numero collana
La vita va avanti,
è la frase più beffarda di tutte.
La vita non va affatto avanti.
Si può respirare, mangiare, bere,
sentir battere il proprio cuore
e tuttavia essere morti.
Maggio 2026
294
978-88-6810-664-5
17,00
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Sinossi
Sotto i portici di Bologna, ignorata dai passi frettolosi dei cittadini, scorre un’altra città. È il regno sotterraneo dell’Aposa. Varcarne la soglia significa scivolare in un’altra dimensione.
Nelle sue viscere si snoda un labirinto di pietra antica e scrostata, dove rami di calcare brillanti come bava di lumaca e filamenti di muffa simili a umide ragnatele segnano il confine tra la quotidianità della superficie e la vita misteriosa di un ecosistema dimenticato. In questo mondo dantesco, ombre deformi si staccano dal buio, scivolando sulle pareti come incubi, mentre rumori senza padrone lottano contro il fragore incessante del torrente. Sussurri, voci, grida dal passato affiorano dai mattoni bagnati che li custodiscono e si fondono con il presente, alimentando una storia iniziata quando Bologna era solo un villaggio di capanne, circondato da terra fertile e attraversato da un torrente. Una storia di duro lavoro e gloria. Di momenti disperati e salvezza. Di umanità e atrocità.
È in Via dell’Inferno, davanti a una delle ultime porte che conducono all’abisso, che inizia la caccia all’assassino di Mathias Alpaca. Un’indagine in cui l’ispettore Guidi e il commissario Pelagatti, seguendo le tracce del sangue, intraprenderanno una discesa senza ritorno tra segreti inconfessabili e verità sepolte. E in quell’oscurità, infettata dal marciume, scopriranno quanto può essere brutale il ruggito dell’Aposa.
Primo capitolo
Prologo
Martedì 24 maggio, ore 20:00.
— Centrale operativa di Bologna. Chi parla?
Attraverso il ricevitore l’agente non udì alcuna voce, ma solo quello che sembrava un disturbo della linea, un fruscio discontinuo di sottofondo. Una strana sensazione gli impedì di riattaccare. E attendendo, riuscì a distinguerli. Singhiozzi soffocati, poco più di un respiro affannoso.
— Mi dica il nome e perché ha chiamato, altrimenti non possiamo aiutarla.
Fu allora che i gemiti, prima trattenuti, si liberarono diventando sonori, convulsi e aritmici, con acuti strozzati e spasmi violenti. In quella disperazione riconobbe il pianto di una donna.
— Signora, si calmi. — Intanto allertò l’operatore radio con un cenno. — Ho bisogno di sapere il suo nome, cosa sta succedendo e dove.
— È morto... — le due parole uscirono in un unico sussurro tra i lamenti.
— Andiamo per ordine, ok? Mi dica il suo nome.
Nessuna risposta. I singulti continuavano ininterrotti. L’agente rifletté. Come gestire un attacco di panico a distanza?
— Mi ascolti. La prego. È importante che risponda alle mie domande — continuò con voce rassicurante ma ferma. — Chi parla?
— A... A... Adelina. Ben... fenati.
Nonostante le interruzioni per deglutire il groppo in gola e il tono debole, l’agente riuscì a comprendere. — Bene, Adelina, bravissima. Ora un altro sforzo. Dove si trova?
— Via... — si bloccò per prendere fiato e sbiascicò: — In... Inferno. Dieci.
— Ottimo. Ci siamo quasi. Ha detto che c’è un morto lì?
— Sì... — rispose con un lamento gonfio di lacrime e angoscia, prima di lasciarsi travolgere di nuovo dal pianto.
— Ok. Le mando una volante. Rimanga in linea. — L’agente sintetizzò all’operatore radio: — Un’auto in via dell’Inferno, numero dieci. Segnalante: Adelina Benfenati. Ritrovamento di cadavere.
L’ispettore capo, che già da qualche minuto si era focalizzato sulla chiamata, si rivolse all’operatore incaricato della ricerca della pattuglia più vicina. — Quella zona è di competenza del Commissariato Due Torri. Dopo avverti il commissario Pelagatti, che mandi anche i suoi uomini.
— Ricevuto, ispettore.
Al secondo squillo Simone Malpezzi, agente in prova da poco più di una settimana, drizzò la schiena come un suricato e fissò il collega assegnatogli per l’affiancamento. Aveva appena iniziato il turno al centralino e già riceveva una telefonata.
— Rispondi. Cosa aspetti? — lo incoraggiò l’agente Barbieri.
Dannata timidezza cronica.
Malpezzi annuì e sollevò la cornetta con mano malferma — C... Commissariato Due Torri... agente Malpezzi... in prova...
Barbieri alzò gli occhi al cielo. Forse era presto per giudicarlo ma più passavano i giorni più faticava a credere che avesse superato la fase di formazione.
— Un cadavere? — sbottò Malpezzi.
Barbieri gli strappò il ricevitore di mano e si identificò.
— Sono l’agente Barbieri, a supporto dell’agente in prova Malpezzi. Può ripetere?
— Sala operativa, Questura di Bologna. Abbiamo ricevuto una segnalazione. Ritrovamento di cadavere in via dell’Inferno, numero dieci. Volante 9 lì in cinque minuti. Il nostro ispettore capo dice di avvertire il commissario Pelagatti. Se vuole mandare i suoi uomini.
— Certo. Ricevuto. Grazie. — Barbieri porse a Malpezzi il foglietto su cui aveva annotato l’indirizzo. — Vai dal commissario. Digli che in questo civico è stato rinvenuto un cadavere. Deve inviare un’auto.
— Io? — strinse le spalle e si incurvò con sguardo implorante. — Da Pelagatti?
— Sì. Tu. Da Pelagatti. Di’ che c’è un morto e deve mandare una squadra in questa via. Lo so che è Pelagatti, ma c’è di peggio. — Poi, vedendolo tentennare, ricorse a un tono energico: — Ora!
Malpezzi si levò sulle gambe di scatto e la sedia sfregò il pavimento come unghie su una lavagna. Inciampò nella gamba della scrivania subito al primo passo, tanto che i successivi assomigliarono a una corsa scomposta sui carboni ardenti.
Barbieri lo osservò scomparire. Era suo il fardello di supportare il novellino durante la fase di applicazione pratica. E semmai avesse sperato in un giudizio favorevole alla fine dei sei mesi, be’, allora, avrebbe dovuto sudarselo.
Terminato il corridoio, Malpezzi imboccò con passo irrequieto la svolta a sinistra che conduceva agli uffici di questore e commissario. Era lì solo da pochi giorni e già si sentiva sotto pressione. Sospettava da tempo di non essere nato per il lavoro in polizia. Tutta colpa del padre. Nessun’altra carriera era tollerabile per il figlio di un poliziotto. Si era impegnato oltre il suo limite per superare il concorso. Con una convinzione che non gli apparteneva. Che gli era stata estorta dai sensi di colpa. Il giorno in cui era arrivata la conferma aveva pianto come una bambinetta mentre il suo vecchio, con in mano lo spumante, le aveva scambiate per lacrime di gioia. I mesi di formazione, per quanto duri, gli avevano fruttato degli amici, un senso di coesione e appartenenza sconosciuti prima di allora. Aveva quasi ceduto all’illusione che anche una vita decisa da altri potesse rivelarsi sopportabile. Eppure, nel profondo, lo infastidiva indossare un vestito non suo. In segreto, agognava la sconfitta, che quei mesi di prova dimostrassero la sua inadeguatezza, svincolandolo dalle promesse estorte. Perso in contorti giri mentali, avvertì la presenza dell’agente Esposito solo quando ci sbatté contro. Il cuore, già stressato, risalì in gola con la velocità di un razzo.
— Dov’è Pelagatti? È urgente. — Aggrottò la fronte mentre inspirava ed espirava a bocca aperta.
Esposito intuì e rispose asciutto: — Nel suo ufficio. L’ho visto entrare adesso.
— È morto uno. Bisogna mandare una pattuglia. L’indirizzo è scritto qui. — E gli porse un foglietto tremolante.
— Non lo faccio al posto tuo. Però posso accompagnarti.
Malpezzi ritirò la mano e annuì con un sorriso tirato sul volto.
— In questo lavoro riferire un messaggio è meno di una bazzecola. E poi Pelagatti non è Satana — disse Esposito nel breve percorso rimasto, poi bussò alla porta dell’ufficio del commissario.
Appena udì “Avanti”, ruotò la maniglia e, senza farsi vedere, spinse dentro alla stanza l’agente Malpezzi, sconcertato e confuso. Lo intravide mentre si voltava all’indietro, fissandolo con gli occhi spalancati di un agnello dato in pasto ai lupi. Quindi richiuse la porta e si diresse verso il centralino.
Il neo-arrivato si guardò intorno. Pelagatti e il questore Cervellati lo fissarono con atteggiamento inquisitorio. L’istinto gli suggerì di aver interrotto una discussione importante. “Tempismo perfetto” ironizzò tra sé e aprì la bocca per parlare. Di bene in meglio, salivazione azzerata. La lingua si era trasformata in un tappeto.
Alternò lo sguardo tra i due uomini per un paio di volte. Il panico lo aveva zittito. Nella mente si rivide a scuola, pietrificato durante l’interrogazione. La materia peggiore era storia. Tutti quei dannati nomi da imparare a memoria.
— Agente Malpezzi. Ha qualcosa da dire? — esordì Cervellati, con tono spinoso.
Fece cenno di sì con la testa.
— Avanti allora. Altrimenti passeremo la notte qui — lo incalzò Pelagatti.
Abbozzò una frase. — Un tizio è morto — deglutì. — Barbieri mi ha detto che c’è bisogno di una pattuglia. Una segnalazione. Dalla sala operativa di Bologna.
Cervellati, che nel frattempo aveva abbassato gli occhi su alcuni fascicoli, alzò il mento con scatto rapido. — Quale indirizzo?
L’agente lesse il biglietto. Accidenti a Barbieri e alla sua scrittura da gallina. Iniziava per I, ne era certo. Il problema era il resto della parola. Si sforzò di ricordare cosa gli aveva detto l’operatore radio. — I... Ir... In...
Ma Pelagatti, oltre il limite della sopportazione, sbottò: — Diamine! Non è in grado neanche di dirmi il nome? Il nome!
L’agente, paonazzo in volto e con la pressione schizzata alle stelle, sparò: — Irnerio, signore. — Quindi tese la mano con il foglietto.
— Ci pensi lei, commissario — intervenne il questore. — Organizzi una squadra. Io ho un impegno, a breve andrò alla clinica. Comunque sarò reperibile, mi tenga aggiornato.
— Certo, signore. — Strappò con arroganza il biglietto dalle mani dell’agente e in un attimo fu fuori dall’ufficio.
Malpezzi si afflosciò come un sacco appena svuotato. Non era stato brillante ma aveva compiuto il suo dovere. Sentì la mano del questore sulla spalla.
— Agente, si abituerà. Tutto si impara, anche la capacità di gestire la tensione. — Cervellati gli sorrise, rassicurante, mentre lo accompagnava alla porta.
— La ringrazio, signore.
In commissariato giravano voci sulla generosità e sulle attenzioni che il questore dedicava ai sottoposti. Si interessava di ricorrenze private, visite, problemi familiari e intercettava esigenze. Era tutto ciò che Pelagatti non era. E aveva su di lui un ascendente che nessun’altro esercitava. Tutti speravano in un prolungamento della sua visita al Due Torri. E da quel momento, anche Malpezzi ci sperò.
Primo Pelagatti radunò e istruì due uomini in un battito di ciglia. Ostinato come non si sentiva da tempo, era determinato a rispolverare il proprio valore. Avrebbe riconquistato la fiducia di Cervellati. Ricordava ancora le parole che gli aveva rivolto: “...ti ho trovato arrugginito. Hai perso smalto. In tutta onestà puoi sostenere il contrario?” Voleva risvegliarsi dal torpore dell’abitudine e queste indagini erano l’opportunità che gli serviva per avere la rivincita sui suoi nemici. Su uno, in particolare.
Si diresse verso il centralino per un’ultima conferma dell’indirizzo prima di salire sulla volante. Avrebbe chiesto a Barbieri, lui sì che era affidabile. Quell’incompetente del novellino aveva confuso il nome della via. Sul biglietto, infatti, il commissario aveva letto Inferno, non Irnerio. Al ritorno lo avrebbe strigliato a dovere.
I giovani intraprendenti, svegli e capaci stavano diminuendo. Forse rigidità e privazioni erano davvero i metodi migliori per educare. Da figlio li aveva odiati, ma da dirigente del Due Torri ne coglieva l’importanza. La briglia sciolta poteva condurre a uomini senza nerbo. Tra l’altro negli ultimi anni, dopo aver impiegato tempo e fatica nella formazione di personale, in molti avevano chiesto il trasferimento.
A rifletterci, l’elevato turnover del commissariato poteva essere la causa della lunga visita inaspettata del questore. L’ipotesi era plausibile. Ma lui non l’aveva considerata. Il suo vecchio amico lo supportava ancora una volta. Nessuna prevaricazione. Nessuna minaccia. Nessuna preferenza per l’ispettore Guidi come aveva creduto.
Icilio aveva intuito che potevano nascere calunnie a danno del Due Torri e del suo commissario mentre lui si crogiolava nell’incoscienza. Si era arrugginito, davvero. E Cervellati non voleva questo.
Le loro vite erano strette a doppio filo dal momento in cui si erano conosciuti. Un legame che andava oltre il senso di giustizia e la dedizione al lavoro. Ciascuno conosceva gli angoli oscuri dell’altro. Entrambi lottavano senza sosta e si sorreggevano a vicenda. Pelagatti realizzò che il questore era quanto di più vicino al concetto di famiglia, solo con lui poteva abbassare la guardia.
Entrò nell’ufficio del centralino rinvigorito dalla consapevolezza e notò appena Esposito che ne usciva a passi felpati. Intercettò lo sguardo di Barbieri che, senza esitazione, scattò in piedi.
— Buonasera commissario. La centrale operativa ha ricevuto la segnalazione da una donna, Adelina Benfenati, e ci chiede se vogliamo inviare una pattuglia sul luogo.
— Via dell’Inferno, dieci. Corretto?
— Sì, signore.
— Altre informazioni?
— Solo una. La signora era in preda a un attacco di panico quindi l’agente ha incontrato difficoltà a farla parlare...be’, pare che la vittima sia l’inquilino dell’appartamento di fronte al suo, un certo Mathias Alpaca.
— Alpaca? — Pelagatti sgranò gli occhi. Quell’uomo era stato arrestato la settimana prima per spaccio di droga a minori. Il questore aveva preteso per sé l’interrogatorio e, provocato dalla cinica arroganza dello spacciatore, aveva quasi perso la testa. In base al racconto dell’agente Rossi, soltanto il suo irriducibile autocontrollo gli aveva impedito di sparargli con la pistola d’ordinanza. Da lì a poche ore l’intero commissariato era diventato un piccolo borgo di comari. Tutti collegavano il comportamento di Cervellati alla morte del figlio, avvenuta in una discoteca del centro diversi anni prima. I peggio informati ricamavano aneddoti attribuendogli di aver assunto stupefacenti per spirito di ribellione. Quelli che avevano letto i giornali con attenzione invece sapevano che l’arresto cardio-circolatorio era stato causato da una reazione allergica indotta da allucinogeni sciolti nella coca cola. Un ragazzo della compagnia che frequentava, in vena di sperimentazioni estreme, dopo aver acquistato alcune pasticche da un pusher, le aveva distribuite nei cocktail degli amici a loro insaputa.
La voce di Barbieri lo richiamò. — Sì, Alpaca. Cognome inconsueto, vero?
— Si ricorda fin troppo bene. — E sparì diretto all’ingresso del commissariato per raggiungere l’auto.
L’agente Esposito, dopo aver carpito notizie sulla segnalazione in corso, decise di avvisare subito l’ispettore Edo Guidi. Non era sicuro che Cervellati e Pelagatti lo avrebbero coinvolto dopo che nell’ultima indagine aveva peccato di individualismo tenendo all’oscuro l’intero commissariato sulla pista corretta. Ciò nonostante non poteva escludere una riappacificazione nel breve e il supporto dell’ispettore magari avrebbe fatto la differenza. Lo trovò nella stanza dei distributori automatici, intento a sorseggiare con cautela un caffè ustionante.
— Salve agente Esposito.— Edo soffiò un paio di volte con decisione sulla tazzina colma. — Un quarto d’ora fa sono stato convocato dal questore. Era fuori di sé. Non me la caverò con una strapazzata. Ora lui e Pelagatti staranno decretando un’adeguata punizione. So che sono chiusi nell’ufficio del commissario.
— A dire il vero lo erano.
— Vuoi dire che la giuria ha deliberato?
— No. Sono stati interrotti. Abbiamo appena ricevuto una telefonata al centralino. Una signora, in via dell’Inferno, ha trovato un cadavere. Pelagatti sta andando sul posto con un paio di uomini.
— Capisco. — Guidi concentrò di nuovo l’attenzione sul caffè.
— Non ancora. Le manca l’ultimo pezzo del puzzle.
— Ovvero? — chiese mentre alzava lo sguardo e tentava un minuscolo sorso.
— Il tizio morto è Mathias Alpaca.
Guidi ebbe un sussulto e aspirò. Un cucchiaio da minestra di amaro caffè, bollente come lava, gli inondò la lingua per poi rovesciarsi in gola. Ebbe un momento di panico, nel limbo tra una possibile morte per soffocamento o per ustioni di terzo grado. Insistenti colpi di tosse e pungenti fitte di dolore si alternavano mozzandogli il respiro. E più tossiva, più la gola bruciava, più aghi appuntiti gli penetravano il cervello. Ci vollero un paio di minuti abbondanti perché la tortura diminuisse di intensità.
— Va meglio? — gli chiese Esposito.
L’ispettore, proteso verso il distributore d’acqua nell’intento di riempire un bicchiere, scosso ancora da esplosioni improvvise di tosse, annuì. Né Edo voltato di spalle né Esposito distratto da quel piccolo incidente, si accorsero dei passi in avvicinamento dal corridoio.
— Be’, tornando alla segnalazione appena ricevuta, posso tenerla informato. In via ufficiosa s’intende.
Edo bevve un sorso freddo e anestetizzante. Iniziò a parlare a bassa voce e con pause frequenti. — E se... chiedessi a Cervellati... di partecipare? — ingurgitò altra acqua. — Voglio dire... se mi scusassi di nuovo per la condotta sconsiderata... se accettassi di non contrariare Pelagatti... secondo lei Cervellati accetterebbe?
— Lasci che risponda io a questa domanda — si intromise il questore, fermo sulla soglia. — Vada a casa. Le ordino di prendersi un paio di giorni di riposo. Intanto deciderò cosa fare con lei.