numero collana
"È notte fonda quando il commissario lascia l'ufficio.
Il tragitto verso casa dura un lampo, attraverso una Bologna che non dorme tranquilla, perché là fuori c'è ancora qualcuno che uccide."
Febbraio 2026
166
978-88-6810-666-9
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Sinossi
Bologna nel 2040 ha le sue olimpiadi. L’evento sportivo più importante al mondo sbarca in città. E mentre piovono medaglie e record, una serie inarrestabile di cruenti omicidi sconvolge la manifestazione dei cinque cerchi. Terribili esecuzioni, violente, che coinvolgono gli atleti in gara. Chi ha ucciso le olimpiadi?
Le indagini vengono affidate al commissario di polizia Sauro Mescoli, un personaggio che sembra uscito da un fumetto. Poco più di cinquant’anni, ama la buona tavola, adora le parole e l’enigmistica, l’opera lirica, la musica classica e i cantautori. E stravede per il suo gattone Lupin. Altri amori, da sempre, il mestiere e la divisa. Conoscerà qualcosa di nuovo, un’attrazione irrefrenabile. Condivide le sue ansie con l’amico dongiovanni e collega della scientifica Nunzio Moretti. Tra lo scorrere del sangue, le pressioni che aumentano, c’è da catturare un assassino senza scrupoli. Tutto sullo sfondo di una Bologna che, in fondo, non è cambiata più di tanto.
Primo capitolo
La signora Rosa, una bella donna sui quarant’anni incaricata di rassettare la camera da letto del villaggio olimpico, dopo aver bussato a lungo, entra nella stanza con il passe partout intonando Non sono una signora di Loredana Berté. La canzone le si strozza in gola, sbianca in volto e caccia un urlo da far tremare i muri. Resta come paralizzata per alcuni minuti, impietrita davanti a quella figura che di umano ormai conserva ben poco. E dire che nemmeno dodici ore prima, quel corpo snello e muscoloso era stato capace di conquistare una medaglia d’argento nella gara del giavellotto ai Giochi Olimpici di Bologna 2040. Osserva il corpo: il giavellotto conficcato nella pancia che esce da dietro all’altezza delle spalle. Werther Fruger se ne sta lì a penzoloni con le braccia ciondolanti, mentre l’asta puntella la parete della sua stanza. A terra e lungo l’attrezzo, il rosso del sangue si prende la scena. Una pozza enorme, da dove qualcuno ha attinto come una penna dal calamaio per immortalare sul muro bianco a fianco del letto la frase Citius, Altius, Fortius. Il motto latino dei Giochi Olimpici moderni, “Più veloce, più alto, più forte”, che fu proposto dal barone Pierre De Coubertin in occasione della creazione del Comitato Olimpico Internazionale (CIO) nel 1894, ma che divenne ufficiale solo durante le Olimpiadi del 1924 a Parigi. In realtà fu ideato da Henry Didon, un religioso dell’Ordine dei domenicani che poi lo propose al barone De Coubertin. Appoggiata sul comodino, la medaglia d’argento riflette un timido raggio di sole che penetra dalla finestra. Proprio quel metallo per cui Fruger aveva lottato senza risparmiarsi e finalmente arrivato poche ore prima, pare guardare il suo lecito proprietario con un senso di disperazione. Come a dire, “io sono qui e tu te ne stai lì trafitto da quello stesso attrezzo per il quale ti sei sacrificato per una vita”.
La signora Rosa continua a tremare con lo sguardo fisso sul corpo inanimato di burattino. Si riprende quel tanto che basta per alzare la cornetta del telefono sul comodino e chiamare la reception. Dall’altra parte del filo, il giovane al banco rimane senza parole. Riattacca e corre verso l’ufficio del direttore. Il signor Remo Terrieri è a capo dell’intero villaggio olimpico, un enorme distesa di casette che ospita gran parte degli atleti e allestito tra le ultime abitazioni di Borgo Panigale e la vicina Lavino di Mezzo. Un’esperienza trentennale alle spalle in campo alberghiero gli è servita per sbarazzarsi di tutta la concorrenza e accaparrarsi il posto da direttore del villaggio. Non gli sfugge nulla, tutto passa sotto il suo controllo. “Una bruttissima gatta da pelare, questa”, pensa agitato. Terrieri attraversa mezzo villaggio facendo lo slalom tra i vialetti interni, fino a che raggiunge la casetta dove alloggiava l’atleta tedesco. La porta d’ingresso della stanza è socchiusa, spinge leggermente verso l’interno e vede la signora Rosa ancora in piedi e immobile.
Terrieri resta stordito alla vista del corpo senza vita di Fruger, martoriato dal giavellotto.
— Rosa, hai per caso toccato qualcosa?
— Assolutamente no, signor Terrieri — risponde la donna balbettando.
— Mi raccomando, avvisa anche gli altri tuoi colleghi dei servizi. Niente deve essere spostato, per nessuna ragione al mondo.
Il direttore si attacca al telefono e chiama immediatamente la questura di piazza Galileo.
— Pronto, Polizia? Sono Terrieri, il direttore del villaggio olimpico. Abbiamo un problema, c’è un morto nella camera 222.
Dopo circa una ventina di minuti, all’ingresso del villaggio si presenta una strana coppia. A bordo di una Alfa Romeo, dal posto del passeggero scende un personaggio da fumetto. Non più alto di un metro e sessanta, peso ben oltre il quintale, viso rubizzo, panama in testa e un bel sigarone acceso. Si presenta come Sauro Mescoli, commissario di polizia, e non è che i suoi movimenti siano quelli di una libellula, vista la stazza. Sui cinquant’anni, ovvio che ama la buona cucina e il vino d’annata, oltre alla smisurata passione per le parole. Non si è mai sposato, dicono che in realtà abbia amato solo e sempre la divisa, tanto da prendere le distanze con l’universo femminile e ogni genere di coinvolgimento. Tiene ben stretta sottobraccio una Settimana Enigmistica, sua inseparabile compagna.
Alla guida dell’auto invece, incastrato sotto il volante con le lunghe leve, c’è un giovane vice ispettore. Dopo aver fatto scendere il superiore, accosta la vettura al lato della strada, esce a fatica dallo sportello e si tiene rigorosamente a due metri dal capo.
— Tommaso Gennaio — abbozza timidamente, che nel caldo torrido del mese di agosto fa un po’ ridere.
C’è abituato e sa che passata l’estate, la stagione invernale sarà più favorevole, quanto meno nelle presentazioni. È uno spilungone allampanato di quasi due metri e qualcuno tra i presenti al villaggio si chiede chi abbia mai messo insieme quei due. Lui invece è fidanzato con Liliana, una ragazza piccola, esile e timida, molto riservata e rispettosa del mestiere che si è scelto il suo uomo. A vederli insieme, fanno l’articolo “il”. Mescoli intanto va incontro al direttore stringendogli forte la mano, a tal punto che Terrieri appena mollata la presa se la massaggia a lungo.
— Buongiorno, chi ha trovato il corpo senza vita? — rompe il ghiaccio il commissario.
— Rosa, la signora incaricata per la pulizia e la rimessa in ordine delle stanze — ribatte Terrieri.
Mescoli allora si fa accompagnare nella casetta con la camera numero 222, naturalmente insistendo sulla presenza di Rosa. Nel tragitto a piedi all’interno del villaggio olimpico, il commissario prende a burlarsi del giovane vice ispettore per via dei pantaloni che non coprono le caviglie.
— Acqua in casa, eh?
A Mescoli piace così, prendere la vita con ironia, anche quando si tratta di indagare su di un efferato delitto.
— Direi che non si è mosso — esordisce alla vista dell’atleta tedesco impalato dal giavellotto. Aspira con forza il fumo del sigaro in bocca, poi lo espelle inondando la stanza di un nebbione fumoso. Guarda attentamente la sagoma senza vita e legge a voce alta “Citius, Altius, Fortius”.
— Caro il mio Gennaio, sai per caso di cosa si tratta?
— Non saprei capo, tre nomi di battesimo?
Il vice ispettore si trova in difficoltà davanti al superiore e al direttore Terrieri, d’altra parte la giovane età non lo aiuta. Mescoli, dall’alto dei suoi cinquant’anni, invita il collega a studiare e documentarsi senza dargli la soddisfazione della risposta esatta. Passati cinque minuti arriva Rosa tutta trafelata e non fa altro che ripetere quanto già riferito al suo direttore.
— Cinque verticale, circolo schiacciato, cinque lettere — l’uscita del commissario coglie tutti in contropiede.
Pare quasi non gli interessi dell’omicidio, tanto è preso dalle sue parole crociate. — Cerchio — gli va dietro Gennaio, che ormai si è abituato a quelle manie del capo.
— No, cinque lettere, dai su collaborate. Fate i bravi.
Mescoli ripone la Settimana Enigmistica nella tasca posteriore dei pantaloni e si avvicina all’impalato. Estrae un metro arrotolato e si mette a prendere delle misure senza proferire parola, appuntandosi tutto su di un taccuino.
— Gennaio, è stata avvertita la Scientifica?
— Sì capo, dovrebbe essere qui a minuti.
Il tono calmo dell’aiutante rassicura Mescoli, che nel frattempo si mette a girare con le mani dietro la schiena l’intera stanza. In alcune movenze ricorda un atleta in attesa della rincorsa per un salto, manca solo chiami la folla per gli incitamenti. Dopo poco, all’ingresso della camera 222 si presenta un uomo sulla quarantina, un bel tipo. Un fusto di un metro e ottanta, capelli tirati all’indietro con una buona dose di brillantina e viso acceso da una abbronzatura aggressiva. Rosa, ancora presente sul posto, pare apprezzare e non poco la figura del nuovo arrivato e si lascia andare a un’espressione di piacere. Si ricompone immediatamente mettendosi in disparte.
— Buongiorno commissario, eccomi qui. Appena mi hanno avvisato sono corso.
L’ispettore Nunzio Moretti lavora alla Polizia Scientifica da quindici anni abbondanti, sempre di sede a Bologna e collabora con Mescoli ormai da una vita.
— Da dove arrivi, dal set di quale film? — lo accoglie il commissario, quasi a rimproverargli l’aspetto vacanziero.
— Sono rientrato ieri da Cervia, venti giorni di mare e sole. Riprendere con un omicidio non è proprio il massimo.
Moretti si apparta e inizia tutte le operazioni rituali del caso; fotografie, impronte, ricerca di reperti. Ha la fama di un operatore meticoloso e con Mescoli va particolarmente d’accordo.
— Bene, adesso che sei arrivato tu, io mi defilo. Ci sentiamo quando avrai qualche elemento da riferirmi, come l’ora del decesso o eventualmente altri particolari interessanti.
— Bene. Appena la medicina legale avrà terminato le sue analisi, ti chiamo.
Mescoli gira le spalle al collega e imbocca l’uscita della camera. Percorre il corridoio sul quale affacciano le altre stanze e sguscia fuori dalla casetta. Si ritrova alla luce del sole padano di mezzogiorno, fa già molto caldo e la gola del commissario sta raggiungendo la temperatura di un forno a legna.
— Ovale, cristo. Ovale. Circolo schiacciato. Cinque lettere, ci stanno tutte.
Il commissario improvvisamente si sente come elettrizzato, l’appuntamento con le sue parole crociate non è affatto caduto nel dimenticatoio.
Con la faccia soddisfatta, prende il giovane Gennaio sottobraccio e lo invita a bere qualcosa di fresco.
— Certo che con quel cognome in pieno agosto, chissà come soffri.
I due si guardano negli occhi, c’è da prendere un’importante decisione. Ci pensano qualche secondo, poi il vice ispettore mette in moto l’auto e punta dritto all’obiettivo. Il chioschetto di Agostino in via Zamboni si trova molto distante dal villaggio olimpico, ma ne vale davvero la pena. Il personale della polizia frequenta spesso l’oasi dell’anziano barista e la sua limonata con sciroppo di menta è quanto di meglio ci sia per la realizzazione di un miraggio. Come due dispersi nel deserto, i poliziotti si siedono all’ombra della pergola ed è sufficiente che alzino le dita indice e medio per farsi capire. Tempo cronometrato un minuto e al tavolino arrivano due limonate con menta ghiacciate. Prendono a sorseggiare con calma abbandonati sulle sedie impagliate, mentre Agostino li guarda soddisfatto.
— Cosa ne pensi del tedescone impalato? — rompe l’incantesimo Mescoli.
— Non saprei commissario, un lanciatore di giavellotto, atleta olimpico, ucciso dal suo stesso attrezzo. E poi in quel modo. Chi può avergli voluto così male?
Vanno avanti quasi un quarto d’ora rispondendo a domande con altre domande. Poi Mescoli prende in pugno la situazione e visto l’incombere dell’orario per il pranzo, pensa bene di salutare Agostino e puntare alla Trattoria del Buon Umore lungo il canale Navile. Gennaio avvia l’Alfa Romeo e con il braccio appoggiato al bordo del finestrino ingrana la prima marcia. Mezz’ora dopo i due colleghi sono già seduti sotto il tetto di frasche nella parte esterna del ristorante con un appetito che non mostra alcun cedimento, nonostante il caldo torrido. I tortelloni al burro e pomodoro fumanti, agli occhi di Mescoli sembrano pura poesia e la caraffa fresca di Pignoletto incornicia il quadro perfetto. Il commissario si butta a capofitto sul piatto, affondando la forchetta con movenze da artista, come il pittore danza con il pennello sulla tela. Gennaio non si è ancora abituato alla recita d’attore del suo capo, ma ammira quella passione per il cibo. A pochi bocconi dalla fine del piatto, Mescoli alza la testa e fissando dritto negli occhi il giovane collega, se ne esce: — Medaglia d’argento quel Fruger, quindi deve essere stato un buon atleta. Non male scagliare un giavellotto a oltre ottanta metri.
— Ma lei cosa ne sa commissario?
— Caro Gennaio, devi sapere che prima di vestire la divisa, da ragazzino, ho frequentato i campi di atletica. Lancio del peso, la mia disciplina. Poi però, gli studi e il debole per la cucina hanno preso il sopravvento. Ma la passione mi è rimasta, e le olimpiadi, sono quanto di più bello e meraviglioso ci possa essere per lo sport.
Mescoli sente che manca ancora qualcosa, vuole capirne di più di quei tortelloni e con un cenno del capo si fa intendere. Replica tutto per filo e per segno, fino a quando fissa il tovagliolo sul tavolo in segno di resa. Nonostante sia stato attento durante la battaglia con i tortelloni, al centro della camicia trionfa una gigantesca macchia di sugo. Non se ne cura più di tanto, la soddisfazione per il lauto pasto prende il sopravvento e a pancia piena risintonizza il cervello sulle frequenze del villaggio olimpico. Nonostante la parentesi mangereccia però, la sua testa frulla come un mixer da cucina e l’immagine del tedesco trafitto dal giavellotto rimane fissata nella mente. Non resta che tornarsene a casa.