numero collana
Non è che ti tieni dentro un segreto
per quarant'anni
e poi lo racconti in giro
di punto in bianco, no?
Maggio 2026
366
9788868106782
18,00
Non ancora disponibile
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Sinossi
La storia dell’assassinio di Annalisa Fogliati non ha mai convinto nessuno. Le indagini sono state sommarie anche per gli strumenti a disposizione nel 1984, e quando Alfredo Duri è stato condannato i compaesani erano tutti concordi: qualcuno aveva incastrato quell’uomo. Quarant’anni dopo, la vicenda è rimasta impressa anche nelle menti di chi non era ancora nato quando è accaduta. È il caso del ventinovenne Lucio, che con San Fermo ha un legame particolare: divora tutti i libri di Amedeo Crisafulli, scrittore di fama mondiale nato e cresciuto proprio in quel villaggio di montagna, noto a tutti come il Menzognero di San Fermo. Mentre legge l’ultimo best-seller dello scrittore, Lucio scopre qualcosa che lo lascia sbigottito. Nel libro c’è un dettaglio che soltanto il vero assassino di Annalisa Fogliati poteva conoscere... Forse l’assassino ha incautamente lasciato un indizio dentro al suo ultimo libro. Forse una verità rimasta sepolta per quasi mezzo secolo può finalmente venire a galla. Ma per scoprirlo, Lucio deve recarsi di persona a San Fermo...
Primo capitolo
Martedì 16 gennaio 2024
Era una notte fosca e gelida, fatta di nuvole di fumo. Le stelle non ammiccavano in cielo e la luna era una sagoma tutta da indovinare, simile all’alone giallastro di un lampione avvolto dalla nebbia. Le due ragazze erano così giovani che si sarebbe detto che la vita aveva appena mormorato nelle loro orecchie; eppure avevano appena stretto un legame vecchio come il mondo e la polvere di stelle da cui la Terra aveva preso forma.
A prima vista poteva sembrare un cappello; eppure, sotto la sagoma bitorzoluta tracciata con inchiostro nero, con un po’ di fantasia uno poteva scorgere un elefante interamente divorato da un serpente. Il serpente doveva avere faticato non poco per ingoiare l’elefante tutto intero, e giaceva inerte appena sotto la clavicola della prima ragazza, un segmento retto e placido come l’elettrocardiogramma dopo un arresto cardiaco, con un piccolo foro in fondo a indicare l’occhio.
La seconda ragazza aveva lo stesso tatuaggio nello stesso identico punto, sotto la clavicola, sul lato sinistro del corpo. Il lato del cuore.
Adoravano Il Piccolo Principe, l’avevano letto in italiano e nell’ultimo anno anche in francese, su richiesta di una puntigliosa professoressa delle superiori. E amavano il messaggio racchiuso in quel semplice disegno stilizzato; a volte i disegni semplici trafiggono l’occhio e rimangono incastrati in fondo all’orbita, ingarbugliati tra un gomitolo di sinapsi e attorniati dai neuroni. Non per niente Picasso era divenuto così famoso.
Imprimendo quel tatuaggio sul loro corpo, sognavano di mantenere accesa nei loro occhi la luce dello sguardo vivido dei bambini, anche quando sarebbero diventate grandi e avrebbero visto i loro sogni ristagnare tra le paludi della nostalgia, anche quando la pelle sopra la clavicola sarebbe caduta, vizza, a stropicciare il poco inchiostro sbiadito rimasto.
La prima non ci riuscì: la vita le avrebbe mormorato all’orecchio ancora per trent’anni o poco più, giusto il tempo di fare crescere, proprio sotto a quel tatuaggio, un cancro grosso come una mela matura.
La seconda ragazza riuscì a vedere il serpente e l’elefante per il resto della sua vita. Morì sessantacinque giorni dopo essersi tatuata.
Quella doveva essere la decima volta che l’uomo del Signore leggeva lo stesso paragrafo. Era la ventesima pagina del libro e il racconto si era fatto piuttosto avvincente; tuttavia dubitava che sarebbe mai arrivato a conoscerne il finale.
Rimise il segnalibro al suo posto e chiuse il volume di scatto, come se l’inchiostro scuro impresso sulla pagina bianca potesse causargli un danno alla vista. La vista era una delle poche cose che settantacinque anni di vita avevano lasciato completamente intatta. L’uomo del signore si alzò con un sonoro scrocchio di ginocchia – voleva scrocchiare anche le dita, ma con l’artrite che si ritrovava avrebbe visto le stelle – si stiracchiò e misurò la stanza a grandi passi. Abitava in un tugurio ammobiliato sullo snodo di via Milano, una delle arterie principali della città, in quello che era stato un negozio di calzature. La finestra era una vetrina incrostata di sporco e l’appartamento constava di un’unica stanza divisa a metà da un pannello di cartongesso. Il bagno era uno sputo di piastrelle disposte a rombo con una doccia minuscola incastrata in un angolo.
Una sistemazione provvisoria, perché lui era come i tassi. Quando camminava cancellava le impronte fendendo la neve con la coda.
Conosceva molte persone che avrebbero storto il naso alla vista della sua abitazione, ma tanto era ciò di cui l’uomo del Signore necessitava, nulla di meno, nulla di più. Per la verità nessuna delle persone che conosceva lo chiamava uomo del Signore. Nessuno conosceva quell’appellativo, se non egli stesso, ma siamo ciò che decidiamo di essere e decidiamo di riconoscerci per ciò che siamo, e lui era quello, nulla di meno, nulla di più: un uomo di Dio. Il libro che aveva appena richiuso era l’unico che meritava un posto sul suo comodino, assieme a una vecchia Bibbia consunta. Il letto su cui dormiva era duro, ma non c’è letto più duro del pavimento freddo dove lui aveva imparato a dormire molto tempo prima. Il pavimento gelido gli aveva regalato notti insonni e cariche di pensieri, al punto che in quel momento in cui aveva bisogno di pensare meditò se era il caso di stendersi per terra come un verme.
Afferrò di nuovo il libro. La copertina era un caleidoscopio di colori, un’immagine di mirabolante fantasia in stile Harry Potter; il titolo era impresso a caratteri cubitali e recitava Memorie di una Retroveggente; il nome dell’autore, un uomo che lui conosceva ancor prima che diventasse uno scrittore di fama internazionale, era digitato in corsivo sull’angolo in alto a sinistra.
Amedeo Crisafulli.
Accanto al comodino c’era una scatola di cartone aperta, il timbro di UPS ancora visibile sul nastro isolante penzoloni lungo il bordo. Il corriere l’aveva abbandonata in fretta e furia quella stessa mattina davanti alla porta di casa sua. Non aveva idea di chi gliel’avesse mandata, né perché. Nella scatola aveva trovato l’ultimo libro di Crisafulli. Il mittente non si era curato di allegare lettere, messaggi o indicazioni, non aveva neppure cancellato il prezzo sovrascritto sulla quarta di copertina.
Da quel momento l’uomo del Signore non aveva fatto altro che leggere e preparare la valigia. Prima aveva letto il libro fino a pagina venti, poi era tornato sui suoi passi e si era riletto la ventesima pagina. Poi si era messo a fare la valigia, interrompendosi di tanto in tanto per dare una rilettura a pagina venti.
Quanto alla valigia, sembrava che attendesse di essere preparata da quando era stata comprata nel negozio di Carpisa, tra scintillanti modelli scontati in occasione del Natale. E magari era proprio così: in quel momento l’uomo del Signore trovò buffo che l’Altissimo avesse atteso il suo settantacinquesimo anno di età per fargli adempiere al suo scopo nel mondo.
Nella valigia aveva infilato, in ordine, la sua biancheria, un misero assortimento di maglioni e jeans, un giaccone e un berretto di lana. Con i travestimenti non aveva avuto problemi: baffi finti, una parrucca di capelli crespi e rossi e una di capelli corvini, lunghi, disposti a cortina. Occhiali in montatura di corno, barba finta sgraffignata da un vecchio costume di Babbo Natale, lenti a contatto azzurre. Li aveva già utilizzati in passato, durante ricerche vane quanto esasperanti, ma adesso ecco che anche il loro scopo si rivelava.
Non dimenticò il coltello a serramanico. Da quando l’aveva comprato per due soldi al Leroy Merlin più vicino, non se n’era mai separato. L’uomo del Signore trovava che il coltello fosse una delle più intelligenti invenzioni mai create dall’uomo, in assoluto. Con i suoi venti centimetri scarsi poteva radere barbe – se uno sapeva come usarlo, s’intende – tagliuzzare carote e sbucciare patate. Poteva intagliare il legno. Con un po’ di fantasia, poteva scassinare una serratura.
O togliere una vita.
— È lo strumentopolo giusto — borbottò l’uomo del Signore. Poi scoppiò a ridere da solo, pensando a quanto aveva adorato Topolino, da piccolo. Del resto, il libro che aveva appena letto era una svolta, un passo in più verso il suo glorioso obiettivo.
C’era da essere contenti.
Per ultimi infilò nella valigia un fotoforo da speleologo, una corda dotata di moschettoni e un paio di stivali di gomma. Gli stivali erano sdruciti ma ancora piuttosto elastici, così, seppure a fatica, in uno di essi nascose la pistola.