— Io ho paura, Guido. Tra mezz’ora parte l’Intercity che mi porterà a Livorno Centrale e, da lì, di corsa al porto e poi a Bastia. In Corsica ho alcuni amici che mi nasconderanno per il tempo necessario a organizzare la fuga in un posto dove neanche il Padreterno potrà scovarmi.
— Te l’auguro, Alessandro, te l’auguro di cuore.
Sinossi
Montecatini Terme, "Terme d'Europa", "La città del peccato", "La piccola Parigi". Così era conosciuta dai VIP internazionali che soggiornavano nei più prestigiosi alberghi della città per la cura delle acque e per i "servizi" che offriva, specialmente nelle ore notturne. Ai giorni nostri, la città ha perso il suo fascino mondano ed è divenuta terreno fertile per malavitosi senza scrupoli, pronti a sacrificare vittime innocenti in nome dei più sporchi profitti. Una coraggiosa donna magistrato indaga sul malaffare mettendo in pista i migliori elementi delle forze dell'ordine presenti sul territorio. Ma anche in questa tranquilla cittadina della provincia toscana ci sono "pentole che non vanno scoperchiate" e personaggi intoccabili, secondo i quali il destino di Montecatini Terme è nelle loro mani.
Primo capitolo
I
Il frate e il faccendiere
La messa delle 18:30, celebrata nella minuscola parrocchia del convento delle suore, era sempre curiosamente gremita.
In quel piccolo spazio, anche soltanto venti persone costituivano una vera e propria folla.
Un’anziana suora con la schiena curva accompagnava i canti liturgici con l’armonium; anche con cospicue donazioni da parte dei fedeli, sarebbe stato impossibile installare un vero organo a canne, vuoi per la mancanza di spazio, vuoi per i numerosi vincoli da rispettare e altrettanti che, in ogni caso, ne avrebbero impedito l’impianto.
All’altare, un frate cappuccino di un’età indefinibile, probabilmente compresa tra i quarantacinque e i cinquantacinque anni, invitava i presenti alla preghiera e lui stesso predicava con voce avvolgente, calda, di quelle che, se ascoltate a occhi chiusi, potevano far immaginare che fosse di uno di quegli affascinanti attori dei tempi d’oro del cinema.
Era effettivamente di bell’aspetto.
Il saio nascondeva un fisico asciutto e scattante, frutto della continua attività fisica praticata non soltanto nella palestra ricavata nel sotterraneo della vicina chiesa parrocchiale. L’ovale del volto dai lineamenti regolari circondava gli occhi color nocciola, il naso leggermente aquilino e la bocca che pareva uscita dallo scalpello di un abile scultore. I capelli e la barba, tenuti di media lunghezza, erano castani e picchiettati qua e là da macchie color argento.
Il frate pareva veramente suscitare attrazione nei fedeli.
Tra loro, circa un terzo era costituito da donne sopra la sessantina, per la maggior parte vedove, le quali tenevano particolarmente a mantenere alta la loro immagine “tutte casa e chiesa” ma che, in realtà, piacevano a ben pochi. Il giudizio più benevolo mai ricevuto era “beghine”, donnette che si facevano vedere in chiesa ma col discutibile hobby di parlar male degli altri e di spettegolare su ogni minima parola o gesto. Non mancava nemmeno chi dava loro di prostitute, tanto per usare un delicatissimo eufemismo poiché, a detta loro, se avessero avuto l’occasione sarebbero ancora andate a letto con cani e porci. Qualcuno, forse più sincero rispetto agli altri, supponeva che, al pari suo, si trovavano lì per il sacerdote. Probabilmente - anzi, sicuramente - c’era chi ci avrebbe fatto un pensierino; dopotutto era un uomo ancora giovane e vigoroso. Altri, al termine della funzione, l’avrebbero fermato per complimentarsi su com’era così espressivo durante la lettura delle Sacre Scritture e quanto incisivo sull’azzeccatissima omelia, tanto da riuscire a far breccia nei cuori e a stamparsi indelebilmente negli spiriti delle persone. Addirittura, per questi ultimi motivi, a quella messa partecipavano pure due atei i quali, altrimenti, si sarebbero tenuti lontano da una chiesa come nemmeno un vampiro dalla luce solare.
Una era una donna sulla cinquantina, bassa e grassoccia, cugina del sacerdote la quale, dopo un frettoloso saluto, tornava a gestire il suo albergo tre stelle in centro.
L’altro era un uomo, decisamente più anziano ma ancora piuttosto energico, che accese la pipa di ginepro una volta uscito di chiesa.
Aspirò a fondo.
L’afa di agosto era pesante, appiccicosa e insopportabile, ma la fumata aromatica gli stimolò i sensi appagandogli olfatto e gusto oltre a dilatargli i polmoni, nemmeno avesse inspirato aria pura di alta montagna.
Quando ormai anche l’ultimo dei fedeli si era incamminato lungo la stradina in ghiaia che conduceva al cancello automatico facente funzioni di entrata e uscita, il fumatore di pipa fece un cenno al frate.
— Zia ha bisogno, figliolo?
— Sì, padre, ha chiesto di lei.
Già.
Solo che, ormai, l’unico parente rimasto in vita era il figlio.
I due uomini entrarono nella Maserati Ghibli SQ4 3.0 color blu “Emozione” (vai a capire i costruttori di automobili!) e, con questa, si diressero verso il parcheggio sopraelevato accanto all’ex sede della Camera di Commercio, accanto al liceo scientifico intitolato a Coluccio Salutati.
Dopo aver posteggiato l’auto nel punto più lontano dalla strada e, al sicuro dei finestrini oscurati, il fumatore di pipa tirò un’ultima boccata.
— Peccato che tu non fumi, caro Massimo, sarebbe l’unico vizio che ti manca. Non puoi sapere cosa ti perdi, sono rare, sai?, le pipe in ginepro. Ma vale la pena, ogni boccata è puro piacere.
— Non ne dubito, Guido, ma non sono venuto qui per parlare delle tue... “boccate” o dei miei vizi.
L’interpellato emise un sospiro.
— E allora, cosa vuoi, frate? Col tuo defunto padre eravamo culo e camicia dai tempi del liceo e, prima con lui e poi con te, venivamo proprio qui a... “divertirci”. È una settimana che mi tormenti con mail e messaggi Whatsapp, al punto che in ufficio credono che passi il tempo a scambiare messaggini con un’amante e a cazzeggiare. Avanti, fuori il rospo! E vedi di smetterla, una buona volta!
— Ma hai letto i miei messaggi, no? Lo sai cosa voglio!
— Ci sono tempi tecnici, Massimo, te l’ho detto.
— Tempi tecnici un paio di palle! Quando si tratta di spillarmi i quattrini, non ci sono “tempi tecnici” che tengano. Al contrario, quando uno rivuole indietro i propri soldi...
— Nessuno si sogna di negarteli, credimi.
— See, come no! Come quando, nei Novanta mi presentasti quel tuo amico imprenditore. “Sai, lavora nell’informatica”. Mi dicesti. “L’affare del momento, l’affare del futuro. Chi non ha un computer al giorno d’oggi? Anche la Chiesa dovrà informatizzarsi, parlane col Vescovo...”
Si segnò.
— Grazie a Dio, caro Guido, non l’ho fatto. Quell’azienda era un limone spremuto e pare che si sapesse già allora. Un dipendente, a quanto pare l’unico vero ragioniere aveva messo sull’avviso il tuo amico e questi cosa fa? Invece di assumerlo nella direzione amministrativa e aiutarlo a salvare il salvabile, lo relega a compitucci marginali e sottopagati. Ma poi, visto che tutti i nodi vengono al pettine, viene fuori che quel ragioniere aveva capito tutto e si è salvato appena in tempo dal fallimento e gli altri due/trecento dipendenti sono finiti nelle peste, senza una lira in tasca. E chi ha investito in quell’azienda è rimasto senza piume nel culo!
— Per essere un frate, caro Massimo, sei fine come uno scaricatore di porto. Poi, se hai bisogno di soldi, perché non chiedi un anticipo al Vescovo? Sembra una personcina disponibile...
— Sì, a tagliarci i viveri! Boccaccia mia statti zitta! Eppure, a quanto pare, si trova in una posizione assai delicata.
— Perché?
— Stando alle voci che circolano tra le beghine che vengono a messa dalle suore, Monsignore è un esperto di inseminazione, naturale o artificiale che sia. Di suo, ha avuto una mezza dozzina di figli da altrettante donne, ma non si sa se li abbia o meno riconosciuti, poi si è rivolto privatamente a una banca del seme.
— Mi pare ottimo materiale per estorcergli un bel po’ di vaini...
— Già, solo che non c’è nemmeno l’ombra di una prova di tutto questo, sono solo chiacchiere messe in giro da gente che dovrebbe tacere dalla mattina alla sera. A onor del vero mi hanno messo in guardia, vorrebbero che firmassi una petizione o qualcosa del genere per destituirlo. Vorrebbero anzi che prendessi il suo posto, pensa te!
— L’età ce l’hai.
— Sì, ma non ho la laurea o la licenza in teologia, diritto canonico o Sacre Scritture. E leggere il Vangelo e sparare omelie non fa di me un esperto in materia.
— Ma... con una... “spintarella”...
— See, lascia perdere e torniamo a noi. Cosa devo fare, maledizione? Questa stramaledetta pandemia non ci voleva proprio, le Borse sono in ginocchio e i miei conti offshore si stanno prosciugando peggio del mar Morto. — pausa. — Sei stato tu, “il grande faccendiere”, a suggerirmi di aprirli!
— È stata una tua libera scelta, nulla ti avrebbe impedito di rifiutare, non dimenticarlo. E sei stato tu — gli puntò contro l’indice destro — a volermi seguire nei miei viaggi “d’affari”, in borghese e facendoti passare per un socio in affari o un collaboratore, quando di economia e finanza ne sai meno della nipotina di un mio amico, che a due anni ancora non parla e non cammina.
— L’hanno portata dal medico?
— Ora sei tu a cambiare discorso, Massimo. Non puoi incolparmi se gli investimenti si sono rivelati fallimentari. Sull’azienda informatica, transit, anzi, come dite voi sacerdoti?
Si percosse il petto tre volte al ritmo di mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa.
Poi recitò il miserere.
— Se vuoi, mi cospargo il capo di cenere... — disse, infine.
— Piantala, buffone, non scherzare su queste cose.
— Ma a chi vuoi darla a bere, ipocrita d’un fariseo? Ma ci credi veramente alle tue prediche dal pulpito? — Pausa. — Quel deficiente del mio amico deve un sacco di soldi a un mare e mezzo di gente ed è solo grazie all’impegno dei sindacati, chiamati in causa a gran voce dai dipendenti, ancora più stupidi di lui, se ha potuto evitare denunce per bancarotta e appropriazione indebita. Però è sotto processo per affari non propriamente chiari con certi “mafiosi”.
— Siciliani?
— Siciliani, calabresi, napoletani... che importanza ha? Tutti meridionali che volevano fare il gran salto investendo nel nord, magari truffando l’Unione Europea la quale, all’epoca, elargiva fondi a chi si presentava con iniziative simili, e hanno trovato nel mio amico l’allocco ideale, solo che hanno fatto i conti senza l’oste.
Frate Massimo tacque per un lungo istante, poi riprese: — Ma quella tizia cui facevi il filo che fine ha fatto?
— Di chi stai parlando? — ribatté Guido, il faccendiere.
— Ma sì, quella tipa tutta sorrisi e dall’italiano tragicomico... era serba, se non sbaglio...
Guido fissò il frate, la fronte corrugata come a voler cercare nella testa dell’amico l’immagine della donna cui si riferiva.
— Mi dispiace, ma non ho proprio capito a chi ti riferisci. — disse poi, tra una boccata e l’altra alla pipa in ginepro.
— Ma dai, dubito che tu possa averla dimenticata. Se non ricordo male, mi dicesti che si era messa con un poco di buono che l’aveva pure menata.
— MMM!!! — Guido emise un suono con la gola rischiando di rimanere strangolato dalla boccata di fumo appena aspirata. — Ti riferisci a Lenka Jenčušová, allora... — rantolò, tra un colpo di tosse e l’altro. — È slovacca, non serba.
— Già, “Lenka l’ingabbiata” perché è stata un periodo in carcere. Vi siete più sentiti?
— See, magari! Sai anche tu com’è fatta, no? È intelligente, sveglia, si dà un mucchio da fare... ma talvolta la testardaggine le impedisce di scorgere anche un elefante in un campo di fragole.
— Poi com’è andata? So che voleva diventare un’impresaria...
— Sì, e indubbiamente aveva un certo talento. Si sentiva sprecata nel dispensare sorrisi agli avventori servendo, nel contempo, champagne e whisky a buon mercato. — Storse la bocca, disgustato. — Voleva fare il salto e, da una parte, conosceva parecchie connazionali o sapeva come e dove reclutarle, dall’altra aveva facilità a legare con i titolari dei locali. E non solo con loro...
— Ma quella storia di San Gimignano? Tutt’ora sono reperibili online articoli sulla cosiddetta Operazione La donna è mobile condotta dagli sbirri, ma non è chiaro come ci sia cascata dentro.
— Mah! Lei diceva che era stata una certa sua “amica” a trascinarla, ma ci sta benissimo che si fosse fregata da sé. Te l’ho detto, per superare un ostacolo né lo saltava né l’aggirava. Doveva per forza sbatterci contro la testa, anche più e più volte, fino a fracassarsela. Ma, d’altronde, difficile resistere quando si avvertono l’odore, il colore, il fruscio e il tintinnare del denaro, non credi?
— Volevi forse farle la morale? I soldi non danno la felicità?
— E tu? Vorresti salvarle l’anima come abitualmente fai con le altre, magari nelle discrete stanze dell’albergo del Porcerai?
— Va’ avanti, va’...
— L’azzeccagarbugli che la difendeva ha faticato un bel po’ per farle avere gli arresti domiciliari, a quanto pare non c’erano i soldi sufficienti e nessuno si era fatto avanti per aiutarla.
— Ma, alla fine, a casa c’è tornata.
— Sì, solo che è rimasta... “ingabbiata” per qualche mesetto, durante il quale non ha perso tempo. Avendo a disposizione cellulare, computer e social, mi ha contattato perché, una volta libera, voleva chiedermi qualcosa. In sostanza, voleva qualche consiglio su come aprire un’agenzia e sfogarsi un po’ su quello che aveva passato, togliersi qualche sassolino dalle scarpe. È in quell’occasione che ha iniziato a parlarmi del suo “grande amore”.
— Ne eri geloso? Di’ la verità...
— Lui lo pensava, convinto com’era che mi rodessi il culo perché lei aveva l’età di mio figlio e aveva scelto un uomo vent’anni più anziano, invece di me che ne ho addirittura dieci più di lui. — Pausa. — In verità, inizialmente mi aveva fatto una strana impressione, trasformatasi in nera certezza quando venni a sapere dalla stessa Lenka via chat su Facebook che “non l’aveva picchiata, ma gesto uguale”.
— Posso immaginare che sei corso in suo aiuto.
— Mi ha chiamato lei, per sfogarsi... e qui, forse, mi sono lasciato trasportare dagli eventi.
— In che senso? Te la sei trombata?
— Che finezza di linguaggio, frate! — esclamò Guido, ridendo e tossendo per il fumo andato di traverso. Poi, calmatosi, riprese: — Comunque, no. Da una parte non me l’avrebbe permesso, dall’altra lei affermava di non aver bisogno degli altri, che non soffriva e sapeva badare a se stessa. — Altra pausa. — Tutte cose su cui, sinceramente, dubito con tutte le mie forze.
— E com’è andata a finire?
— Ho fatto fare una ricerca su quel tale. Originario di Racalmuto, durante l’infanzia si è trasferito con la famiglia in Franciacorta, dove vive tutt’ora occupandosi di cianfrusaglie. Fa il rigattiere, insomma. Da giovane ha girato l’Europa per assistere ai concerti dei migliori cantanti e band dell’epoca. Poi si è sposato e ha avuto un figlio.
— Un quadro idilliaco, direi... dov’è il bidone?
— Domanda logica, Massimo. Il “quadro idilliaco”, come l’hai chiamato tu, nasconde un lato oscuro. Infatti, si è scoperto anche che il nostro è (o, facciamo finta di credere, era) un “predatore notturno”, cioè uno di quelli che, la notte, vanno in cerca di emozioni facili, come portarsi a casa una puttanella di night club, se non di strada. Tra le sue conoscenze, infatti, si annoveravano diversi tra i nomi più “famosi” nell’ambito delle marchette autorizzate, i quali gli fornivano “carne fresca” ogni qualvolta voleva. Come ben sai, i clienti di riguardo vanno trattati coi guanti...
Il frate sorrise, ammiccando.
— Insomma, questo modo di vivere, per dirla con voialtri del clero, era incompatibile col matrimonio e il focolare, tant’è - a quanto risulta - che costituiva motivo di feroci litigate finite in botte. Tutte cose che non sono mai state portate in tribunale, anche perché in quegli anni la parità tra uomo e donna era molto più a parole di adesso, la cultura era ancora molto patriarcale e il marito era il capofamiglia. Morale della favola, ha divorziato dalla moglie e, sempre per quanto ne sappiamo, ha continuato e continua tutt’ora a fare la vita di sempre.
— Verrebbe da chiedersi come mai Lenka si sia rimessa con un tipo del genere.
— C’è ben poco da fare i moralisti, mio caro frate. Inutile anche scomodare gli strizzacervelli con la Sindrome di Stoccolma o altre cazzate simili; quando ci si mettono, sembrano più cavillosi di certi azzeccagarbugli! — Boccata di fumo. — Parliamoci chiaro, Massimo; a te, in fondo, cosa interessa veramente? Figa e denaro, denaro e figa, non negarlo! Quindi, a lei, allora, cosa sarà mai interessato, eh?
— Sì, non è difficile immaginarlo. Ma resta da capire come uno che razzola nelle cianfrusaglie possa disporre di molto denaro. È forse ricco di famiglia e, quindi, annoiato e non sa cosa fare nella vita?
— Infatti, è una domanda lecita. Per quanto siamo riusciti ad appurare, pare sia uno stiddaro.
— Un che?
— Un affiliato alla Stidda, stella in siciliano. Si tratta di un’organizzazione simile alla Mafia che opera autonomamente nell’interno della Sicilia, tra le province di Agrigento, Caltanissetta e Ragusa. Quelli che uccisero Rosario Livatino, il “giudice ragazzino” erano stiddari.
— Quindi la tua Lenka si è messa praticamente con un mafioso.
— Non è mai stata mia, per piacere! Comunque sì, si è messa con un mafioso. Poi, per completare il quadro, il tipo in questione è uno guadagna qualche soldo dalle attività che mano a mano gli si presentano, ma non è particolarmente ricco grazie alle sue mani bucate. Sempre secondo le informazioni raccolte, ama viaggiare e, in questi anni, ha portato Lenka in posti esclusivi, come Cervinia e Portofino.
— Insomma, vive al di sopra delle sue possibilità.
— L’hai detto.
Guardò l’orologio.
— Meglio se ti riporto in parrocchia, si è fatto tardi. Stasera... stessa ora, stesso posto?
Il frate annuì.
Dal condominio di fronte al parcheggio dove da almeno un’ora sostavano padre Massimo e il faccendiere Guido, un paio di occhi stavano osservando la Maserati Ghibli SQ4 3.0 color blu “Emozione” dal momento in cui si era fermata.
Occhi curiosi.
Occhi che non avrebbero lasciato il bersaglio nemmeno fossero mirini di fucili di precisione.
— Giurerei che quella fosse la macchina su cui è salito padre Massimo, dopo la Messa... — Gli occhi erano connessi a una bocca molto ben allenata. — Ma mi chiedo cosa sia venuto a fare in un parcheggio vuoto, né lui né il conducente sono scesi. Di cosa staranno parlando, quei due? A meno che... che maiali! Ma no, dai, non è possibile, non padre Massimo!
Scosse la testa.
Estrasse da un tascone della vestaglia estiva dai colori sgargianti uno smartphone ultimo modello, entrambi regali della figlia in due diverse occasioni.
— Diana, Diana... ma che ti è saltato in mente, quando mi hai voluto regalare questo ciottolo! “È utile per tante cose” - dicevi - Le app, lo Spid, i social... Ma che sono, roba che si mangia? Baaah!
Gettò lo smartphone su una poltrona e raggiunse il telefono fisso.
Meno male che non l’aveva mai rimosso né aveva mai disdetto il contratto come invece la figlia e alcune sue amiche insistevano che facesse quanto prima. In fondo, a cosa le serviva se non aveva né internet, né l’elenco telefonico né, più semplicemente, una rubrica personale? Infatti, a parte la figlia, i negozi di fiducia e poche compagne di cicaleccio, non aveva altri contatti col mondo.
Eccettuati la parrocchia e frate Massimo, si capisce.
— Diana, sono mamma...