numero collana
Testa o croce?
Qual è la scelta giusta?
No, non c'è scelta,
non possiamo scegliere nulla.
Io non posso scegliere,
devo agire come agisco.
Mi umetto le labbra e faccio quello che devo.
Mordo. Succhio. E deglutisco.
Maggio 2026
270
9788868106775
17,00
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Sinossi
Il romanzo è ambientato nell’inverno freddo e nebbioso del 1985, a Torino. Il protagonista è Giulio Borgo, ex commissario di polizia, che ha dato le dimissioni in seguito alla morte della collega nonché moglie Claudia Riva. Ora, profondamente provato dalla tragedia di cui si sente responsabile, tira avanti facendo l’investigatore privato.
Giulio viene ingaggiato da Flora, una prostituta, e da Osvaldo, il suo protettore, per indagare su un serial killer apparentemente inafferrabile, che ha una strana modalità di commettere i propri crimini. L’assassino sceglie le sue vittime a caso, gli punta una pistola e poi tira una moneta per decidere se sparare o meno.
Una sera, durante una delle sue usuali passeggiate, anche Giulio viene aggredito dal killer, che dovrebbe sparargli, così ha indicato il responso della moneta, ma lo risparmia. Da quel momento Giulio diventa, oltre che avversario, anche confidente del killer, che comincia a mandargli una serie di messaggi in cui gli parla dei suoi delitti.
Immagine di copertina: Chiara Nervo
Primo capitolo
1
È quasi l’una di notte, il termometro segna diversi gradi sotto lo zero. Giulio Borgo cammina solo e senza meta, procedendo con brevi passi ostinati, il bavero alzato e le mani sprofondate nelle tasche, mentre il fiato gli si condensa in una nuvoletta evanescente. A quell’ora e con quel gelo, non c’è anima viva in giro. Il silenzio è padrone assoluto di quello squallido spicchio di periferia torinese.
Arrivato nello slargo tra corso Regina e corso Trapani, sente qualcosa, dei passi forse, che provengono da qualche parte dietro di lui. Si gira, ma vede solo ombre immobili che sfumano nella luce sporca dei lampioni. Prende una via secondaria, ma quei passi leggeri e furtivi continuano ad accompagnarlo. Ruota leggermente la testa in cerca di un movimento. Niente, solo ombre. La sensazione di essere seguito, però, prende sempre più corpo. Magari è un tossico che in quella desolazione pensa di imbattersi in una facile preda a cui rubare qualche spicciolo. La mano destra trova la pistola nella tasca del cappotto. Adesso può sentire più chiaramente i passi del misterioso inseguitore, che ormai gli sta dietro, a pochi metri. Chiunque sia, ha deciso di non darsi più troppa pena per non farsi sentire.
Giulio toglie la sicura senza estrarre l’arma, tra qualche secondo forse dovrà ingaggiare uno scontro. Alza le spalle, indifferente a entrambe le prospettive: uccidere o essere ucciso. Poi si volta di scatto, ma subito si blocca.
— Cristo, Flora! Che cazzo ci fai in giro a quest’ora?
— Tesoro, cosa vuoi che ci faccia una puttana in giro a quest’ora?
— Mi stavi seguendo?
— Non ti stavo seguendo. Ti ho visto passare e mi sono incuriosita. Mi sono detta: dove andrà in piena notte l’investigatore Giulio Borgo, tutto solo?
— È tardi, Flora, buonanotte!
— Aspetta, ti devo parlare, è importante.
Giulio la guarda, ha il trucco pesante, una cascata di capelli ricci e rossi – chiaramente una parrucca – una minigonna troppo corta. Il classico abbigliamento da puttana, pensa. Poi la guarda meglio e gli fa pena, trema tutta; le spesse calze di lana e il giubbotto imbottito non riescono a offrirle una protezione adeguata in quella gelida notte.
— Perché mi vuoi parlare?
— Non qui, fa troppo freddo. Lo sai che dicono che questo dell’85 è l’inverno più freddo degli ultimi dieci anni? Che ne dici se saliamo un attimo da me? Ti offro un caffè.
Giulio rimane in silenzio, non ha ancora deciso se stare a sentire quello che vuole o mandarla al diavolo e tirare dritto.
— Vieni, dai, che qui si gela — insiste Flora fregandosi le mani in un gesto eloquente. — Devo proporti un affare, se non ti sta bene rifiuterai e in ogni caso ci avrai guadagnato un ottimo caffè.
— Davvero sai fare un ottimo caffè?
— Ci puoi giurare, tesoro, il mio caffè è una favola, provare per credere!
Giulio alza le spalle. — Va bene, andiamo.
Percorrono a passo svelto i due isolati che li separano dall’abitazione della donna. Arrivano di fronte a uno squallido casermone prefabbricato, Flora estrae le chiavi dalla borsetta, poi comincia ad armeggiare con la serratura per cercare di aprire un orrendo portone di un grigio smorto. L’operazione le richiede un certo sforzo, a causa delle dita intirizzite per il freddo. Quando riescono a entrare, Flora pigia un interruttore e l’androne si illumina di una luce giallognola.
— Abito al quarto piano, non c’è l’ascensore, mi spiace — dice con un mezzo sorriso di scusa. Giulio alza le spalle. Fa spesso quel gesto, ma non per menefreghismo o faciloneria. È che, ormai, tutto gli è indifferente.
Cominciano a salire le scale avvolti da una luce malaticcia che proviene da luride plafoniere appese al soffitto, una per ciascun pianerottolo. Le pareti hanno l’intonaco scrostato a causa dell’umidità e ovunque aleggia un odore stantio di fritto, cavolo bollito e muffa.
— Ci siamo quasi — dice Flora una volta superato il terzo piano. Non ha il fiatone, è abituata a salire quelle rampe di scale.
Quando finalmente arrivano, lei infila una lunga chiave nella porta dell’alloggio di sinistra. Ci sono due appartamenti per ciascun pianerottolo. Apre e illumina l’ingresso di casa accedendo un grosso lampadario a gocce.
— Avanti, tesoro! Entra nella mia umile dimora — dice con un gesto un po’ teatrale.
Giulio entra, non dice nulla, ma rimane sorpreso. Si aspettava di trovare un appartamento squallido, arredato in modo dozzinale, sporco e disordinato, ma si sbagliava. Il lampadario irradia una luce calda e accogliente, i mobili non sono di gran valore, ma hanno una loro eleganza, e il tutto è di un ordine e di una pulizia impeccabili.
— Per di qua — dice lei guidandolo in una delle due stanze della casa, quella che funge da soggiorno e cucina. L’altra deve essere la camera da letto, la stanza da lavoro, pensa Giulio, e di nuovo quella donna gli fa pena.
— Siediti dove vuoi — dice lei indicando le quattro sedie disposte intorno al tavolo di legno — ma prima dammi il cappotto.
Giulio, senza che Flora se ne accorga, fa scivolare la pistola nella tasca dei calzoni, si toglie il pesante cappotto e glielo porge.
Lei va ad appenderlo a un attaccapanni di ferro nell’ingresso.
— Allora, Flora, perché mi volevi parlare? — chiede Giulio sedendosi su una delle sedie.
— Aspetta. Se non sbaglio ti avevo promesso una bella tazza di caffè. Io mantengo sempre le promesse! Lo preparo e poi parliamo.
Borgo guarda l’orologio, sono quasi le due, alza le spalle, cosa ci torna a fare a casa? Mentre Flora prepara il caffè non parlano. Giulio non è il tipo che sente il bisogno di soffocare l’imbarazzo del silenzio con chiacchiere inutili, e Flora, l’imbarazzo, non sa più cos’è già da molto tempo.
— Scusami un attimo — dice lei mentre aspetta che l’acqua bolla.
Lui si limita a continuare a fissare le fiammelle azzurrognole del gas. Che cos’è una vita? aveva chiesto una volta a sua nonna, quando aveva appena sei anni. E anche allora stava osservando quelle fiammelle azzurrine che, sulle punte, con un impercettibile gioco di prestigio, diventano arancioni.
Sua nonna aveva provato a rispondergli: Tu sei una vita.
Lui è una vita, sua moglie e il suo bambino mai nato non lo sono più, e questo è quanto.
Flora torna proprio mentre il caffè inizia a gorgogliare riempiendo la stanza del suo aroma senza tempo. I folti ricci rossi hanno lasciato il posto a lisci capelli castani, si è anche infilata un comodo paio di pantaloni della tuta al posto della minigonna e si è liberata del rossetto. Ha rinunciato a levarsi il resto del trucco, forse l’operazione le avrebbe richiesto troppo tempo. Spegne il fuoco e versa la bevanda fumante in due tazzine. Una la mette davanti a Giulio e l’altra se la porta alle labbra prima ancora di sedersi, per sincerarsi se il caffè le è venuto bene.
— Assaggia, tesoro, è o non è meraviglioso questo caffè?
Giulio assaggia. — Non c’è male, devo convenire. — Non gli riesce di sorriderle. — Se non sbaglio, però, volevi parlarmi. Adesso vieni al punto Flora, per favore. È già molto tardi.
— Vorremmo ingaggiarti per fare delle indagini. Come investigatore privato, voglio dire.
Giulio la guarda attraverso la debole traccia di fumo che fuoriesce dalla tazzina.
— Vorremmo? Chi vorrebbe?
Flora fa una risatina, buttando la testa all’indietro. Giulio la trova bella in quel momento. Immagina che quel gesto sia tutto ciò che le rimane di se stessa, di com’era prima di essere irrimediabilmente fottuta dalla vita.
— Tu sei nato sbirro, non c’è niente da fare.
Il volto di Giulio si rabbuia. Sbirro. Quella parola lo riporta a un paio d’anni prima, quando lavorava ancora nella questura di corso Vinzaglio 10. Quando era il commissario Giulio Borgo, sposato con la brillante agente Claudia Riva. Lei aspettava da un paio di mesi il loro primo figlio. Poi era bastata una telefonata e tutto era svanito, come il fumo che esce dalla sua tazzina.
— Chi vorrebbe ingaggiarmi? — ripete Giulio, con troppa durezza, tanto che Flora trasalisce.
— Io voglio ingaggiarti, insieme ad alcune amiche che fanno la vita, come me. E anche Osvaldo è d’accordo.
— Osvaldo? — chiede Giulio, cercando di ammorbidire un po’ il tono.
— Sì, Osvaldo, è lui che ci fa lavorare tutte quante.
— È il tuo protettore? — Non c’è nessun intento giudicante nelle sue parole. Vuole solo farsi un’idea della faccenda, non sa ancora se è davvero interessato o se tra un paio di minuti se ne andrà ringraziandola per il caffè.
— In un certo senso. Io e le mie amiche ci troviamo bene con Osvaldo. Lui non è uno che sfrutta le ragazze, che se non gli obbediscono le massacra di botte. — Fa una pausa aspettandosi qualche commento da parte di Giulio, che però rimane in silenzio. — Certo, gli diamo una percentuale sui guadagni, tutti i mesi, ma è una percentuale ragionevole. Osvaldo in cambio ci fornisce alcuni contatti, anche di uomini ricchi che se la vogliono spassare. E poi, quando qualcuna di noi decide di battere il marciapiede, per arrotondare, ci dice quali zone frequentare. Insomma, per non pestare i piedi a nessuno, soprattutto a certi figli di puttana che ti accoltellano se solo occupi un metro di marciapiede che non ti spetta.
— Che cosa volete esattamente da me, tu, le tue amiche e Osvaldo? — chiede Giulio vuotando la tazzina.
— Osvaldo vorrebbe parlarti per quella faccenda del killer delle cinquanta lire. Ha già ucciso una prostituta e un altro paio di tizi, in zone periferiche, la sera tardi. Non hai letto i giornali?
— Non li leggo i giornali, parlami di questo killer.
— Quello che so è che colpisce spesso in periferia o appena fuori città, però non uccide sempre...
Giulio la interrompe con una domanda. — Sai se le vittime sono state rapinate?
— No, avevano addosso tutto quanto, borsette, anelli, portafogli.
— E tu come fai a saperlo?
Giulio non ha perso la sua abilità nell’interrogare le persone. Domande precise e mirate, che richiedono risposte semplici e concise. È il modo migliore per conoscere i fatti.
— Me l’ha detto Osvaldo. Deve essersi informato facendo qualche domanda in giro. Lui è uno che sa usare il cervello.
— Perché l’hai chiamato il killer delle cinquanta lire?
— Perché sembra che quello svitato lasci cadere una moneta da cinquanta lire sul corpo delle sue vittime. Così tutti hanno cominciato a chiamarlo il killer delle cinquanta lire.
— Che cosa intendevi prima, quando hai detto che il killer non uccide sempre?
— Ti devo raccontare di Gisella, per risponderti. È una mia amica, una che fa parte del giro. — Giulio tace, invitandola con il suo silenzio a continuare. — È successo la settimana scorsa, vediamo, era di mercoledì, era tardi, saranno state quasi le due, mi ha detto Gisella. Stava tornando a casa, la mia amica abita a un paio di isolati da qui, quando si è sentita chiamare da un tizio.
— Dov’è avvenuto il fatto, di preciso?
Flora ride buttando ancora la testa all’indietro in quel suo modo caratteristico. — Tesoro, mi stai facendo il terzo grado!
Giulio ammorbidisce la sua espressione con un fantasma di sorriso. — Rispondi, per favore.
— Che cosa mi hai chiesto? — domanda Flora tornando seria.
— Dov’è che la tua amica ha incontrato questo tizio, di preciso?
— Qui vicino, era su corso Appio Claudio, all’altezza di corso Potenza. A quell’ora, da quelle parti, in giro praticamente non c’è anima viva.
Giulio annuisce. — Raccontami cosa è successo alla tua amica.
— La ferma un tizio, aveva il passamontagna, e le punta una pistola. Se gridi sei morta. Le ha detto così, aveva una voce che metteva i brividi, ruvida, roca. Gisella gli voleva dare la borsa, gli ha detto: Prendila, non c’è molto, ma è tua. Io non griderò, te lo prometto. Ma l’uomo le ha risposto: Non voglio soldi, allontanati senza voltarti, se ti giri o ti metti a correre ti sparo.
— Le ha detto proprio così? — domanda Giulio. La vicenda comincia a interessarlo.
— Sì, o qualcosa del genere. Se vuoi puoi anche parlarle di persona. Comunque, a quel punto, Gisella pensava di essere morta, perché anche lei aveva sentito da Osvaldo che il killer spara alle spalle della vittima e senza rubare un centesimo.
— E poi?
— E poi niente, ha continuato a camminare per un po’, senza girarsi, e non è successo nulla. A un certo punto, mi ha detto che non ha più resistito alla tensione. Ha svoltato in una via secondaria e si è messa a correre a perdifiato. Io scappo, che mi spari pure se vuole, così mi ha detto.
Giulio resta in silenzio.
— Ma non è tutto, sembra che altre persone siano state avvicinate da un tizio col passamontagna, che le ha minacciate e poi lasciate andare. Anche la polizia ha preso in considerazione l’idea che le aggressioni siano tutte opera dello stesso uomo, che a volte uccide e a volte no. Hanno anche ipotizzato che quello svitato tiri la moneta prima di decidere se sparare o no ai malcapitati che incontra.
Borgo neanche stavolta dice niente, sta riflettendo.
— Tu puoi fare qualcosa, Giulio? — Lo chiama col suo nome questa volta, non tesoro o qualche altro appellativo. — Io ho paura, tutte noi abbiamo paura, la polizia non ci pensa nemmeno a proteggerci.
Giulio sta per aprire bocca, ma Flora lo precede. — Senti, Osvaldo mi ha detto di darti questa solo per essermi stato a sentire, anche se non accetti di occuparti della faccenda — dice tirando fuori una busta bianca da un cassetto della credenza. — Ci sono centomila lire, sono tue in ogni caso.
— Non prenderò soldi, non prima di aver accettato l’incarico. Organizzami un incontro con questo Osvaldo.
Poi, prevenendo qualsiasi obiezione di Flora, si alza.
— Grazie Giulio — mormora Flora accompagnandolo alla porta.
— Non ringraziarmi, non ho ancora accettato.
— Grazie comunque, per aver preso il caffè con me e per avermi ascoltata.
Lui annuisce leggermente. Lei, che ha trovato quel gesto più bello di tante parole, gli sorride e richiude la porta.
Borgo scende le scale velocemente per sottrarsi il più in fretta possibile all’odore di disfacimento che aleggia per i pianerottoli ed esce nel freddo che, nel frattempo, si è fatto ancora più pungente.
— Giulio! — Si sente chiamare dall’alto. È Flora affacciata al balcone. — Fai attenzione, quello svitato potrebbe anche essere qui in giro.
Giulio non risponde, si gira e sparisce nello scuro della notte.