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numero collana


La vita va avanti,
è la frase più beffarda di tutte.
La vita non va affatto avanti.
Si può respirare, mangiare, bere, 
sentir battere il proprio cuore
e tuttavia essere morti.

Febbraio 2026

202

978-88-6810-668-3

16,00

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Sinossi

Il caso più difficile che al commissario Cataldo possa capitare è di risolvere un crimine riguardante una famiglia che non ha nemici.
Sì, perché il padre, Franco Rubino, è uno stimato consulente aziendale; la moglie, Aida, una tranquilla casalinga; la figlia, Melissa, una pessima studentessa ma una brillante influencer; il figlio, Santiago, un dodicenne introverso ma promettentissimo come calciatore.
Eppure, anche un cielo così sereno ha il suo fulmine a sconvolgerlo, quando la figlia più piccola, Betty, di quattro anni, viene rapita. Chi c'è dietro la richiesta del riscatto? Qualcuno, dentro o intorno alla famiglia, può avere una doppia vita?
Memore di Pirandello (“non credere a nessuno, perché nessuno è come credi che sia”), Cataldo indirizza le indagini in varie direzioni, in una corsa frenetica contro il tempo, quand'ecco che, all'improvviso, la bambina viene ritrovata sana e salva, senza che il riscatto sia stato pagato. Tutto bene, allora, o almeno così pare. Ma il commissario ha ancora dei dubbi. E infatti, pochi giorni dopo, due morti ammazzati gli confermano che il caso non è affatto chiuso, anzi gli ultimi sviluppi dell'inchiesta lo condurranno – in un beffardo gioco del destino – a una verità sconvolgente, tanto atroce quanto oscena.

L'autore

Luigi Guicciardi

Primo capitolo

Alle cinque del mattino, la donna rinuncia a cercar di dormire. Meglio alzarsi e affrontar la giornata, decide, anziché rigirarsi nel letto e sentirsi ancor più agitata.
Franco, in quel momento, è via per lavoro. Meglio così. Finora non s’è accorto della sua insonnia. Se accadesse, reagirebbe sfottendola, oppure protestando, e tutti e due gli atteggiamenti la porterebbero a sentirsi più triste. Di sicuro le direbbe che la sera lei va a letto troppo presto, e per questo ogni mattina si sveglia all’alba e tormenta la famiglia col problema della sua insonnia.
Il peggio è che forse ha ragione. Quel che dice in fondo sembra logico. E lei sa di fallire sempre quando tenta di fargli considerare un problema da un’altra angolazione. Per Franco esiste un solo modo di vedere le cose, e cioè il suo: punto e basta. Lei stessa lo sa bene, che la sera va a dormire troppo presto, ma si sente così esausta, così debole che gli occhi le si chiudono, qualunque cosa stia facendo. Un sonno innaturale, da cui riemerge sempre, all’improvviso, tra le quattro e le cinque. Poi si sente completamente sveglia, angosciata dal pensiero del suo futuro e della sua famiglia.
Indossa i jeans e una T-shirt, infila le scarpe da ginnastica e senza far rumore esce dalla camera. Ha letto in un libro che un po’ di movimento all’aria aperta giova agli stati depressivi. Non sa se la sua può esser definita depressione, però ha riconosciuto in sé alcuni dei sintomi descritti in quelle pagine.
Dalle stanze dei figli silenzio assoluto. A quanto pare, è riuscita a non svegliare nessuno.
Scende le scale, si guarda un momento nello specchio dell’ingresso. E si vede com’è: abbastanza graziosa, ma di una grazia un po’ spenta. I lineamenti poco marcati. Un corpo delicato, una sobria eleganza.
Fuori, in viale Sigonio, è già piuttosto chiaro. Del resto, è quasi estate: il cinque giugno, il penultimo giorno di scuola. Fra poche ore si vedranno in giro dei ragazzi, compresi i suoi, a schiamazzare felici. La temperatura è fresca, ma di un fresco piacevole. Sarà un mercoledì caldo, soleggiato.
Si incammina per via Cavedoni, diretta in centro. E intanto continua a pensare. A suo marito, al suo matrimonio. Lei e Franco si conoscono da anni, ma ultimamente non comunicano tanto. Lui è impegnato nella sua carriera di consulente aziendale, a casa non c’è quasi mai. E lei, con le maternità, ha rinunciato all’impiego precario che aveva, e a entrambi è sembrata a suo tempo la soluzione più ragionevole.
— Io guadagno bene — aveva detto lui, — e così tu potrai occuparti completamente della famiglia senza fare tutto di corsa.
Ma Franco, probabilmente, non ha chiaro quanto possa essere stressante gestire i figli anche perché, oltre a loro, deve occuparsi della casa, del giardino, della spesa, del bucato e di stirare, soprattutto le camicie di suo marito. Un impegno logorante, e per il quale nessuno, neanche lontanamente, la ringrazierà mai.
Eccolo lì, il nocciolo della sua frustrazione, delle sue malinconie. L’insonnia che la tormenta, la stanchezza, l’abulia. Le ore del giorno a dilatarsi, per lei, nella loro vacuità. E il divano ad accoglierla, certe volte, la lista della spesa in una mano, gli occhi fissi sui fiori del suo giardino, incapace di alzarsi, di trovare la forza di andare al supermercato.
È possibile, si chiede, che in una famiglia di cinque persone come la sua si senta sola? Così sola da perdere lentamente ma inesorabilmente la voglia di vivere?
Senza accorgersene, ha continuato a camminare, è giunta al viale, l’ha attraversato. Ora è in via Saragozza, sempre più vicina al centro. E senza volerlo si specchia in una vetrina, stupendosi di colpo di quanto sia dimagrita: le costole sporgenti, le ossa del bacino molto in vista, il ventre incavato.
C’è già qualche persona, ora, per strada. E passeggiando lei sorprende – o le pare di sorprendere – un gesto a mezz’aria, una sbirciata obliqua, una parola interrotta, un atteggiamento sospeso, che cambiano i rari saluti rivolti a lei in qualcosa di ambiguo e di pietoso assieme, come di chi finge, al capezzale di un malato che ignora la gravità del suo stato, naturalezza e allegria.
La propria magrezza l’ha colpita. Ricorda che tante volte, nei giorni in cui s’è sentita triste e avvilita, non è riuscita a mandar giù neanche un boccone. E negli ultimi mesi c’è stato anche il vomito, dovuto all’ansia e alla sua costante preoccupazione per qualunque cosa. Soprattutto per il suo matrimonio.
La vita va avanti, Aida, le è apparsa la frase più beffarda di tutte. Il commento di Liz, la sua migliore amica, sarebbe uno solo: stronzate. La vita non va affatto avanti. Si può respirare, mangiare, bere, sentir battere il proprio cuore e tuttavia essere morti. Non ha mai provato a spiegarlo a nessuno.
Com’è raro l’amore, pensa. Com’è difficile che tutto si incastri: impegno, rassicurazione, bisogno, circostanze, il desiderio intenso di condividere qualche istante con qualcun altro. È un miracolo, quando funziona davvero.
In via Canalino si ferma all’improvviso. Si gira. La sensazione di essere seguita è arrivata dal nulla. Ma non c’è nessuno.
Si stringe nelle spalle e passa davanti alla trattoria. Sulla destra, fuori dai portici. Quella dove andavano spesso, lei e Franco, da giovani, innamorati. Un piatto di spaghetti e una porzione di tiramisù in due, imboccandosi a vicenda. Bei momenti, sì. Poi erano venuti i bambini, e addio cene fuori, in due.
Ora è ferma di fronte al locale. Dovrebbe solo uscire dal portico, attraversare la strada, ma sa che non entrerà mai. Non riuscirebbe a sedersi, ordinare la colazione, mandar giù un boccone; non avrebbe il coraggio di rivedere il posto, sa che le tornerebbero davanti agli occhi immagini di un passato ormai perduto. Magari potrebbe incontrare un cameriere anziano, di allora, che, riconoscendola, le chiederebbe come mai non si sia fatta più vedere. E allora, si metterebbe a piangere?
All’improvviso è presa da un attacco di panico. Anche se è sola, in strada, o almeno crede. È qualcosa che emerge in lei quand’è in pubblico, o quando si sente di colpo al centro dell’attenzione, e le domande e le osservazioni che le vengono rivolte o i commenti che vengono espressi diventano troppo urgenti e incalzanti. E lei non riesce più a mantenere l’autocontrollo. Il respiro si accelera, la gola si stringe. L’unico pensiero che le riempie la mente è la fuga.
Come adesso.
Quando raggiunge il cancello di casa sua, comincia a respirare meglio. È tornata nel suo mondo, che l’accoglie protettivo, una stanza per sé, il giardino intorno.
Affretta il passo, entra in casa, sale in camera sua e si chiude subito a chiave. Poi va alla finestra e guarda in strada.
Non c’è nessuno, fuori.