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Quando tornarono alla festa, Giacomo si lasciò corteggiare persino da un’anziana signora che lo spogliò con gli occhi, consapevole delle chiacchiere che volavano alle sue spalle.
Mentre offriva una coppa di vino bianco alla signora, pensava alle parole che gli aveva detto Giuditta nel corridoio prima che socchiudesse la porta:
— Senti Giacomo, ho da dirti una cosa che riguarda Giuliano. Non so se sia vera… ma pare che si sia incontrato con il fratellastro…
Non c’era stato tempo per chiederle come avesse fatto a scoprire un’informazione così utile.

Sinossi

Giacomo Casanova ritorna a Venezia spinto dalla nostagia per la sua città e dal desiderio di vedere lo zio,Alvise Grimani. Ricomincia così a vivere "a modo suo", tra vecchi e nuovi amori, partecipando a rituali esoterici, sperimentando nuove conoscenze e cercando di approfondire i propri, notevoli studi e interessi. Amico di un monaco armeno, padre Agostino, suo direttore spirituale, della pittrice Rosalba Carriera e della "cerusica" che cura lo zio, Giacomo, tra una festa e l'altra, gli incontri con Carlo Goldoni, gli inseguimenti della Polizia Segreta della Serenissima Repubblica, i tempestosi colloqui con il Capo del Consiglio dei X,Giovanni Valier, si trova coinvolto in un orribile omicidio. Il padre di un patrizio, suo conoscente, è stato ucciso nella sua camera da letto chiusa a chiave. Casanova non può negare al giovane Rusconi, il suo aiuto. La sua ricerca della verità lo porterà a scoprire segreti familiari e politici innominabili. A rischio della propria incolumità, Giacomo con l'aiuto di Rosalba, di Carlo e della "cerusica", dipanerà un mistero quasi irrisolvibile. L'ultima verità e la scoperta del colpevole lasceranno il lettore stupito e incredulo. Sfondo di questa avventura è una Venezia ricca di fascino e mistero, dove si dipanano storie e vite di un'altra epoca, sebbene molto simili a quelle del nostro tempo.

Le autrici

Primo capitolo

1

Primavera del 1746.
Era il 25 Aprile.
Il giorno dedicato a San Marco.
Il giorno che il populo chiamava dei ‘risi e bisi’.
Il giorno in cui il Doge assaggiava il primo risotto con i piselli, fatti venire da Genova. Dopo la sua approvazione per quel piatto prelibato, il mese successivo, tutti, patrizi e popolari potevano incominciare ad assaggiare il prelibato risotto.
Casanova aveva scelto proprio quel giorno per tornare a casa perché era dedicato al Santo Martire, protettore della città e perché in quella data, ancora una volta, ricominciava la rinascita della Natura e dell’Anima.
Poi, era la festa del Boccolo, quella che preferiva e l’usanza degli uomini di offrire alle loro donne un bocciolo di rosa rossa rifletteva fino in fondo l’indole della sua anima innamorata della vita.
Era buio. La notte si era impossessata della città in un attimo. Solo la luna illuminava l’acqua in quel tratto di canale che portava al palazzetto. Il gondoliere remava lentamente e il remo tagliava la spuma candida delle piccole onde come una musica ritmata che si diffondeva di spruzzo in spruzzo, propagandosi all’infinito e accarezzando i palazzi poco illuminati e sonnolenti.
Giacomo, avvolto in un mantello nero gustava la solitudine di quel momento osservando le stelle che brillavano lassù in un infinito che poteva quasi toccare. Bastava allungare una mano e afferrare Venere che lo osservava, a sua volta, con una luce che non aveva mai visto prima.
Finalmente era di nuovo a Venezia. Dio! Quanto gli erano mancati l’acqua, i bagni turchi, le nuotate verso San Lazzaro degli Armeni, i rituali magici ed esoterici, i giochi con i suoi amici, la caccia nelle barene, le chiacchierate con Agostino e l’amicizia di Rosalba!
Seduto a poppa si gustava, attimo per attimo, quella notte magica che il destino gli aveva regalato, dono imprevisto e imprevedibile, ma come sosteneva padre Agostino Omnia tempus habet.
Pace, si disse ed effettivamente dentro al cuore provava sentimenti di pace e perdono come non gli era accaduto da lungo tempo.
Con amore lasciò correre lo sguardo lungo il canale e i rii laterali, mentre la nostalgia che lo aveva perseguitato per mesi si stemperava in un’emozione di liquido abbandono che neppure lui riusciva a decifrare.
Non era seguito.
Mezz’ora dopo, il gondoliere, un giovane biondo, robusto e di poche parole che prima di entrare nei famigli di Ca’ Grimani faceva il pescatore, accostò dolcemente l’imbarcazione alla darsena, legò la gondola alla palina con i colori della Casada, fascia rossa alternata a una bianca, e gridò il suo saluto ai servi che aspettavano il suo padrone in riva.
Giacomo saltò agilmente sulle assi di legno.
Un uomo bruno, riccioluto, con gli occhi neri, l’orecchino al lobo destro, basso e corpulento lo stava aspettando. Nino, l’ amministratore dei beni della famiglia Grimani e delle tenute nel vicentino, responsabile anche delle esportazioni delle vetrerie, lo salutò con rispetto.
— Salve a voi, schiavo vostro, messere — disse tutto d’un fiato — vostro zio mi ha messo al vostro servizio per tutto il tempo che vi fermerete in città. Venite, la servitù vi sta aspettando. Avete bisogno di qualcosa? Avete fame? Ogni vostro desiderio sarà esaudito. Ordini di vostro zio.
Giacomo non rispose subito e si concesse un attimo di tempo. Conosceva bene Nino che era al servizio dei Grimani da quando era ragazzino e gli fece un piccolo cenno con il capo, che valeva più di tante parole.
Nino aveva circa trent’anni ed era lontano parente di una vecchia prozia che viveva con Michele Grimani. La sua famiglia aveva perso tutto in una sola notte nel Ridotto di Calle Vallaresso. Suo padre aveva dissipato al gioco palazzi, terre, ville nella campagna padovana e persino la flotta mercantile. Si era ucciso la mattina dopo.
Messer Michele Grimani era dovuto intervenire per far fronte allo scandalo, sostenere la famiglia e mettere a tacere tutti i creditori. C’era di mezzo l’onore della Casada e i Grimani erano uomini retti, onesti e responsabili. Non c’era altro da fare se non intervenire urgentemente.
Il fratello Alvise lo aveva preso con lui e gli aveva chiesto di aiutarlo a seguire gli interessi della Casada. L’anziano patrizio non si era mai sposato e non aveva figli che potessero sostenerlo nella vecchiaia. Testardo e terribilmente indipendente, non voleva essere un peso per Michele o per i nipoti, così Nino era diventato un aiuto prezioso e insostituibile.
L’amministratore era pagato abbastanza bene, ma non possedeva mai un soldo. Aveva il vizio del gioco e scommetteva alle corse dei cani nei campi della città, per non parlare delle donne che erano la seconda smisurata passione. Spendeva molto anche nei bordelli e non si lasciava scappare un’avventura neppure con le donne sposate. I suoi tentativi di imitare Giacomo davano risultati, lui però non era Casanova e non sarebbe mai riuscito a comportarsi come il suo padrone, neppure se avesse avuto a disposizione ancora cento vite da consumare.
Il suo problema era solamente uno: l’invidia.
Oltretutto l’amministratore era consapevole dei sentimenti contrastanti che lo coinvolgevano ogni volta che doveva mettersi al servizio di Giacomo. Amore e odio, ammirazione e disinteresse, devozione e disprezzo. Il patrizio aveva una classe innata, dono di madre natura e a lui non sarebbero stati sufficienti mille anni per raggiungere un decimo dello stile del suo padrone.
Però, dato che non era cattivo, si rendeva conto dei propri limiti e, alla fine, si era sempre rivelato un servitore fedele e utile in molte delicate occasioni.
Nino comprese il significato di quel piccolo gesto. Poteva dare solamente gli ordini alla servitù. Quindi si inchinò, in attesa di una risposta, osservando la punta degli stivali del padrone. Giacomo lo metteva sempre in soggezione perché era troppo alto e lui non riusciva mai a sfuggire lo sguardo inquisitore e ironico di quel bastardo, nato al di fuori del matrimonio. Ma era pur sempre un Grimani e gli doveva rispetto.
Anziché chiamare il primo servitor de Casada, si prese la sua piccola vendetta, dicendo: — Sior Lustrissimo xe tuto parecià par ben come se convien. El comanda altro?
Casanova che conosceva bene l’amministratore, decise che meritava una piccola punizione. Nino pensava che senza di lui la casa non potesse andare avanti. Si credeva insostituibile. Perciò misurò le parole e gli rispose, affabile:
— Vi ringrazio per quello che state facendo per me! So di crearvi dei problemi, ma sapete bene che a mio zio non piace essere disubbidito. Dite alla cuoca e agli altri di andare pure a dormire. Per le mie necessità personali mi arrangerò da solo, mentre voi mi preparerete qualcosa da mangiare e me lo porterete nella mia camera da letto, poi potrete ritirarvi. Andiamo! — ordinò Giacomo, ben conoscendo l’avversione di Nino per altre mansioni, diverse da quelle per cui era pagato. L’amministratore accennò un inchino.
— Ai vostri ordini, sior paron! — rispose in tono accomodante, mentre dentro di lui si faceva strada un sottile rancore verso quell’uomo, il bastardo, che era entrato nella famiglia all’improvviso, compromettendo antichi equilibri, stabiliti da generazioni. Ma non poteva ribellarsi a messer Alvise, lui doveva solo obbedire all’anziano padrone che era l’unico della famiglia che stimasse veramente. Gli era fedele come un segugio ormai vecchio, che era stato salvato quando era un cucciolo e di riflesso era suo dovere esserlo anche con il nipote preferito. Nonostante tutto.
Nino restò immobile un secondo di troppo, segno del suo disappunto.
Giacomo si stava comportando come un padrone intransigente e insopportabile e solo con lui. Voleva provocarlo dietro una cortesia falsa e studiata, conoscendo la sua avversione per mansioni che non gli competevano. Lo aveva fatto apposta. Nino sapeva che non doveva lasciarsi coinvolgere in quel gioco, senza riuscirci.
L’amministratore alzò il capo e incrociò lo sguardo di Giacomo. I suoi occhi esprimevano disappunto, rabbia e irritazione, ma il tono di voce, invece, era tranquillo.
A dirla tutta, Nino in fondo al cuore non era così cattivo come poteva sembrare, né invidioso delle fortune dei Grimani. I suoi atteggiamenti non erano altro che una difesa verso il mondo esterno. Aveva un carattere complesso, difficile da decifrare al di là di un’ostentata sicurezza e di un’esuberanza che era semplicemente il suo modo di prendere le distanze da chi non conosceva.
L'amministratore era impulsivo, pettegolo, permaloso, distratto, orgoglioso e molto altro, ma aveva un'affezione quasi filiale nei confronti di Alvise Grimani e temeva che le preoccupazioni per questo nipote scapestrato e sempre in cerca di guai, potessero incidere negativamente sulla salute già precaria dell’anziano patrizio.
Giacomo osservò Nino intensamente e capì la tempesta che l’amministratore stava cercando di gestire. Quello di intuire i sentimenti di chi gli era di fronte, era un dono che si portava dietro sin da quando era bambino. Sapeva che quell’attimo d’ira gli sarebbe passato presto. Nino non riusciva a serbare rancore a lungo. Nonostante il suo carattere difficile, possedeva delle qualità al di fuori dell’ordinario. Era un uomo generoso, tollerante con la servitù ed estremamente intelligente.
Al contrario il giudizio dell’amministratore verso il suo giovane padrone era duro, però, anche se aveva la certezza che Giacomo fosse un irresponsabile, non provava antipatia per lui. Riteneva che il giovane Casanova fosse uno scavezzacollo, un attaccabrighe e un approfittatore che usava il nome dei Grimani come se fosse suo per diritto e riusciva sempre a ottenere tutto quello che voleva dallo zio. Era sufficiente un sorriso perché messere Alvise si sciogliesse come neve al sole ed esaudisse qualsiasi richiesta, sborsando regolarmente grosse cifre di danaro pur di accontentare il nipote.
Casanova scrutò lo sguardo di Nino fino in fondo all’anima, mettendolo ulteriormente a disagio. Quella notte si sentiva particolarmente rilassato, nonostante la stanchezza, e quando si trovava tra il tranquillo e l’euforico, riusciva a mettere a fuoco l’indole di chi aveva di fronte con una chiarezza struggente.
L’amministratore che, dopotutto, era anche lui un buon osservatore dell’animo umano, si era da tempo reso conto che Giacomo, per dote naturale, riusciva a tirare fuori il peggio o il meglio dalle persone in un sottile gioco alchemico che gli riusciva benissimo e amava giocare con le loro debolezze come fosse un vezzo di società.
Questo, Nino, non riusciva a sopportarlo, si sentiva preso in giro, sfruttato e osservato come se fosse un animale raro. Alla fine comunque, per quanto si arrabbiasse, non riusciva a odiare il giovane padrone perché, al di là di tutto, era troppo simpatico, imprevedibile e un dongiovanni impenitente, fatto che lo stupiva sempre. Come faceva Giacomo a conquistare tante donne? Il suo padrone riusciva a fare battere il cuore a patrizie e popolane, a quelle giovani, alle nubili, alle sposate e persino a quelle un po’ più avanti con gli anni. Per lui non esisteva la differenza di classe sociale. Le amava tutte e ogni tanto si concedeva persino di corteggiare qualche bel giovanotto che non si rifiutava l'attenzione del più chiacchierato amatore della città.
Casanova si tolse il mantello e lo porse all’amministratore senza dirgli una parola, i suoi gesti esprimevano ordini già espressi e un’autorità decretata sin dalla sua nascita. Ma era pur sempre un bastardo.
Nino precedette Giacomo nell’atrio del palazzo. Tutta la servitù era lì ad accogliere il padrone, tranne un servo mulatto che stava trasportando i bagagli di Giacomo nella sua stanza.