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numero collana


Risolvere un delitto di tanto tempo fa è come cercare di risolvere un puzzle guardando l'immagine sulla scatola,
ma con dei pezzi che hanno cambiato forma nel corso del tempo. O forse l'immagine sulla scatola non è mai stata quella giusta.

ottobre 2026

210

978-88-6810-681-2

16,00

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Sinossi

Ad Albareto, frazione di Modena, in pieno luglio viene brutalmente uccisa una bella disegnatrice che lavorava da casa per una startup digitale. Le indagini – affidate al commissario Torrisi – ne svelano subito un profilo umano quanto meno ambiguo: donna esemplare e fedele al marito (più giovane e meno colto di lei, guardiano di notte in una fabbrica) o femme fatale di paese, disponibile alle visite notturne di vari uomini, qualcuno anche molto in vista? Ma proprio quando la pista dell’omicidio passionale sembra prevalere, ecco che l’inchiesta si complica con l’arrivo della sorella della vittima, legata a un tragico passato denso di ombre e di misteri. E mentre altri delitti sconvolgono la vita sonnolenta della piccola comunità, per risolvere il caso Torrisi dovrà scavare con pazienza sotto la patina delle apparenze e del perbenismo e portare alla luce un groviglio di sospetti e paure, tradimenti e passioni, ricomponendo infine le tessere insanguinate di un puzzle perverso, in cui nessuno è quello che sembra.

L'autore

Luigi Guicciardi

Primo capitolo

Martedì 16 luglio. Mattina.
Un sonno pesante, appiccicoso e denso. Un sonno piombigno, come avrebbe detto un suo celebre collega.
Improvviso, uno squillo. Il braccio destro, ripiegato sotto il corpo, non lo sente più. Si rimette in posizione supina e tenta di massaggiarlo per riattivare la circolazione. Lo squillo continua insistente. Lui è ancora sotto l’impressione del sogno. Sospira, dà un’ultima scrollata rabbiosa al braccio destro e si affretta a far tacere la sveglia.
Lo squillo prosegue, penetrante.
Allora capisce. Solleva il ricevitore del telefono e lo squillo tace.


— Commissario Torrisi, mi scusi… sono Lo Giudice.
Mimmo Lo Giudice, sovrintendente; detto il Bello.
— Dimmi.
— C’è stato un omicidio, pare, ad Albareto. In via Fratelli Bersani. Si tratta di una donna, una certa Lucia Lopez…
— Chi l’ha trovata?
— Un vicino di casa, ci ha telefonato lui. Abbiamo preso il nome. — Una pausa. — Ha detto che resta lui davanti a casa, in attesa della polizia. — E poi: — Albareto — ripete, — appena fuori Modena.
— Ho capito, so dov’è. Ci vado subito.
— La chiama lei, la Scientifica?
— Sì, dopo che ho verificato di persona.
Chiude. Adesso è perfettamente sveglio. Lucido. D’istinto, in penombra, tocca il corpo di fianco a sé, temendo che si sia svegliata. Poi ricorda che Anna è via da due giorni, per lavoro, e non tornerà che a fine mese. Sospirando, si veste.
In via dei Tintori, dagli appartamenti vicini, non proviene alcun rumore. Scende le scale in fretta, senza incontrare nessuno.
Fuori, il sole splende implacabile.


È piccola, la frazione di Albareto: a otto chilometri dalla città. C’è una lunga strada omonima che parte dalla Crocetta e porta oltre il paese, verso San Clemente e Bastiglia, e gli esercizi principali si trovano lungo questa: un benzinaio, un meccanico, una drogheria, un forno, un ufficio postale, la farmacia, un bar, la chiesa, due campetti di calcio, la scuola elementare e quella materna, e anche un veterinario.
Ci mette mezz’ora a trovare il posto. Via Fratelli Bersani è una laterale a sinistra di strada Albareto, e la casa che cerca è in angolo con via Dodi. La porta d’ingresso, dietro quella a vetri, è spalancata. Torrisi scende dall’auto, prende il borsello e si avvia alla veranda. Ha appena messo il piede sul primo dei gradini, quando gli va incontro un uomo.
— Lei è della polizia?
— Commissario Torrisi — annuisce. — È lei che ci ha telefonato?
— Sì. Mi chiamo Duilio Zecca, a disposizione…
È un uomo sulla cinquantina, piuttosto basso di statura, vestito di nero: il respiro affannoso, il naso un po’ storto, le pupille sempre in movimento.
— Immagino che lei sia entrato…
— Sì. Sono entrato e l’ho vista. Ma solo per un attimo, mi è bastato… — deglutisce. — L’ho vista subito, non ho toccato niente. So che dite di fare così, lo dicono anche nei film, sa... — abbozza un sorriso, — ci sono stato attento. Ma stavolta è stato ben diverso da un film…
Parla molto, e ha un po’ l’aria di un attore che stia recitando. Ma a Torrisi basta osservarlo pochi secondi per comprendere che sotto quell’apparenza si cela una sorta d’inquietudine, tradita da un tic nervoso: appena quella specie di sorriso gli si spegne sulle labbra, immediatamente lo recupera con uno sforzo.
— Ho capito. — Riflette un attimo. — Signor Zecca, adesso entro da solo. Abbia pazienza, ma le chiedo di restare qui. Tra poco arriveranno i miei colleghi e anche quelli della Scientifica. Lo sa come vanno queste cose, l’avrà letto sui giornali; fotografie, rilevamento delle impronte, analisi e tutto il resto. E fino a quel momento non dev’essere toccato niente. — Si guarda intorno, sta arrivando qualcuno del posto. — Lei mi faccia questa cortesia, mi aspetti qui davanti e non faccia entrare nessuno. Dica pure che c’è stato un delitto, non tema di impressionarli, tanto lo sapranno fra poco. L’importante è che se ne stiano fuori…
Apre il borsello, indossa i copriscarpe azzurri, si infila i guanti di lattice, apre la porta a vetri ed entra in casa. L’ingresso si apre su una stanza che dovrebbe svolgere diverse funzioni: ci sono un tavolo da pranzo con due sedie pieghevoli, un divano e una scrivania ad angolo. Benché sia una mattina calda, la finestra principale è chiusa ermeticamente, e l’aria è molto pesante. Torrisi cerca di respirare con la bocca, e per lo sforzo comincia a pulsargli una vena sopra l’occhio destro. Ma dopo i primi minuti si abitua.
L’interno è abbastanza buio, ma lui non fa fatica a vedere la donna bionda. È supina al centro della stanza, a un paio di metri dalla porta, con gli occhi aperti, un’espressione incredula in faccia e la bocca socchiusa in una parodia di sorriso. Un coagulo di sangue è colato dal labbro inferiore e s’è accumulato nella fossetta del mento.
Torrisi si guarda intorno, prima di avvicinarsi al corpo. Sembra che lì dentro sia passato un uragano. Una sedia pieghevole è rovesciata, una lampada di vetro frantumata contro la parete, la scrivania coricata su un fianco, e alcune riviste sparpagliate nella camera. In un attimo, riconosce una copia di “Vanity Fair”, una di “Focus” e una, più piccola, di “TeleSette”. Un vaso in stile cinese s’è spaccato, mescolando i suoi cocci ai fiori recisi sparsi tutt’intorno. Non c’è traccia di bagnato, per terra, ma il tappeto bianco che copriva una parte del pavimento è tutto appiattito, come se ci avessero pattinato sopra.
Si accosta al cadavere senza toccare niente. C’è sangue, ma non molto. Forse per via di quel rivolo rosso che le fa sembrare la bocca più larga, pare quasi che sorrida. Doveva essere bella, da viva, ma ora il suo volto è tumefatto e graffiato, e il collo piegato in modo innaturale. Lui non è un medico, ma intuisce subito che dev’essere spezzato. Deve esserci stata una lotta furibonda. Lei è in calzoncini e prendisole, che mettono in risalto un fisico attraente; la pelle liscia delle gambe e delle braccia, non molto abbronzata, sembra intatta, tranne una chiazza sul braccio sinistro, come per una stretta violenta.
Torrisi si alza, va a dare un’occhiata sommaria alla stanza vicina, poi al resto dell’appartamento, ma non nota nient’altro in disordine: niente cassetti aperti o segni di furto. Sul ripiano di un mobile vede un’istantanea di lei, la prende e se la mette in tasca. Lo scriverà, nel rapporto. Alla fine chiama col suo smartphone la Scientifica e il medico di turno, li informa ed esce per vedersela con i più curiosi tra i vicini.
Ce ne sono già due o tre, appoggiati alla fiancata di una macchina, con Zecca intento a raccontare come ha scoperto il cadavere. E dato che ha già cominciato, tanto vale che racconti la storia una volta per tutte e ufficialmente.
— Venga qui sulla veranda, signor Zecca!
Lui si scuote, rimane incerto un momento, poi obbedisce, lascia gli amici a malincuore e si avvicina con passo strascicato.
— Com’è che l’ha trovata, allora?
— Ecco, sa... Io abito poco più in là, in via Dell’Acero... — Accenna alla strada che passa davanti alla casa. — Quasi ogni giorno devo andare a prendere qualcosa alla bottega di Grilli... pane, latte, cose così, e oggi, quando sono passato, ho visto questa porta, qui, aperta... — La sua voce, adesso, ha un leggero ansito, come un filo d’asma. — Così ho pensato di fermarmi un momento, per dare un saluto a Denis. E allora l’ho trovata…
La sua voce si spegne in un borbottio, poi tossisce e manda giù la saliva.
— Non è a lavorare, la mattina? — chiede Torrisi.
— Adesso no. Sono in cassa integrazione... — arrossisce. — Sono operaio specializzato — aggiunge.
— Duilio — dice un vicino, tranquillo, — l’auto di Denis non c’è. Si vedono i segni delle gomme vicino a quell’albero, dove la parcheggia sempre. Hai l’abitudine di fermarti a dare un saluto al marito, quando lui non è in casa?
Fa già caldo, anche se è ancora presto, ma Zecca suda più del normale. — No, commissario — ansima, — no di sicuro, ma il fatto è che…
Torrisi lo lascia annaspare per un momento, gli vede oscillare il collo nell’atto di negare, poi, di colpo, l’uomo:
— Be’, fanculo. Tanto lo scoprirebbe subito. Il marito lavora alla Lamborghini, come guardiano di notte. Fa il turno dalle venti alle otto e mezzo del mattino. Di solito arriva a casa solo verso le dieci, perché prima fa colazione. Allora qualche volta mi fermo a parlare con Lucia, mentre vado al negozio... — esita. — Solo parlare, tutto qui. Era una ragazza simpatica, gentile. Ma sono sempre venuto qui in pieno giorno. Non come certi altri.
— A chi altri pensa, signor Zecca?
— A nessuno, in particolare. — Getta un’occhiata agli uomini accanto alla macchina, raggruppati a distanza. Non si sono mossi.
— Tanto vale che lei me lo dica — insiste Torrisi. — Questo è un caso di omicidio, e immagino che non vorrà intralciare la giustizia. E poi, come ha detto anche lei, lo scoprirò comunque.
— Non mi piace parlare dei miei vicini — mormora l’uomo, senza troppa convinzione. — Tuttavia…
— Tuttavia?
— Uno sarebbe proprio Grilli. Il bottegaio — aggiunge.


Arrivano quelli della Scientifica, col medico legale a ruota. Tutte facce nuove, non li ha mai visti prima.
— È una donna, giovane — li accoglie il commissario. — Morte violenta.
— Già identificata?
Annuisce. — Mi aspetto un buon lavoro — si fa da parte. — Come sempre.
— Io invece non mi aspetto niente — dice un tecnico. — Possono esserci capelli e fibre, ma vai a sapere. E poi lei sa che non servono mai a un cazzo. Magari fosse facile come in TV.
Ha ragione, pensa. Le serie televisive hanno offerto un’immagine talmente distorta del lavoro della Scientifica, che a volte anche i poliziotti cadono nella stessa trappola in cui cade il pubblico, quella di credere ai miracoli.
— Guardate se sotto le unghie ci fosse un po’ di sangue che non è suo — raccomanda Torrisi. — Se l’assassino avesse riportato qualche ferita leggera…
Li osserva estrarre dal furgone le borse degli attrezzi e la macchina fotografica, poi entrare con le tute bianche e la mascherina. Lui aspetta fuori che abbiano finito, finché il medico non autorizzerà a portar via il cadavere per l’autopsia.
Passa quasi un’ora.
Esce un altro tecnico, si apre la tuta protettiva, e un segno rosso sulla fronte rivela che fino a un attimo prima ha portato una cuffietta.
Per ultimo appare il medico legale. — Quando sono arrivato — si guarda al polso, — il rigor mortis era già iniziato, per cui l’ora del decesso si può collocare presumibilmente tra le ventidue e le quattro della scorsa notte. Ma come immagina, non posso ancora affermare nulla con certezza. Non ci sono segni evidenti di violenza sessuale. Niente sotto le unghie. La torsione del collo è la causa di morte... — Una pausa. — Ah, sì: le lesioni sulle braccia indicano che ha opposto resistenza.
— Grazie, intanto.
— Si figuri. — E poi: — Almeno non c’è dubbio che il luogo del ritrovamento coincide con quello del delitto.


A Torrisi non resta che chiudere la casa con tutto quel che c’è dentro, in quanto scena del crimine, e mettere i sigilli.
L’autopsia la faranno a Medicina Legale, e per avere i risultati ci vorrà qualche giorno. Ma anche lui è sicuro che la donna non è stata violentata, visto che aveva ancora indosso i suoi vestiti, e gli sembra altrettanto evidente che è morta per la frattura del collo. Quello che conta adesso, come in tutte le indagini, è scoprire al più presto chi è stato, partendo da chi poteva aver avuto un movente per volerla morta, o esser tanto pazzo da ucciderla in un accesso di collera.
Ma non sono certo le uniche ipotesi…
Si riscuote, guarda l’orologio. Le dieci e venti. Stando a quel che ha sentito, il marito, Denis, dovrebbe arrivare da un momento all’altro.
Oh, se ogni essere umano che viene ammazzato almeno non avesse una famiglia, pensa irrazionalmente Torrisi. Sospira, entra in macchina e si prepara ad aspettare.