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numero collana


“Vedi commissario, ognuno di noi ha qualche scheletro nell’armadio.
La differenza è solo nella quantità di ossa che vi sono nascoste.”

Maggio 2026

344

978-88-6810-657-7

18,00

Non ancora disponibile


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Sinossi

Il commissario Romeo Ballarin è un uomo stanco. Ombroso e solitario, accanito tabagista e afflitto da un mal di schiena cronico, dopo più di trent’anni di servizio e a meno di due dalla pensione, con un matrimonio fallito alle spalle e una figlia con cui non parla da mesi, vorrebbe solo essere lasciato in pace.
Tirare a campare in quell’esilio volontario che si è scelto per chiudere la sua lunga carriera, presso la Questura di Ferrara.
E invece no. Il destino ha in serbo per lui altri progetti.
Come l’essere coinvolto suo malgrado in un caso rognoso: l’omicidio di Vinicio Trevisan, uno stimato e apprezzato medico anestesista di Comacchio.
Ballarin viene tirato in ballo dal suo unico amico, Folco Cavallari, un pescatore di anguille che vive proprio da quelle parti, e nonostante i tentativi del commissario di smarcarsi da quella storia che puzza di guai lontano un chilometro, il suo capo, il vicequestore Bruno Carbone, affida a lui e alla sua squadra le indagini. Squadra di cui farà parte anche una nuova collega da poco arrivata da Bologna, l’affascinante e ambigua Eva Lombardo. Romeo Ballarin non voleva nessun incarico. Per i suoi peccati gliene diedero uno.
Il peggiore di tutta la sua vita.

L'autore

Massimiliano Foschi

Primo capitolo

Prologo

Mattia non era un vigliacco.
Eppure i ragazzi lo prendevano in giro, lo chiamavano fifone, cagasotto e altri bei complimenti del genere. Uno che l’ha paura dla su òmbra, dicevano.
Succedeva sempre quando erano a scuola, o quando al pomeriggio la compagnia si ritrovava sulle panchine dell’oratorio, a fumare e perdere tempo. E tra una sigaretta e l’altra di tempo ne avevano eccome e allora giù a sfottere il Mattia.
Spesso gli dicevano quelle cose di fronte alle ragazze, e quelle ridevano. Ridevano di lui. La colpa era anche per via di quel suo aspetto allampanato, con quella chioma ribelle di riccioli neri, o forse per il fatto che qualsiasi cosa si mettesse addosso sembrava sempre vestito come un sacco di patate, con indumenti di almeno due taglie più grandi. La verità era che da quando non c’era più la mamma era sempre trascurato. Sembrava uno scap da chesa. E anche se suo padre, per quel poco che poteva, cercava di stargli dietro a lui le raccomandazioni da un orecchio gli entravano e dall’altro uscivano.
Però non era un vigliacco. E lo avrebbe dimostrato a quegli stronzi dei suoi amici.
Tredici anni e la voglia di diventare un uomo.
Con una prova di coraggio.

Mattia si guardò la punta delle scarpe da ginnastica ancora una volta prima di sollevare lo sguardo verso il casale.
Incuteva timore quel posto, e lui cercava di guardarlo il meno possibile. Era già pentito della sua decisione, di aver accettato quella stupida sfida che aveva lanciato ai suoi amici. Solo che adesso non poteva più tirarsi indietro.
Loro erano lì, dietro di lui con le biciclette, dove finisce la strada asfaltata. Alcuni, i più grandi, erano venuti con il motorino. Erano lì e aspettavano, aspettavano che si decidesse a entrare mentre ridevano e scherzavano.
Tanto che gliene fregava a loro.
Ogni tanto qualcuno lo incitava a darsi una mossa.
— Dai Mattia, che tra poco si fa notte. E poi è peggio! — e giù risate.
La luce del crepuscolo colorava il paesaggio con tonalità pastello, con poco rosa e molto grigio. Il grigio di una sera di fine estate e di un cielo con troppe nubi, che si riflettevano sullo specchio d’acqua ferma della laguna. Acqua immobile ma viva, come dicevano i vecchi del paese.
Anche il casale si rifletteva sull’acqua, con i contorni sfumati che gli ricordavano certi quadri che gli avevano fatto vedere a scuola. Espressionisti, si chiamavano così diceva l’insegnante.
Solo che quello non era un quadro e il casale era lì, dannatamente reale nella sua immobilità, un rudere a due piani con una porzione più bassa, quasi un’appendice, che forse una volta era stato un fienile. Con i muri fatti di mattoni rossi sbrecciati e corrosi dal tempo, avviluppati da intrecci di edera ed erbacce selvatiche al piano terra, e intonaco grigio scrostato nella parte superiore.
Era situato in fondo a una strada sterrata che si incuneava fin dentro la laguna Furlana, che lì chiamavano valle, la parte meridionale della zona umida di Comacchio. Centotrenta chilometri quadrati di acque, delimitate a sud dal fiume Reno, divisa tra le province di Ferrara e Ravenna.
E quello era uno dei tanti casali abbandonati che circondavano il margine della grande laguna. Giravano leggende in paese su molte di quelle case, storie di fantasmi e di spettri, e altre creature dell’oscurità che la fervida immaginazione dei ragazzi trasformavano in luoghi da cui stare alla larga.
Così era nata la sfida, la scommessa.
Mattia non era un vigliacco. E per dimostrarlo sarebbe entrato da solo, all’imbrunire, in una di quelle case, una di quelle più tetre e isolate.
L’avevano scelta i suoi amici, maledette carogne. In paese era conosciuta come “la casa dell’impiccato” perché si diceva che l’ultimo proprietario si fosse impiccato in una delle stanze del piano superiore, dopo aver sterminato a colpi d’ascia la famiglia e gettato i corpi nella laguna, mai più ritrovati. Così, in certe notti, qualcuno passando da quelle parti raccontava di aver sentito grida e lamenti spettrali provenire da quella casa. Di sicuro erano tutte cazzate, una delle tante leggende che circolavano fra i vecchi nelle osterie fra un bicchiere e l’altro, ma non si poteva mai sapere. Fatto sta che quelle carogne non avrebbero potuto scegliere un posto peggiore, pensò Mattia.
Si voltò un’ultima volta verso i suoi amici in fondo alla strada, seduti sulle selle dei motorini o appoggiati alle biciclette, a fumare sigarette vere di nascosto dagli adulti, che ridevano e lo incitavano ad andare avanti.
“Fanculo, farò vedere a tutti chi è Mattia Cavallari, che non sono il cagasotto che dicono. E dopo la dovranno smettere di sfottermi”.
Iniziò a camminare verso il casale. Intorno a lui sentiva solo il gracidare delle rane e il rumore dei suoi passi sulla ghiaia della stradina. Anche gli schiamazzi dei suoi amici andavano via via sfumando, sempre più lontani mentre procedeva lungo il percorso.
Arrivò di fronte all’ingresso, nella parte bassa del casale, quella che forse era stato il fienile. Non c’era più la porta, soltanto un’entrata ad arco invasa dalle erbacce.
Dentro, soltanto il buio.
Lontano, ma davvero molto lontano, sentì i latrati di un cane che abbaiava, quasi lo volesse avvertire di lasciare perdere. Solo che non poteva lasciare perdere, girare i tacchi come se niente fosse. Non arrivato a quel punto. Se avesse rinunciato adesso sarebbe diventato lo zimbello di tutto il paese.
Mattia però non riuscì a non pensare che a guardarlo bene, quell’ingresso ad arco sembrava davvero la bocca di una di quelle creature delle tenebre di cui fantasticava con i suoi amici.
E che dentro quelle fauci nere come la notte imminente, lui stava per entrarci.
Stava per entrare nella “casa dell’impiccato”.
Coraggio Mattia, coraggio. Cauto, un passo dopo l’altro, illuminando dove metteva i piedi con una piccola torcia a batteria che aveva sottratto a suo padre, che faceva il pescatore di anguille e che usava in quelle mattine d’inverno per farsi luce quando nemmeno la luna bastava. Quella stessa luce che ora sembrava dotata di vita propria, che danzava lungo i muri scrostati dall’umidità e i pavimenti in cotto divelti e sconnessi all’interno del casale, creando ombre e figure a cui la sua fertile immaginazione di tredicenne impaurito dava forme di mostri di inferni dimenticati.
Eppure Mattia avanzò, andò davvero dentro.
Entrò nella stanza successiva. Vide un’altra bocca più piccola alla sua destra, le fauci di un camino annerito dal fumo e dal tempo. Questa doveva essere la cucina, l’ambiente principale della casa, dove tutta la famiglia si riuniva la sera e nelle domeniche e nei giorni di festa. Cercò di pensare a questo Mattia per distogliere la paura dal suo cuore, alle sue di domeniche, alla sua famiglia, allo stoccafisso con la polenta che cucinava sua madre quando c’era ancora. O ai rintocchi del campanile che annunciava la messa delle dieci e lui finiva di vestirsi con i panni che sapevano di bucato e di buono.
Qui invece, in questo posto sperduto in mezzo al niente, ai margini della grande laguna nera, era sicuro che non si sentisse nessun campanile. Soltanto lo scricchiolìo delle sue scarpe sul pavimento dissestato, e il rumore del suo respiro. Nemmeno più le risate degli amici rimasti fuori ad aspettarlo.
La stanza era vuota, non era rimasto più nulla, soltanto un paio di mensole sbilenche ai lati del camino. In fondo c’era un’apertura, un passaggio dal quale si intravedevano le scale in pietra che portavano al piano superiore.
Sapeva che doveva salire. Il patto era mandare segnali luminosi ai suoi amici con la torcia da una delle finestre del secondo piano, quello dove era avvenuta la tragedia molti anni prima, secondo la leggenda. Solo così avrebbe dimostrato di aver superato la prova di coraggio.
Però c’era questa puzza. L’aveva avvertita subito appena entrato. Ora però era più forte. Non aveva mai sentito un odore del genere. Era come se ci fosse qualcosa di andato a male, qualcosa di dolciastro e ammuffito allo stesso tempo, qualcosa che gli faceva venire la nausea.
Mattia si avvicinò all’apertura dalla quale iniziavano le scale quando il margine del fascio di luce della torcia illuminò qualcosa alla sua destra. Qualcosa a terra, in un angolo. Sembrava un mucchio di stracci, come delle coperte ammucchiate e avvolte le une sulle altre.
La puzza proveniva da lì.
Forse sarebbe stato meglio non pensarci, forse sarebbe stato meglio fare finta di non avere visto o sentito niente, ma la curiosità fu più forte della paura.
Il braccio di Mattia diresse il fascio della torcia verso quel mucchio di stracci e coperte.
Soltanto allora si rese conto che non si trattava di stracci.
Mattia Cavallari, il ragazzino che voleva diventare uomo con quella prova di coraggio, urlò.
Urlò come non aveva mai fatto prima.