all’orecchio, piegando il suo possente corpo da pugile di strada. Sentivo la puzza dell’alcol che sovrastava quella del cane. Alzai la testa e me lo ritrovai a circa venti centimetri da me.
— Pavlo, sei ubriaco. Va a rompere le palle a qualcun altro.
— Tu non mi puoi rispondere così...
Non feci in tempo a fermarlo che l’ucraino mi tolse il quaderno dalle mani e afferrò lo zainetto che avevo appoggiato per terra.
— Pavlo, dammi la mia roba. Dammela!
La sorprendente e inattesa velocità delle sue azioni mi disorientò per alcuni secondi consentendogli di guadagnare qualche metro e correre verso il fiume, mentre rideva come un forsennato.
— Pavlo! Fermati!
Poi accadde quello che temevo: l’ucraino urtò il piede contro una grossa radice che si trovava sull’argine e iniziò a ruzzolare paurosamente. Lo zaino e il quaderno volarono per aria e nella ricaduta atterrarono, fortunatamente, a pochi metri dall’acqua. Tutto ciò mentre l’ubriacone rotolava irrimediabilmente, senza fermarsi, quasi il peso del corpo avesse impresso alla caduta un’energia cinetica inarrestabile. Pochi secondi e Pavlo fu inghiottito dal fondo melmoso del Tevere. Che brutto, morire in quella maniera. Davvero triste. Qualcuno disse che anche se fosse sopravvissuto alla caduta nell’acqua, il malcapitato avrebbe avuto seri problemi di salute in ogni caso, perché il Tevere è velenoso. Non a caso in questo periodo ho notato che un numero incredibile di pesci è a pancia all’aria. Le loro carcasse, di ogni misura, sono dappertutto. Da quello che sono riuscito a sapere, leggendo da un giornale trovato per strada, è che tutto ciò è dovuto a un eccesso di contaminazioni fecali e di pesticidi vari. Eppure il “biondo Tevere”, come lo chiamavano gli antichi romani - quando le acque del fiume erano addirittura potabili - per noi rappresenta, nonostante le schifezze che i bravi cittadini continuano a versare quotidianamente, un riparo e una protezione. Complice la vegetazione e gli scarsi controlli della polizia, sulle sue rive vi sono veri e propri accampamenti di senzatetto, tanto per usare una definizione così cara alla brava gente, quella che paga le tasse e va in chiesa la domenica mattina. E poi, noi abbiamo anche il nostro vascello fantasma! Il suo nome è ancora visibile sulla fiancata: TIBER II. Una motonave per turisti che era utilizzata per le mini crociere sul Tevere di notte, con cena e musica dal vivo. Ricordo ancora la pubblicità: “Navigando il sacro fiume dell’antica Roma, potrete rivivere la storia e gli splendori di 2000 anni fa.” La cosa buffa è che su questo relitto ci sono stato con mia moglie - se ricordo bene, circa tredici anni fa - prima che, per la piena del fiume, andasse alla deriva per poi schiantarsi miseramente contro Ponte Sant’Angelo. Qualcuno l’ha definito il Titanic delle istituzioni, il simbolo di Roma che affonda. Io, comunque, dal vascello fantasma preferisco stare lontano. L’ultima volta che mi è venuta l’infelice idea di trascorrere la notte là dentro, per poco non ci lasciavo la pelle. Brutto posto. Ormai il barcone è diventato un punto di riparo per gente pericolosa, perlopiù tossici d’eroina. E con gli eroinomani tocca stare in campana. Sono imprevedibili. Anche se ho incontrato una tizia che potrà avere circa l’età di mia figlia, che sembra diversa dagli altri drogati. Una ragazza con una fronte spaziosa, capelli lunghi e neri. Mi ha detto che si chiama Irina, che viene dall’Albania. Altro non mi ha voluto dire, anche se è facile capire come si sia ritrovata in quello stato, con le braccia stravolte dagli aghi, sporca e denutrita. Lei non vuole, o non può, raccontarmi la sua storia, ma anche un imbecille capirebbe il motivo di quell’ascesa all’inferno. Non che io sia migliore di una Irina qualsiasi. Affatto. Non mi sento migliore di nessuno. Sono un bastardo, maledetto, figlio di puttana. Lo so che dovrei chiamarla, mia figlia, dirle che sono vivo e anche se non merito il suo amore la adoro come nel giorno in cui è venuta al mondo, ventisei anni fa. Ricordo, come fosse ieri, quando arrivammo al pronto soccorso dell’ospedale in tutta fretta, nel cuore della notte: improvvisamente a mia moglie si erano rotte le acque. Ricordo che, a detta dei medici, doveva nascere due settimane dopo. La sua voglia di venire al mondo aveva avuto la meglio, rivelando fin dal primo momento un carattere testardo e indomito. Di lei, adesso, ho solo questa foto e il numero di cellulare che ho scritto sul retro. Questa foto è l’unica cosa che mi tiene legato alla mia vita passata. Ma non chiamerò mai mia figlia. Come sono convinto che, un giorno, brucerò anche la foto.
In questo momento sento molto freddo. Quest’anno l’inverno è arrivato all’improvviso. Sentivo dire che fra pochi giorni le temperature scenderanno sotto lo zero termico. Il gelo è il nemico numero uno per chi vive in strada. Sicuramente qualcuno di noi non vedrà la primavera. Forse io. C’è chi si rivolge alla Caritas per evitare di morire assiderato ma io non voglio e non posso rivolgermi a quella gente. C’è il rischio che qualcuno mi riconosca e non posso permettermelo. Rimane che devo procurarmi, in qualsiasi modo, qualcosa di caldo da indossare. Odio rubare, non sono fatto per questo genere di cose. A dire la verità non ho mai rubato, neanche prima di vivere in strada. Penso che bisogna avere una predisposizione a rubare le cose degli altri. È una questione di DNA. Anche se è vero che l’occasione fa l’uomo ladro, com’è altrettanto vero che quando hai fame puoi commettere qualsiasi azione per riempire lo stomaco, compreso il furto. Comunque, detto questo, penso che l’unico modo per non morire di freddo sia di saccheggiare uno di quei grossi contenitori di ferro per la raccolta degli indumenti usati, che hanno piazzato in giro per la città. Una volta un tizio che ho conosciuto a Colle Oppio mi ha spiegato come fare per forzare uno di questi cosi senza rimetterci la pelle. Sembra una stronzata, ma è successo davvero che qualcuno sia stato così stupido da infilarci dentro la testa, soffocando. E neppure posso sperare di trovare qualcosa di utile nei cassonetti della spazzatura, perché quei zingari di merda la fanno da padroni. È incredibile come sono organizzati quei figli di puttana! Girano con carrozzine per bebè e una torcia sulla testa. Svuotano i secchioni con una meticolosità sbalorditiva e riescono ad arraffare tutto quello che può essere venduto a Porta Portese. Una volta ho assistito alla furia di uno di loro mentre picchiava un povero Cristo che aveva avuto l’ardire di invadere il loro territorio. Non è semplice rimanere nel proprio territorio. Anche chiedere l’elemosina agli angoli delle strade, può scatenare un’aggressione fisica del delinquente di turno. Ogni palmo di strada è in mano alle organizzazioni malavitose. Quando ero un rispettabile cittadino, non immaginavo neppure lontanamente quanto la città fosse così saldamente in mano a questi signori. E non sto parlando di prostituzione o droga - nossignore - sto parlando di cose semplici, come la vendita di caldarroste, di rose per gli innamorati, di baldacchini per la vendita di bibite e via discorrendo. Nella Città Eterna non si muove paglia se non sei al soldo di qualche pesce più grande di te.
Immaginate quanto sia complicato poter vivere in questa giungla per uno che ha perso tutto. Anche se, a essere sincero, questo inferno me lo sono cercato. Si fa presto a ragionare con il senno del poi, a dire “potevi pensarci prima”. La vita ci scivola dalle mani. E anche se una voce nella nostra testa manda continui messaggi di allarme, tu continui a rotolare giù per la scarpata sperando di cavartela in qualche modo. Chissà perché pensiamo sempre che tutto possa risolversi. Sarà perché l’uomo, in fondo, è un masochista. Vogliamo sempre di più. E questo “volere di più” è la nostra rovina. L’egoismo, oltre a far male a sé stessi, danneggia chi ci sta vicino.
Non c’è un solo giorno che non mi pongo la stessa domanda: perché non ho fatto nulla per evitare l’inevitabile? È una domanda alla quale non so dare una risposta. Avrei dovuto suicidarmi, ma non ho il coraggio di farlo e sono consapevole che questa voglia di vivere ha la sua scialuppa di salvataggio nella scrittura. Se non avessi avuto la possibilità di espiare le mie colpe attraverso quello che sto scrivendo a quest’ora sarei in compagnia dell’ucraino, in fondo al Tevere. Forse neppure il dolce pensiero di lei, di mia figlia, sarebbe riuscito a tenermi a galla. E quando il mio libro sarà terminato, dovrò fare la scelta finale. Merito il giusto castigo. Ho commesso il peggiore dei delitti. Non merito alcuna pietà. Ma adesso non è il momento di fare cattivi pensieri, è il momento di procurarmi qualcosa di caldo per affrontare il generale inverno. Ho adocchiato uno di quei contenitori di colore giallo proprio a quattro passi da qui. È in un posto che a quest’ora, di domenica, è poco frequentato, dato che è una zona che pullula di uffici. Ho con me il “ferro” e, come mi ha insegnato il tizio di Colle Oppio, basterà infilarlo nel modo giusto e agganciare, sperando di prendere qualcosa di utile...
—Vittorio! Vittorio Galante! Sei tu!
Chi ha pronunciato il mio nome ha provocato l’effetto di farmi ritornare indietro di due anni, sottoponendo il mio cervello a una sorta di potente scossa elettrica. Il cuore ha preso a pompare sangue come un’idrovora. Le tempie stanno per scoppiare. Mi guardo alle spalle, verso il punto da dove proviene quella voce, e vedo lui con il cellulare in mano. Come ha fatto a riconoscermi? Dio mio, come ha fatto a riconoscermi? Quell’uomo è il diavolo in persona! Scappo con tutte le forze di cui dispongo, stringendo lo zaino al petto. Corro fino a farmi scoppiare i polmoni, consumando le suole delle mie vecchie scarpe sui sampietrini. Mi manca il respiro, il sudore inizia a colare sugli occhi, i piedi mi fanno male, le gambe non le sento più. Sono allo stremo, ma non posso fermarmi. Devo continuare a correre, scappare lontano da lui. Dio mio, come ha fatto a riconoscermi? Sono esausto. Mi sdraio, ansimante, su una panchina, sotto un albero al centro di un giardino pubblico che pullula di mamme con bambini. Avverto i loro occhi su di me. Mi accorgo che una di loro sta armeggiando con il cellulare. Sembra che stia parlando con qualcuno, mentre mi lancia uno sguardo che non fa presagire nulla di buono. Mi alzo con fatica e mi allontano più in fretta che posso, l’ultima cosa che voglio è un incontro ravvicinato con la polizia. Devo assolutamente ritornare alla mia baracca, al sicuro. Malgrado le gambe doloranti e la testa che mi scoppia, riesco a raggiungere il mio giaciglio sulle sponde del Tevere. Mai, come in questo momento, quell’ammasso di lamiere e plastica mi appare come un porto sicuro, come la più bella delle dimore di questa infame città.