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La sua bocca divenne un taglio amaro e gli occhi due fessure diaboliche. Tutta sua madre. Già, mia suocera. Dio santo, ogni volta che veniva da noi imponeva quella stupida preghiera prima di pranzo come fosse un rito sacro. Non ho mai capito perché bisognasse ogni volta ringraziare “Il Signore” - anziché il sottoscritto - per il cibo con cui si stava per ingozzare.

Sinossi

Dopo una brillante carriera nel reparto investigativo, il capitano Romeo Argenti viene sconfitto dalle proprie parafilie, da complesse vicende familiari e dai demoni del proprio passato. Viene così collocato a riposo, prima di essere riciclato alla Tutela del Patrimonio Artistico. La prospettiva di un nuovo incarico, nonché quella di un insperato recupero del rapporto con sua figlia Veronica (ragazza anaffettiva, laureanda in Storia dell’Arte), sembrano offrirgli una seconda possibilità. Ma il primo caso che gli viene affidato nel nuovo reparto appare fin da subito una vicenda torbida, più spinosa del previsto. Alla foce del Tevere viene infatti rinvenuto il cadavere della spedizioniera Tania Cernat, figlia di un Senatore della Repubblica. Il foro di una calibro nove sulla nuca, fa subito pensare a una esecuzione. Se ne occuperebbe la squadra omicidi, se non si sospettasse che l’uccisione della donna sia collegata a un’importante mostra d’arte su Modigliani, in corso a Roma. Mano a mano che le indagini progrediscono, la matassa si ingarbuglia sempre più. Un pozzo nero popolato da vecchi demoni sembra voler risucchiare il capitano nel passato e inghiottirlo per sempre.

L'autore

Primo capitolo

1

Le spie del cruscotto illuminano d’arancione le nostre facce stanche. Il chiarore effimero dell’alba non penetra nell’abitacolo, inibito dai vetri appannati.
Ancora mezzo giro di chiave e il motore tossisce, singhiozza, infine s’avvia. La spia della riserva rimane accesa e tremolante, come l’insegna di un motel a ore sperduto al centro della notte. Il brigadiere Carmignani, alla guida, ha una raffreddore e starnutisce di continuo.
Posiziono i bocchettoni dell’aria calda e sposto il selettore sul due, mentre sento che l’emicrania sta montando. La strada è immersa sotto tre dita di pioggia e abbiamo le gomme lisce. La vecchia Punto di servizio si mette in marcia, nonostante tutto. Arranca caparbia, con un rantolo al motore e i fari a mezz’asta, squassata da isteriche folate di vento, impermeabile ai rovesci.
Non m’è riuscito ancora di fare colazione. Stropiccio gli occhi fino a farli lacrimare, per poi frizionare le tempie. Credo di avere un principio di influenza. Ho la testa affollata da interrogativi.
Carmignani è un bradipo imbelle. Impugna il volante alle dieci e un quarto e mantiene la velocità di crociera di un vaporetto dell’Ottocento.
Lo sprono: — Brigadie’ adesso siamo in autostrada, direi che possiamo azzardare la quarta marcia…
— Prudenza capitano, prudenza! La strada è allagata e la macchina è un ferrovecchio. Non ha mai sentito parlare dell’acqua-pleg?
— Acquaplaning, semmai…
— Giusto, acquaplegin. È pericoloso.
Estraggo una Marlboro morbida dal pacchetto che tengo sempre accartocciato in tasca. Carmignani mi getta un’occhiata sospettosa. Sa che ho smesso da circa due mesi.
— La tengo solo in bocca…
All’altezza dello svincolo per Civitavecchia una volante della Polizia sfreccia alla nostra sinistra a sirena spiegata. Lo spostamento d’aria ci investe e si confonde con uno dei tanti spintoni assestati dal vento.
— Noi non la accendiamo la sirena? — mi domanda. Vorrei rispondergli che con quest’andatura dovremmo accendere piuttosto le quattro frecce. Invece chiudo gli occhi, mi abbandono come posso sul rigido schienale del sedile. Friziono ancora un po’ le tempie, all’attaccatura dei capelli, illudendomi che possa ritardare o rallentare l’esplosione della cefalea.
— Quindi andiamo all’Idroscalo, eh? Era il generale Rea al telefono prima, vero? Non me lo vuole dire cos’è successo?
Carmignani sa bene che se un generale ti cerca con insistenza quando ancora deve sorgere il giorno, significa che sei nella merda più nera. Finora non era mai successo nulla del genere alla TPC, come chiamiamo il nostro reparto, la Tutela del Patrimonio Culturale.
Comunque non risponderei mai a uno che fa tre domande nella stessa frase. Piuttosto torno a massaggiarmi la fronte.
L’emergenza in cui sta sprofondando Fiumicino si fa palpabile man mano che ci avviciniamo. Le incessanti piogge continuano a gonfiare il fiume. Le scogliere frangiflutti di Ostia non riescono a proteggere gli argini. Il Tevere promette di sconfinare sulle strade.
Alcuni ragazzi della protezione civile sono impegnati a piazzare dei sacchi di sabbia a bordo fiume. Le previsioni danno ancora pioggia forte per le prossime quarantotto ore e la popolazione collabora come può.
Il navigatore ci porta fino ad uno spiazzo abbandonato nella campagna costiera, in un pantano di fango, baracche e capannoni industriali.
— Qui la macchina si impaluda. Faremo gli ultimi duecento metri a piedi — suggerisco.
— Io non…
— D’accordo, tu aspetti qui.
Prendo l’impermeabile ma ci vorrebbero anche le calosce. Dopo un po’ mi ritrovo in un mare di melma, che mi ha ricoperto le scarpe e i pantaloni fino alle caviglie. Gli schizzi di fango arrivano oltre le ginocchia. L’aria è malsana, irrespirabile, forse per la vicinanza di un impianto per il trattamento delle acque reflue. Percorro un sentiero motoso che corre tra una vasca di sedimentazione e una di ossidazione.
A ridosso del fiume hanno sistemato delle passerelle. Qui, sopra due assi di legno malferme, conosco il commissario Melia. Il vento scaraventa addosso al nostro primo appuntamento secchiate d’acqua raccolte dentro un cielo di antracite. Vedendomi con la sigaretta in bocca il commissario mi offre di accenderla, ma lo eludo. Inizio a rendermi conto che tutto quel fango è penetrato fin dentro i calzini e temo che presto inizierà a cementificare. Lo prego di far presto, così abbandona i convenevoli e m’invita a seguirlo dietro un ammasso di sassi, dove indica un sacco nero adagiato a terra: — È ancora lì, stiamo aspettando l’autorizzazione del magistrato.
Mi avvicino.
— L’ho dovuta far recuperare. Fluttuava tra i rami e le frasche, giù al vecchio faro. Con questo mare agitato e i venti di burrasca si sarebbe disincagliata e sarebbe finita in mare aperto. Lei capisce…
Guardo quel sacco e penso che potrebbe aver galleggiato sul Tevere per interi chilometri, per poi concludere la sua corsa nell’argine.
— … così ho chiamato il centro nautico sommozzatori. Dopo pochi minuti è arrivata la cavalleria: una piccola imbarcazione con a bordo due agenti dei reparti speciali e il sergente Sanna della guardia costiera. Ci hanno pensato loro.
Mentre io continuo a tacere, il commissario Melia mi racconta che era stato un barcaiolo a fare la scoperta, a chiamare il 113. Poi era stata la volta della Volante Quattro, in perlustrazione a Focene. La zona era stata subito isolata. Avevano allertato il magistrato di turno, ma con quel tempo e vista l’ora molto tarda, nessuno si era affrettato a compiere il proprio dovere. Nel frattempo era toccato a lui recarsi sul posto.
Non è certo la prima volta che apro un sacco nero, ma speravo di non doverlo mai più fare. L’emicrania comincia a martellarmi forte proprio mentre schiudo la zip. La visione di quell’ammasso di carne putrida s’incunea nel mio petto come un pugno al cuore, costringendomi a tirare il fiato e strizzare gli occhi. L’odore di morte mi muove una mano verso bocca e mi disegna un ghigno disgustoso in faccia. Questa specie di mostro un tempo era stata un donna, all’apparenza di mezza età, forse persino attraente. L’acqua le è penetrata in ogni centimetro del corpo, gonfiandola a dismisura. O forse si tratta dei gas intestini. La pelle è macerata con macchie di vari colori, le palpebre aperte con l’occhio destro traslucido e velato da un patina biancastra. Sul sinistro invece hanno infierito i pesci.
Nella zona occipitale del cranio noto un grosso foro, dentro il quale scommetto che troveranno un bossolo ammaccato.
Domando se sono già state scattate le fotografie e tutto il resto.
— Misurazioni, descrizioni, disegni, impronte. Tutto l’ambaradan. Troverà i dettagli nel fascicolo che mi hanno ordinato di consegnarle. Manca solo il maledetto medico legale. Ma che diavolo starà facendo?
Sferzato dall’aria gelida cerco nella giacca una pillola per il mal di testa. Il commissario deve aver pensato che cercassi l’accendino, proponendomi di nuovo il suo.
— No grazie, non fumo — sostengo, con la sigaretta in bocca.
Contrariato, Melia si ricaccia la mano in tasca.
— Senta capitano, io non ho mai dato importanza alla stronzata della rivalità tra Carabinieri e Polizia; però, detto tra noi, non mi piace l’idea che lei venga qui a prendersi questo caso.
— Detto tra noi, commissario, ve lo lascerei molto volentieri, questo caso.
— Comunque, visto che a quanto pare se ne dovrà occupare lei, le vorrei suggerire una pista...
— Ha già una pista?
— Vede, è stato il sottoscritto a dare in poche ore un nome e cognome alla salma — si vanta, indicando il sacco mortuario. — Non vuol sapere come ho fatto?
— Si sarà spulciato le denunce delle persone scomparse nell’ultima settimana e avrà trovato qualche corrispondenza.
Fanno tutti così.
— Me lo avevano detto che lei viene dall’investigativa e che è molto in gamba.
— È prassi — replico. Non intendo sminuirlo ma parla troppo, non va bene per il mio mal di testa.
— Sì… bene… può darsi. Comunque c’erano un paio di denunce che mi insospettivano. Una in particolare, sporta pochi giorni prima da una certa Virginia Schindler.
A quanto racconta il commissario, una collega di questa Virginia non era rientrata in ufficio e neppure rispondeva al telefono, nonostante avesse dell’urgente lavoro da sbrigare. Pertanto la signora Schindler aveva atteso ancora ventiquattr’ore e poi aveva denunciato la scomparsa della sua socia, che rispondeva al nome di Tania Cernat. Era stata la descrizione della donna a richiamare l’attenzione di Melia.
— La ricordo quasi a memoria. Diceva: trentacinquenne, piacente, formosa, un metro e settanta, capelli rossi lunghi, segni particolari mastoplastica additiva al seno, leggera zoppia a causa di un incidente motociclistico. La guardi. Non è proprio la donna che abbiamo pescato?
Il fatto è che la donna stipata dentro quella sacca ormai non assomiglia a nessuna donna. Sto per dirgli che il generale Rea ha già appurato l’identità della salma, quando una folata di vento mi cancella le parole di bocca. Così lascio perdere, annuisco e basta.
Melia prosegue nel decantare il suo fiuto investigativo, che lo aveva portato a rovistare nei social fino a trovare una Tania Cernat che poteva corrispondere alla vittima. Mi porge una foto.
— Nessun tatuaggio che aiutasse il riconoscimento, ma guardi qui: la collanina. Non le sembra la stessa del nostro cadavere?
La ragazza in foto ha una pelle confettata, di un pallore marcato. In effetti la collanina d’oro sembra la stessa. Sgrano gli occhi e seguo le maglie d’oro che vanno a conficcarsi tra i ripidi crinali del seno. Non posso fare a meno di indugiare su quel petto, che elude la sorveglianza della camicia. Gli occhi non riescono a schivare neppure quei capezzoli, larghi e gonfi che sembra ci abbiano siringato dentro qualche soluzione salina. Un tutt’uno con l’areola.
In lontananza è l’eco della voce di Melia a rompere l’incantesimo: — Capitano, si sente bene?
Strizzo gli occhi grigi e stanchi. Torno in me. Cristo, sto peggiorando se stavo fantasticando sul corpo di un cadavere. È avvilente che quella bellezza si sia trasformata in un fagotto di marciume, pronto a decomporsi sotto una lapide nella terra grassa del cimitero. D’accordo, forse a livello subliminale, per una frazione di secondo, provo una sorta di sentimento di indulgenza verso i necrofili. Poi però me ne vergogno e penso che devo decidermi a tornare da uno psichiatra.
— Le sue orecchie, capitano… sono rosse. Si sente bene?
Niente affatto, penso. — Sì. Sto bene — dico.
Melia si riprende la foto, strappandomela di mano.
— Ma che cosa le è preso?
— Niente, pensavo…
— Sa cosa penso io invece?
Scuoto il capo.
— Penso che non riesco a capire perché sono io che faccio il lavoro, ma l’indagine la passano alla TPC.
Visto che insiste glielo spiegherò.
Melia increspa le rughe della fronte.
— Non gliel’hanno detto?
Ora, se le avesse, inarcherebbe anche le sopracciglia.
— Tania Cernat faceva la spedizioniera per un’importante società di trasporti: la Schindler Trasporti Speciali, che è specializzata in trasporti di opere d’arte.
Melia finalmente tace. Mi osserva con la mascella appesa.
— Indovini un po’ qual è stato l’ultimo incarico svolto dalla signorina, prima che qualcuno gli piantasse una pallottola in testa?
— Quale?
— Il trasporto di un Modigliani.