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numero collana


E in quella casa a metà strada tra Prato e Poggio a Caiano, era un fatto risaputo, imperavano, senza freni, il gioco d'azzardo e le pratiche orgiastiche.

febbraio 2026

160

978-88-6810-641-6

15,00

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Sinossi

In una casa isolata lungo la via del Guanto, il gioco delle carte brucia piccole e grandi fortune e giovani donne, discinte e compiacenti, allietano vincitori e sconfitti. La gestione della bisca e del meretricio è la miniera d'oro della famiglia Mannori, dal turbolento passato giudiziario.
In quella casa, frequentata dalla buona società di Prato, una mattina d'ottobre si scopre il cadavere di Giacinta Mannori, ultima dei tre figli del capofamiglia. Gli altri familiari e la giovane cameriera hanno svuotato gli armadi e sono scomparsi. Non ci sono testimoni, non ci sono indizi apparenti. Ancora una volta Giorgio Chilleri, maresciallo dei Carabinieri Reali che è ormai vicino alla pensione, è chiamato a risolvere un enigma che appare insolubile. Le indagini sono difficili, ostacolate dal riserbo sui nomi dei clienti della casa.
Vengono a galla una storia di minacce ai Mannori, i rapporti tesi all'interno della famiglia per questione di soldi, frequentatori scontenti di essere continuamente ripuliti al tavolo delle carte, relazioni intime non immaginabili. Sono tanti i possibili sospettati per l'omicidio avvenuto nella "Casa del vizio" e iIl maresciallo Chilleri dovrà ricomporre il puzzle a piccoli passi per giungere a risolvere il caso.

L'autore

Luca Martinelli

Primo capitolo

1
Il primo giorno dell’indagine,
nella casa del delitto

Che nella casa dei Mannori, prima o poi, ci scappasse la tragedia, un po’ se lo aspettavano tutti. Del resto, è risaputo, i luoghi di malaffare, alla fine, partoriscono guai. E dunque non poteva accadere nulla di diverso in quella casa a metà strada tra Prato e Poggio a Caiano, dove imperavano, senza freni, il gioco d’azzardo e le pratiche orgiastiche. Coloro che, in città, ne conosceva l’esistenza, ma evitavano di frequentarla disapprovando quanto avveniva tra le sue pareti, l’avevano ribattezzata “La casa del vizio”. A dire il vero, nell’affibbiarle quel marchio poco onorevole non avevano brillato di originalità; infatti si erano limitati a far proprie le parole con le quali, cinque anni prima della tragedia odierna, “La Nazione” aveva intitolato un articolo che, riferendo un fatto di cronaca avvenuto tra quelle mura, rese di pubblico dominio le attività scellerate gestite dai Mannori e di cui da tempo si spettegolava in certi ambienti cittadini. Il fatto di cronaca risaliva ai primi mesi del 1902. I carabinieri avevano fatto irruzione nella casa dei Mannori per arrestare un truffatore, il quale, per finanziare le sue sfortunate puntate al tavolo delle carte, aveva architettato e messo in atto il più banale, eppure sempre il più efficace, dei raggiri di cui all’epoca, come era accaduto in epoche precedenti, cadevano vittime le vedove né troppo giovani, né troppo vecchie. L’imbroglione le faceva abboccare alle moine, giurava di essersi invaghito di loro, prometteva loro amore eterno e infine, conquistata la loro fiducia, le raggirava spogliandole di tutte le loro sostanze. Promettendo l’illusione di lauti guadagni grazie a investimenti a cui lui soltanto poteva accedere, quelle ingenue gli consegnavano con le proprie mani titoli azionari e gioielli che, insieme con l’amato, scomparivano per sempre dai loro orizzonti. In città aveva colpito tre volte, nei paesi limitrofi altre quattro volte, ma era sempre sfuggito alle maglie della giustizia, perché ai carabinieri le truffate descrivevano ogni volta un uomo dalle fattezze diverse. Una volta era afflitto da una leggera zoppia e sfoggiava dei bei baffetti rossi, un’altra aveva la barba scura e sopracciglia folte, un’altra ancora aveva il naso a patata e il pizzetto… Insomma, un unico elemento ricorreva, sempre uguale a sé stesso, nei racconti delle querelanti: le modalità della truffa. Perciò, sebbene convinti che il truffatore fosse sempre la stessa persona, i carabinieri non sapevano a chi dar la caccia. E se si giunse all’irruzione e al suo arresto, il merito fu da ascrivere, come sottolineava l’articolo, “a una soffiata di provenienza anonima” e del tutto scissa dalle vicende delle truffe ai danni delle vedove. Il reato per cui fu eseguito l’arresto, infatti, riguardava i suoi trucchi al tavolo delle carte. E se saltò fuori il fatto che proprio lui era il truffatore delle vedove, lo si dovette a certe azioni, ancora in suo possesso, sottratte di recente a un’ingenua cinquantenne. Di lì a poco, si era celebrato un processo il cui gran seguito di pubblico, come ancora una volta scrisse il giornale cittadino, “non si era mai visto così numeroso, curioso e appassionato nemmeno alle prime delle più celebri rappresentazioni sul palcoscenico del Metastasio”. Ma se l’imbroglione era stato condannato e incarcerato, i componenti della famiglia Mannori, proprietari della casa in cui era stato compiuto l’arresto, a dispetto delle denunce per gioco d’azzardo ed esercizio della prostituzione a loro carico, erano andati tutti assolti. Così, scampati alle maglie della giustizia, dopo due o tre mesi di buona condotta, i Mannori erano tornati alle loro vecchie attività e il vizio, ritornato agli antichi fasti, aveva continuato ad albergare in quella sobria magione di campagna fino alla sera precedente. E ora c’era scappato il morto. Anzi, la morta. Una mano ignota, armata di pugnale, aveva tolto la vita alla bella Giacinta Mannori, la regina di quel focolare di corruzione e dissoluzione.
Una gran bella rogna, mormorò tra sé il maresciallo dei Carabinieri Reali, Giorgio Chilleri, quasi del tutto all’oscuro della storia risalente a cinque anni prima. Ma come avrebbe potuto conoscere ogni dettaglio di quella storia se all’epoca non era ancora in servizio a Prato? Infatti, mentre i Mannori finivano in tribunale Chilleri, da poco rientrato in patria dopo aver lasciato il corpo di spedizione militare in Cina, era ancora girovago per le caserme del nord Italia. Di quanto era avvenuto e ancora avveniva nella casa dei Mannori aveva solo sentito parlare, per brevi e criptici accenni, in certi circoli di persone in vista e tutti quei papaveri, quando aveva tentato di interrogarli con qualche domanda chiarificatrice, erano stati ambigui e sfuggenti come il vento. Dunque, ora non sapeva cosa aspettarsi e quella situazione di incertezza lo crucciava. E si aggiungeva, a quel cruccio, il tempo troppo breve che avrebbe avuto a disposizione per l’indagine. Sì, non aveva messo in conto, ormai alle soglie della pensione, di doversi cimentare, ancora, con un caso di omicidio. E invece, a meno di un mese dal sospirato congedo, ecco che gli si presentava davanti l’insidia di una nuova indagine. Da svolgere in un contesto ostile, a dar credito alle chiacchiere, e soprattutto in fretta, se non voleva lasciare il servizio con un caso irrisolto. Non sarebbe stato un bel modo di chiudere la carriera, valutò. Chissà con quali commenti ostili e indelicati avrebbero bollato il suo fallimento. Non poteva e non voleva permetterselo, perché ancora gli bruciava di non aver risolto, nel 1904, il caso della donna impiccata, circostanza sfortunata che lo aveva esposto alle critiche severe dei pratesi e della stampa. Quindi doveva darsi da fare e scoprire al più presto l’assassino di Giacinta Mannori.
E comunque, pensò, sempre meglio un caso di omicidio della miseria umana alla quale aveva dovuto far fonte in Via della Stufa, e poi in caserma, per gran parte della mattinata. S’era trovato, e non era la prima volta, a dover dirimere una violenta lite scoppiata tra i volontari della Misericordia e quelli della Pubblica Assistenza i quali, con un gran vociare di insulti e minacce verbali, si contendevano il diritto di soccorrere un poveretto caduto maldestramente in Via della Stufa; e mentre la contesa quasi sfociava in rissa, il disgraziato, incapace di rialzarsi per via della frattura al femore che si era procurato impattando contro il selciato, imprecava contro i soccorritori con strida da aquila. Per fortuna, contrariamente a quanto era avvenuto pochi mesi prima, Chilleri e i suoi uomini erano giunti appena in tempo a evitare che i contendenti venissero alle mani. Alla stazione dei Carabinieri, il maresciallo aveva poi risolto la cosa alla buona, non senza aver fatto una ramanzina a questi e a quelli, evitando di portare il fattaccio davanti al giudice. Ma certo, pensava ora, bisognerà che vada a Firenze a esporre il problema al Prefetto e sia lui a richiamare all’ordine le due società di soccorso, minacciando, se del caso, di revocare l’autorizzazione a operare.
— Mi dispiace che il crimine non vi dia pace fino alla fine del vostro servizio.
Chilleri abbandonò i suoi pensieri, distolse lo sguardo dal cadavere, riverso vicino al caminetto del salotto adibito al gioco delle carte, e girò su stesso. Il dottor Fallanti lo guardava con aria contrita.
— Ne avrei fatto a meno, dottore, non lo nego. Ma purtroppo, e scusate se le mie parole potranno sembrarvi blasfeme, le vie del crimine sono infinite e imperscrutabili — commentò con amarezza il militare.
— Sono ateo, maresciallo, niente mi sembra blasfemo — replicò il medico legale, sfilandogli a fianco e andando a chinarsi sul cadavere.
Chilleri lo lasciò condurre il suo esame senza disturbarlo. Non si aspettava chissà quale rivelazione dal dottore. Un corpo nudo, appena velato da una vestaglina trasparente, a suo modo di vedere già diceva molte cose da solo. Ad esempio, per dirne una, suggeriva che l’omicidio non era stato commesso durante il gioco delle carte, perché nessuno gioca a Bestia così indecentemente vestito. Inoltre, sebbene in quel luogo si praticasse la prostituzione, la nudità completa delle signorine (e quella vestaglina non copriva alcunché), anche nel più classico dei bordelli, era ammessa solo al piano delle camere, e qui, invece, si era nella sala da gioco... Dunque Giacinta doveva essere stata uccisa a notte fonda, o al più tardi di primissima mattina, quando ormai ai tavoli nessuno più puntava denaro sulla sua mano di carte. Quanto all’assassino, chiunque poteva esserlo, anche un bambino, perché per affondare il coltello in quelle carni diafane, non aveva nemmeno dovuto fare la fatica di superare la barriera dei vestiti.
Mentre il maresciallo Chilleri elaborava questi suoi pensieri, il dottor Fallanti eseguiva con scrupolo l’esame visivo e tattile del cadavere, per concludere il quale impiegò parecchi minuti. Alla fine, data un’ultima occhiata a una delle ferite, il medico si rimise eretto e voltò le spalle ai miseri resti di Giacinta.
— Cosa potete dirmi? — chiese il maresciallo.
— Be’, la causa della morte, certamente, l’avete già dedotta da solo: è stata pugnalata — sospirò il dottore. — Tre colpi, due al cuore e uno all’addome. Direi che sia morta in fretta, forse già dopo la prima coltellata. Credo che per voi sia più interessante avere un’idea della probabile ora del decesso. Dai primi sommari rilievi ritengo che sia stata uccisa tra le 9 e le 11 di questa mattina.
— Farete in fretta l’esame necroscopico? — si informò Chilleri, contento di aver dedotto quasi correttamente il momento in cui Giacinta era stata uccisa.
— Il più in fretta possibile. Sempre che non ci sia una recrudescenza di febbri tifoidi.
— Non finirà mai questa piaga del tifo?
— Non finché i nostri governanti non si decideranno a costruire un acquedotto e un sistema fognario degni di questo nome.
— Mi pare che discutano di altro.
— Già, hanno interesse solo per la ferrovia — commentò, in tono acido, Fallanti.
— Tornando a noi, dottore, vorrei chiedervi una cosa.
— Dite pure, maresciallo.
— La nostra anziana cuoca, sentendo dove mi sarei recato, si è fatta il segno della croce e si è messa a bofonchiare qualcosa a proposito di uno scandalo qui avvenuto nel 1902. Per carità, qualche voce, in alcuni ambienti cittadini, l’avevo pur sentita. Ma non ci ho mai capito granché e le mie domande sono sempre rimaste senza risposta. Al più qualcuno si è lasciato sfuggire che qui vi erano accadute e vi accadono cose gravi… Insomma, la reazione della cuoca mi è sembrata eccessiva. Voi potete aiutarmi a comprendere?
— Sì, ricordo cosa avvenne cinque anni fa. Voi, invece, non eravate ancora in servizio in città, dico bene?
— Arrivai sul finire dell’estate del 1903.
— Perciò conoscete la fama di questo luogo solo per sentito dire, le solite chiacchere nei caffè.
— È così; so che qui si giocava d’azzardo e si poteva comprare qualche ora d’amore, ma di cosa sia successo cinque anni fa, so soltanto che vi fu arrestato un truffatore.
Il medico annuì e gli raccontò, per filo e per segno, gli eventi di cinque anni prima che il lettore già conosce per sommi capi.
— Solo per via del gioco d’azzardo e della prostituzione, ce n’era a sufficienza per mandare i Mannori in galera per un bel po’, e invece… Perché non furono condannati? Perché gli si permise di continuare a vivere in questa casa che, già allora, era il regno del vizio? — domandò il sottufficiale.
Il dottore scosse la testa, fece una smorfia con la bocca; lo sguardo e l’espressione del suo viso raccontavano, senza bisogno di parole, tutta la propria disillusione.
— Che devo dirvi, maresciallo, quando di mezzo ci sono le persone che contano… — sospirò a un tratto, la voce stanca. Indicò i sei tavoli che occupavano la gran parte del salotto: — Qui sedevano e vi si sono seduti fino a ieri sera per giocare d’azzardo e trovare piacere con giovani odalische, nomi importanti della società: industriali, avvocati, politicanti, funzionari pubblici. Lo capite da solo, il vostro predecessore e il giudice ebbero le mani legate. I Mannori vennero denunciati, certo, e proprio per quei reati che dicevate, ma se andrete a controllare nei vostri archivi, potrete appurare che non furono condannati.
— Perché il giudice fu così clemente?
— Non saprei dirvelo con precisione — si rammaricò il dottore. — All’epoca circolavano due scuole di pensiero. Una sosteneva che, se li avesse condannati, il giudice avrebbe messo a rischio l’anonimato dietro al quale cittadini importanti proteggevano la loro identità.
— In effetti, se li avesse spediti in carcere, più nessuna ragione poteva trattenere i Mannori dal rivelare i nomi dei clienti; ne sarebbe scoppiato uno scandolo dalle conseguenze imprevedibili — commentò il maresciallo. — E l’altra scuola di pensiero?
— L’altra motivava l’assoluzione sostenendo l’ipotesi che proprio i Mannori avessero denunciato la presenza del baro nella loro casa. Del resto il furfante giocava sporco, ripuliva con troppa facilità le tasche di giocatori e non risparmiava il banco. Ma queste, lo ripeto, sono dicerie.
— Sono dicerie, dite, eppure avrebbero un senso — commentò il maresciallo Chilleri; poi, come dimenticando il nocciolo tragico della loro conversazione, si concentrò su una parola ascoltata dalla voce del dottore, una parola che aveva trovato particolarmente elegante e, al tempo stesso, assai ficcante. “Odalische”, era questa la parola che Fallanti aveva utilizzato per riferirsi alle donne di facili costumi che frequentavano la casa dei Mannori.
— Comunque stessero le cose, l’unico a rimetterci la libertà fu il baro, la cui posizione comunque era già compromessa prima ancora che iniziasse il processo — osservò il medico, ignaro dei pensieri del maresciallo. — Quando lo arrestarono, lo trovarono in possesso di un portafoglio di azioni sottratte con scaltrezza a una vedova cinquantenne e grazie a quei titoli venne alla luce che era il truffatore delle signore in gramaglie a cui, da tempo, i carabinieri davano inutilmente la caccia.
Chilleri annuì, agitando la testa. Di storie complicate e circondate da un alone di chiacchiericcio ne aveva sentite narrare parecchie, e alcune le aveva dovute affrontare in prima persona. L’indagine sulle morti di Nicole Hofer e di Cristina Mazzoni Bini, per esempio, era condita proprio di quegli ingredienti e risaliva soltanto a poco più di un anno prima. Ed era stato un caso sgradevole da affrontare. E ora, ecco che doveva tornare a sguazzare in acque torbide. Allargò le braccia, sconsolato, come volesse dire, con quel gesto, che la natura umana riproponeva ogni volta le stesse miserie, le stesse perversioni.
— Voi ricordate come si chiami quel truffatore? — domandò, infine.
— Sì, dal momento che ha lo stesso cognome di mio cognato non potrei non ricordarlo bene. Tinagli, si chiama Giulio Tinagli.
— Vi ringrazio, dottore. Spero di avere preso il vostro referto.