numero collana
"Hai la faccia di uno che ha passato la notte in un fosso”,
osservò Fiopa, senza smettere di mescolare il mazzo con la consueta precisione.
“Se non hai il fisico, al venerdì in parrocchia fanno un corso di uncinetto".
Maggio 2026
208
978-88-6810-639-3
16,00
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Sinossi
Egidio Tassinari è un uomo disilluso che vive ad Alberone, paesino della pianura emiliana ed è una ex promessa del calcio finita male dopo un infortunio. Fallito negli affari e nel matrimonio, passa le giornate tra il bar e gli amici di sempre, Fiopa, Agonia, Slosna Palmiro e Delone, un gruppo di balordi che però rappresentano la sua unica famiglia insieme con la barista Egle e il marito geloso Vincenzo.
Egidio, investigatore improvvisato e uomo alla deriva, si ritrova coinvolto in un’indagine che affonda le radici in un passato torbido.
Tra bugie, ricatti e vecchie ferite mai rimarginate, scoprirà che la verità ha un prezzo. E che a volte, anche chi ha perso tutto può avere una seconda occasione.
Primo capitolo
Notte complicata
L’investigatore privato Egidio Tassinari aveva trentanove anni portati decisamente male. Il tempo e l’alcol si erano divertiti a rovinarlo, cesellando il suo corpo come uno scultore crudele. Il volto scavato raccontava più fallimenti che successi, le rughe erano solchi lasciati da bicchieri vuoti e le occhiaie da notti insonni.
Era alto un metro e ottanta, ma il portamento curvo e il passo trascinato lo facevano sembrare più basso. I capelli, un tempo folti e neri, ormai stavano cedendo all’assedio della calvizie, lasciando spazio a un’incipiente chiazza sulla sommità della testa. La pancetta da bevitore sporgeva sotto la camicia spiegazzata, segno di troppi pasti sregolati e di una dieta composta principalmente da sigarette e liquori di scarsa qualità.
Il proprietario dell’appartamento, Luigi Corazzari, un pensionato delle ferrovie, abitava proprio di fronte, insieme alla moglie Marta, alla suocera e alle due figlie, entrambe in età da marito. Marta aveva una voce stridula e passava le giornate a lamentarsi di tutto, trovando sempre appoggio nelle altre tre donne di casa.
Luigi non gli chiedeva i soldi, non perché fosse generoso, ma perché Tassinari sapeva certe cose. E Luigi sapeva che lui sapeva. Certe cose non si dicevano, restavano nell’aria come il fumo di una sigaretta spenta troppo in fretta. Bastava uno sguardo.
D’altra parte, con tutto quello che si sentiva dire sul suo conto nei bar della zona, sarebbe stato ipocrita presentarsi alla porta a reclamare soldi con aria da uomo tutto d’un pezzo.
Marta lo tormentava ogni giorno. Luigi si limitava a guardare fuori dalla finestra, la pipa tra i denti, spenta come lui. Tassinari sapeva che prima o poi le cose sarebbero cambiate. E non in meglio.
Ma non era quello il pensiero più urgente. Gli serviva un lavoro. Qualcosa che riempisse il frigorifero e il posacenere.
Tassinari si svegliò con il mal di testa di chi ha passato la notte a bere senza un buon motivo. Il cuscino era umido di sudore, il lenzuolo attorcigliato attorno alle gambe, la camera avvolta in una penombra soffocante. Si tirò su a fatica, sentendo ogni fibra del suo corpo protestare.
La bocca sapeva di tabacco e alcol, come il fondo di un bicchiere lasciato troppo a lungo sul bancone. Provò a deglutire, ma la gola era impastata. Si strofinò le palpebre, cercando di riordinare i pensieri, ma l’unico ricordo nitido era la voce di Sauro, detto Fiopa, alto e magro come un palo della luce, che rideva sguaiato nel bar dove avevano finito i soldi, la notte e anche un po’ della loro dignità.
La serata con Fiopa si era trascinata ben oltre il limite della decenza. Tassinari ricordava a sprazzi, e quei pochi frammenti che gli tornavano alla mente lo facevano rabbrividire.
Intanto, il telefono taceva. A volte Egidio pensava di non aver pagato le bollette. Sollevava la cornetta, e quel tu-tu-tu sembrava quasi che lo prendesse per il culo. Il mondo si era dimenticato di lui. O forse era lui a essersi dimenticato del mondo.
Ora, con la testa che gli martellava e la bocca secca, Tassinari sapeva una cosa con certezza: ci sarebbe voluto più di un caffè per rimediare ai danni della notte precedente. E forse anche più di una vita per rimediare a quelli degli ultimi anni.
Si girò a guardare la stanza: la giacca lanciata sulla sedia, la camicia sporca e sgualcita giaceva abbandonata sul pavimento, piegata in modo caotico, un colore giallastro e residui di cibo sul davanti. Il letto, disordinato, aveva le coperte stropicciate e un cuscino con la federa rotta che disperdeva piume d’oca in ogni angolo. Poca luce filtrava dalla finestra, lasciando l’angolo più lontano della stanza avvolto nell’ombra. Ruotò la testa. Dolore al collo e ai muscoli del torace. Un cigolio sinistro proveniente dal telaio del letto, gli fece temere di trovarsi a gambe all’aria da un momento all’altro.
Poi il campanello.
Driiin, driiin, driiin...
Un suono secco.
Insistente.
Dolore che ti trapassa il cranio.
Lampi di luce pulsanti nelle tempie.
Un sacchetto di carta afferrato al volo dalla tavola.
Vomito.
Adesso un po’ meglio.
Il garzone che gli portava il giornale. Un ragazzino di forse quindici anni, che ogni mattina lo svegliava nel modo peggiore possibile.
Buttò una sbirciata sul titolo: Eisenhower al vertice con i russi, lo scià di Persia ospite a Londra, mentre alla Mostra del Cinema di Venezia già si parlava di Fellini e del suo nuovo film La dolce vita. Tutte informazioni di cui non gliene fregava un emerito cazzo.
Si sollevò barcollando, cercò una sigaretta nel pacchetto accanto al letto, lo rigirò tra le dita, lo aprì: vuoto.
Bestemmiò a mezza voce.
Si lasciò cadere sulla sedia, con la testa tra le mani, la sensazione e la speranza che avrebbe potuto vomitare ancora da un momento all’altro.
L’eco di quella sera continuava a rimbombargli nel cervello. Troppe chiacchiere inutili, troppe risate forzate, tutto troppo.
E poi con Fiopa finiva sempre così, solo che lui a differenza sua reggeva benissimo l’alcool. E poi, come sempre, un pensiero fisso: sua moglie. Ex moglie, a essere precisi.
Se n’era andata quattro anni prima, perché lui Egidio Tassinari era stato un idiota. Un grandissimo idiota. Se ci fossero state le olimpiadi degli idioti lui avrebbe vinto facilmente con distacco.
Tornò dentro, si sedette di nuovo. Scorse il giornale, rimasto aperto sulla pagina dello spettacolo. Quel Celentano lì che si divincolava come una biscia, gli piaceva.
Il giorno era iniziato, e già gli stava sul cazzo.