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Che cosa rappresentava per Filieschi un’inchiesta così ingarbugliata come quella che lo aveva costretto in ufficio? Lui si lamentava della mala sorte, tirava calci alle sedie, a volte alzava la voce nei confronti dei suoi incolpevoli sottoposti. Tutto questo, però, era solo un atteggiamento, una specie di travestimento della sua anima, quasi un modo per mascherare che, in effetti, al di là delle immancabili difficoltà, lui stava facendo proprio quello che gli piaceva fare, in una sorta di sfida continua, che si rinnovava ogni volta, e che voleva vincere a tutti i costi, contro giganti che sembravano essere imbattibili. E se quella sfida gli fosse mancata, Arnaldo Filieschi non sarebbe stato più la stessa persona.


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Sinossi

Eccolo. Ancora lui, a correre con il suo look trasandato, nel bosco che circonda la chiesa di Santa Maria della Polvere di Vittorina ai Monti: non potevano mancare nel suo abbigliamento sportivo le scarpe consumate, la tuta sdrucita e la sciarpa di seta infilata nella tasca posteriore, nel timore che la temperatura potesse improvvisamente calare fino a costringerlo a bardarsi anche con quell’indumento al collo. L’andatura era quella dei suoi cinquant’anni, un passo un po’ pesante, un po’ dondolante, un po’ aritmico, ma quanto gli bastava per avere la sensazione di essere ancora vitale, di essere ancora in grado di divorare ossigeno riempiendo i polmoni, e con quella, illusoria, di poter ancora suscitare, con il suo fisico asciutto, uno sguardo d’interesse da parte di qualche personaggio femminile. Per il commissario di Vittorina ai Monti, Arnaldo Filieschi, era la situazione che meglio si adattava alla sua indole di lupo solitario, amante della natura, insofferente a qualunque affollamento, clamore o traffico.

L'Autore

Primo capitolo

Erano quasi le 19 e la festa, iniziata già dalle 11 del mattino, si stava esaurendo, mentre una specie di riflesso nebbioso gonfiava a dismisura il sole, che s’inabissava nel mare. C’era ancora qualche calice che si alzava con scarsa convinzione, qualche brindisi tardivo, un vociare che sembrava non volersi acquetare, ma ormai le prime coppie si stavano allontanando, dopo i saluti di rito. Era stata proprio una bella cerimonia, quasi simile a un matrimonio, quella celebrata in onore di Adriatica Mollusu, che aveva deciso di abbandonare l’insegnamento universitario, per dedicarsi esclusivamente all’attività professionale. Era un abbandono molto relativo, in quanto lei era un personaggio della cultura, e non solo, talmente famoso che non sarebbe scomparso dagli schermi, ma avrebbe continuato a riempire pagine non solo di riviste scientifiche, ma anche di gossip.

Del resto, come non festeggiare tutti quegli anni in cui era stata una figura guida, forse quella di maggior prestigio, un’icona dell’Università! Pertanto, erano stati invitati tutti i docenti, i loro consorti, molti uomini politici, industriali, personaggi dell’arte e perfino suoi ex studenti che, a loro volta, si erano distinti nella loro carriera.

Adriatica insegnava all’Università scienza delle costruzioni, ed era nota non soltanto per la sua illustre attività di docente, ma anche per la progettazione, in collaborazione con gli architetti più famosi del bel paese, di numerosissime costruzioni geniali, che non mancavano mai di distinguersi per l’estrema audacia, come il grattacielo di Ponte Urbino e soprattutto il ponte che univa, sulle Alpi, la città di Branza con quella di Cela, facendo risparmiare un bel po’ ai viaggiatori diretti in Francia.

Adriatica era raggiante e sfoggiava quel suo sorriso metallico, un po’ simile a una maschera, che ben si abbinava ai suoi capelli d’argento. La domanda che si facevano in molti era sempre la stessa: chissà se Adriatica, dietro a quel sorriso raggiante, nasconde qualche suo segreto?

La celebrazione era avvenuta presso la sua grandiosa villa di Livorno, a pochi passi dal mare. Per meglio salutare tutti, verso la fine della cerimonia, era salita su una specie di grande balconata interna, al primo piano, che si affacciava sul parco, e di lì stava dispensando un saluto generale che, per la sua teatralità, aveva qualcosa di simile a una benedizione papale. Nessuno era accanto a lei, che non poteva che essere un piano al di sopra degli altri, che si limitavano a sorridere, a fare gesti di saluto e ad acclamarla. Si apprestava probabilmente a declamare qualche frase di ringraziamento e di commiato al suo popolo di presunti amici ed estimatori. Sarebbe stato il momento apicale di quella serata e qualcuno, forse, si sarebbe aspettato che qualche angelo scendesse dal cielo per prelevarla, e portarla dove era realmente il posto che le competeva. Lei, che gustava ogni attimo di quel trionfo, stava solo aspettando che il brusio diminuisse d’intensità e che le persone distratte si voltassero nella sua direzione per ascoltarla.

A un certo punto, però, accadde qualcosa di terribile, che si esaurì in modo talmente fulmineo, da lasciare esterrefatte la maggior parte delle persone che la guardavano sorridenti dal parco sottostante e a chiedersi, sbigottite, se avessero sognato e se si fosse trattato di un’allucinazione o di una costruzione scenica.

 Senza che Adriatica avesse avuto neanche il tempo di modificare qualcosa nel suo sorriso, il suo corpo, quasi risucchiato da una calamita, attratto da una forza misteriosa, aveva scavalcato la balaustra, per schiantarsi, a testa in giù, sulla fontana sottostante. Non aveva avuto neanche il tempo di gridare, perché forse lei stessa era rimasta sorpresa quanto gli altri. Si era sentito un tonfo sordo e una specie di angioletto dotato di spada, situato all’apice della fontana, era rimasto del tutto distrutto dall’impatto e avvolto dal sangue. Anche l’acqua della fontana era diventata improvvisamente rossa. Quasi tutti si erano avvicinati, ma subito si era capito che c’era poco da fare. Adriatica aveva ancora gli occhi sbarrati e la bocca semiaperta, ma il suo sguardo, che sembrava più di stupore, che di terrore, era fisso, verso un orizzonte che per lei non esisteva più. La maggior parte delle persone avevano fatto il gesto di soccorrerla, protendendosi all’unisono verso di lei, quasi appesa a quella specie di piccolo monumento. Era chiaro che non era scivolata, né aveva avuto un malessere, ma che qualcuno, che nessuno aveva potuto vedere, o che forse non aveva voluto vedere, l’aveva sospinta improvvisamente e con forza al di là della balconata, facendola precipitare. Però lei era da sola al piano superiore e i pochi che erano intervenuti per cercare l’ignoto assassino, lo avevano fatto troppo tardi. Se qualcuno l’aveva veramente sospinta, come sembrava assai probabile, questi si era immediatamente dileguato. Nessuno aveva idea di chi potesse essere stato e soprattutto come avesse potuto sospingerla, senza farsi neanche notare. Era venuta la Polizia, ma si era trovata in difficoltà, anche se le ricerche si concentrarono non solo sul cadavere, ma anche sul punto in cui il fatto si era verificato. Molti erano rimasti a lungo, sbigottiti, cercando di avere qualche informazione in più, ma tutti erano stati costretti ad andarsene, quasi contemporaneamente all’ambulanza che silenziosamente e mestamente si era allontanata con il corpo della donna. Così erano finite una giornata festosa e una vita.