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numero collana


Se quelle sono le sue radici lui non le sente, nei suoi cinquantun anni quel posto non c’è mai stato,
ma nemmeno nei cento di Armida, né tantomeno nei trenta di suo padre.
È una terra abbandonata da tre intere generazioni, lui non sa nemmeno perché e magari non gli è neanche
mai interessato saperlo.

Maggio 2026

218

9788868106799

16,00

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Sinossi

Cicca ha cinquant’anni, vive a Roma, va in giro senza scarpe, non guida la macchina, ha lasciato il lavoro per assistere la nonna centenaria, è insofferente a tutto e parla citando canzoni. Il suo microcosmo è fatto di cucina e spesa, un’ora d’aria al giorno. Quando nonna Armida gli dice che vuole partire per tornare in Romagna, per conoscere il paese da dove nel 1884 è partito suo padre, e dove nessuno della famiglia è più tornato, si sente perduto: tenta di resistere, poi capisce che non si può rifiutare, è forse l’ultimo desiderio della nonna, con cui ha vissuto da quando aveva tre anni, gli ha fatto da padre e da madre. Partono, accompagnati da Gino, un anziano che ha fatto amicizia con Armida, e da Marta, un’affascinante dottoressa che mette in moto nella mente di Cicca fantasie che pensava di aver spento da anni. Ma lui si sente al margine, la nonna non gli parla, sembra che tutti sappiano qual è il vero motivo di quel viaggio tranne lui, che così inizia a spiare i suoi compagni per cercare di capire...

L'autore

Francesco Maltarello

Primo capitolo

PRIMA

L’uomo osservava il fabbro che da venti minuti armeggiava, sbuffando, per togliere la vecchia catena arrugginita, sostituirla con una nuova, applicare il lucchetto e provare più volte ad aprirlo e chiuderlo con tutte e due le chiavi, girandosi alla fine soddisfatto verso di lui.
Ciòh, ecco fatto — disse tergendosi il sudore. Era agosto, c’era un caldo afoso e umido, anche a quell’ora del pomeriggio. Gli consegnò le chiavi.
— Allora poi… questo al dura anca cent’anni, e bona l’è!
— Grazie. — L’uomo sorrise e pagò l’operaio, attese che si allontanasse, quindi entrò ancora una volta nella cappella, spoglia e disadorna, osservò con un pizzico di commozione le uniche due lapidi e i sei loculi vuoti, uscì, richiuse.
Si sedette sul gradino dell’ingresso, tirò fuori dallo zaino una matita e un quaderno con la copertina nera e i bordi delle pagine colorate di rosso, scrisse rapidamente qualcosa, poi staccò il foglio, lo mise in una busta già affrancata che aveva nella giacca, vi infilò una delle due chiavi facendola cadere dentro il foglio ripiegato, la chiuse, quindi si allontanò lungo il vialetto centrale del cimitero.
Sapeva già dove trovare una cassetta postale, la raggiunse e imbucò la lettera.
“Anche questa è fatta. Adesso viene il bello…”.
L’orologio del campanile segnava le sette. Era il caso di muoversi. Conosceva la strada, si incamminò con un buon passo, anche se non era del tutto convinto. D’altronde, pensò, aveva attraversato la clandestinità, la guerra, la Resistenza, per trovare alla fine l’ostilità dove non credeva: nella sua stessa famiglia. No, lui negli ultimi vent’anni aveva già affrontato ben altri ostacoli, ora aveva un progetto preciso e l’avrebbe portato a termine alla faccia di tutti. Sapeva già che di quello che cercava non restava molto, la guerra appena finita aveva lasciato troppe distruzioni anche lì, Zamparelli era stato chiaro. E allora perché lo aveva invitato a cena? Per mostrarlo ai suoi amici? Per dimostrargli che era lui il più forte, che era il padrone del paese? Per un attimo gli venne l’istinto di girarsi e tornare indietro, forse avrebbe trovato il modo di trovare un passaggio dai soldati alleati per raggiungere Bologna, l’unico posto in zona da cui fosse possibile prendere un treno, a ritroso di quanto aveva fatto all’andata. Un attimo che passò subito, anche perché era già davanti alla casa. Troppo tardi.
Durante la cena si sentì osservato come un oggetto misterioso arrivato da un altro mondo. Tutti si informavano su chi fosse, nessuno poteva ricordarsi di suo padre dopo anni, ma nessuno di quei signori forbiti e un po’ untuosi mostrava un vero interesse nei suoi confronti: cosa voleva da loro, cosa era venuto a fare? Del resto quell’incontro era stata un’idea del padrone di casa, gli altri erano di contorno, lui questo lo capiva benissimo, servivano da deterrente a certi discorsi e da testimoni nel caso quei discorsi fossero venuti fuori. Qualcuno in paese glielo aveva detto che Zamparelli era una vecchia volpe, che era ben ammanicato e non si sarebbe fatto mettere in difficoltà. Tanto meno da lui, che oltretutto era perfettamente estraneo a quell’ambiente. C’erano il sindaco, il farmacista, il parroco, il maresciallo. Tutti in combutta tra loro, chissà…
— Ma ci racconti, ci racconti…
— E che vi racconto? Voi, piuttosto, voi che in questi anni eravate qui, siete voi che dovreste raccontare a me.
Poi Zamparelli se lo portò nel suo studio, gli offrì un sigaro e un liquore, lo fece sedere di fronte a lui, e gli ribadì le sue posizioni.
— Mi creda, per la fedeltà che mi ha sempre legato a suo nonno, ma c’è un testamento e c’è un contratto regolare stipulato con sua nonna, davvero non mi è possibile riconoscerle nulla. Oltretutto come le ho già detto, lo stabilimento non esiste più da due anni, sono rimasti solo ruderi, purtroppo.
Lui aspirò lungamente dal sigaro, socchiudendo gli occhi.
— Ho intenzione di non arrendermi. Troverò le carte di cui ho bisogno e tornerò. Se mi sbaglio sarò il primo a chiederle scusa. Grazie della cena, comunque. Arrivederci.
Si alzò senza aggiungere altro, non gli strinse la mano e lasciò la stanza, evitando tutti trovò la strada per uscire, incrociando un giovane che entrava e che gli rivolse uno sguardo curioso.
Zamparelli tornò dai suoi ospiti, gli si avvicinò il figlio più grande, interrogandolo con gli occhi. Lui scosse la testa.
— Dovremo tenerlo d’occhio — mormorò.