numero collana
Di sera i portici sembravano ancora più protettivi.
Le luci calde formavano ombre in continuo movimento che inseguivano i passanti accompagnandoli nel loro cammino.
Rientrarono in hotel poco prima di mezzanotte: avevano passato una bella serata, ma all’orizzonte c’erano nuvole nere che promettevano un temporale.
E Patricia odiava i temporali.
ottobre 2026
170
978-8868106881
15,00
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Sinossi
Bologna, una città sospesa tra memoria e futuro. E un'ombra che torna dal passato.
Da 150 anni, la Mutua Salsamentari custodisce una parte della storia più autentica di Bologna, fatta di tradizioni, legami e segreti tramandati nel tempo.
Oggi, mentre la città guarda al futuro attraverso il Centro Meteo Europeo, qualcosa si muove nell'ombra. Vecchi rancori, vendette mai consumate, dolori impossibili da dimenticare e giochi di potere si intrecciano in una trama destinata a lasciare cicatrici profonde.
A Bologna, ancora una volta, una scia di sangue attraversa i portici. Ma questa volta la sua origine è lontana e affonda le radici in una storia che qualcuno avrebbe voluto seppellire per sempre.
Tra le celebrazioni per i 150 anni della Mutua Salsamentari e gli inquietanti retroscena del Centro Meteo Europeo, passato e presente finiscono per scontrarsi. E quando il passato torna a presentare il conto, nessuno può più sottrarsi alle proprie responsabilità.
Nubi nere è un thriller che attraversa una Bologna insolita e affascinante, dove la tradizione incontra la tecnologia, gli affetti si trasformano in ossessioni e ogni scelta può avere un prezzo terribile.
Perché alcune ferite non si rimarginano.
Aspettano soltanto il momento giusto per tornare a sanguinare.
Primo capitolo
Nella grande sala la tensione era al massimo. Tutti gli chef in gara erano intenti a preparare i piatti che avrebbero presentato alla giuria. La sfida si basava su alcuni elementi che stavano diventando protagonisti della ristorazione italiana: preparare dei piatti legati al territorio utilizzando anche quelli che vengono definiti scarti, come bucce, semi e gambi. Una cucina legata alla tradizione, ma che guardava al recupero e alla riduzione degli sprechi.
La giuria era composta da quattro esperti: un blogger enogastronomico, un esperto degustatore di formaggi, il direttore di una rivista di cucina e la chef di un ristorante di cucina vegetale basata essenzialmente sulla trasformazione degli scarti. Ognuno avrebbe giudicato i piatti secondo le sue competenze, decretando il vincitore.
Emma Landi lavorava alla sua postazione con movimenti veloci e sicuri. Suo marito Lorenzo la osservava pronto a intervenire in caso di bisogno.
— Quanto manca? — chiese Emma senza distogliere lo sguardo dalla padella nella quale stavano cuocendo dei funghi.
— Direi mezz’ora. Hanno dato circa dieci minuti per la presentazione e l’assaggio dei giudici. Ancora tre portate, poi tocca a te.
Il piatto che stava preparando era ambizioso. Partiva dalla classica ricetta del vitello tonnato, ma la salsa tonnata veniva sostituita con una crema fatta con bucce di rapa bianca, anacardi fermentati e salsa di soia. I capperi erano presentati in tre consistenze: in polvere, arrostiti e cotti a bassa temperatura. Nell’idea di Emma il piatto doveva ricordare la ricetta originale pur conferendole un tocco innovativo e tecnico.
Rispettando i tempi, dopo circa trenta minuti Emma chiamò i camerieri per il servizio e li seguì in sala. Durante l’assaggio i giudici fecero delle domande per capire meglio l’idea del piatto. Al rientro in cucina riassaggiò la sua preparazione insieme al marito. Per entrambi era buono.
Poco prima di mezzanotte, dopo che tutti i piatti furono presentati, arrivò il verdetto. Il piatto di Emma si era classificato al penultimo posto: una bocciatura totale.
Emma era furiosa per il risultato. — Non hanno capito la ricetta — urlò mentre puliva nervosa la sua postazione. — In quella ricetta c’è il Piemonte, c’è il territorio.
Lorenzo osservava sua moglie cercando di trovare le parole giuste: — Non sei una chef alle prime armi, sai che i piatti possono piacere oppure no, senza che questo vada a inficiare la tua bravura. Prendi spunto da questo risultato per migliorarlo e vedrai che i nostri clienti lo apprezzeranno.
Emma si voltò di scatto per replicare al marito, ma un attimo prima di iniziare a parlare la sua espressione cambiò.
— Hai ragione, devo sapere cosa non è piaciuto del piatto — disse mentre si dirigeva verso la sala.
I quattro giudici stavano concedendo le interviste di rito e commentando i risultati con la stampa.
Emma si fermò davanti a loro e interruppe l’intervista: — Vorrei chiedervi quali erano i difetti del mio piatto.
Si rese conto che la sua voce era uscita stridula e tremante.
Il primo a rispondere fu il blogger Enzo Vita, noto sui social per il suo profilo Enzo e la cucina: — L’idea era buona, ma il risultato deludente. Mancava equilibrio tra gli ingredienti. Inoltre non ho apprezzato i sapori troppo forti.
— Anche io ho trovato il piatto poco equilibrato — disse Franco Nelli, il giudice esperto di formaggi. — Credo che lavorando sul bilanciamento possa diventare un buon piatto, ma stasera c’erano piatti migliori.
Emma si voltò verso l’uomo come si fosse accorta solo in quel momento della sua presenza. Lo colpì con uno schiaffo in pieno volto.
Lorenzo reagì immediatamente e chiuse sua moglie in una presa per bloccarle le braccia. Ma ottenne il risultato opposto: Emma cercava di liberarsi in modo sconclusionato per continuare ad aggredire il giudice che, sorpreso da quel comportamento, era bloccato davanti a lei con la mano destra sulla guancia appena colpita.
I giornalisti, che fino a pochi istanti prima se ne stavano ordinati in circolo, ora si mossero isterici come piranha pronti a mordere la preda. Continuarono a riprendere la scena con telefonini e telecamere.
Lorenzo portò via quasi di peso sua moglie e la riportò nelle cucine. Appena entrati, Emma si appoggiò a un banco da lavoro portandosi le mani sul viso: — Non so cosa mi sia successo, non volevo.
— Non preoccuparti. Adesso andremo a scusarci e la cosa si chiuderà qui. Hai avuto una reazione sbagliata ma metteremo a posto tutto.
Purtroppo però non riuscirono a farlo, perché i giudici andarono via subito dopo l’aggressione.
Emma e Lorenzo rientrarono a Torino stanchi e delusi. Avevano chiesto il numero di telefono del giudice ripromettendosi di chiamarlo per scusarsi il giorno dopo, ma non ne ebbero il tempo. A partire dalle prime ore del mattino, Emma si rese conto che i video della sua scenata erano su tutti i social, postati, commentanti e ricondivisi da tutti in una escalation morbosa che li stava rendendo virali.
Corse in camera da letto e trovò suo marito seduto sul bordo del letto. Il riflesso dello schermo gli illuminava il viso, lo sguardo fisso mentre scorrevano le immagini. Non era difficile immaginare cosa stesse guardando.
Quella che solo poche ore prima era stata una scenata alla quale avevano assistito una ventina di persone si stava trasformando in qualcosa di diverso e pericoloso.
— Come fermiamo la diffusione?
— Non ne ho la minima idea — rispose suo marito.
Durante la mattinata entrambi si resero conto che stavano per affrontare qualcosa a cui non erano preparati. I numeri di visualizzazioni sui social continuavano a crescere, e stavano cambiando anche i toni dei commenti. Non più semplici reazioni, ma vere e proprie offese sui profili del ristorante e anche su quelli personali.
Per il pranzo avevano ricevuto quattro disdette.
Emma scelse di isolarsi davanti ai suoi fornelli e non uscì per il consueto giro dei tavoli a fine servizio. Quando suo marito finì di salutare gli ultimi clienti, gli andò incontro: — Come è andata?
— A parte un paio che mi hanno chiesto cosa fosse successo ieri sera, gli altri mi hanno dato l’impressione che non ne sapessero nulla. Però è arrivata una telefonata di una giornalista che mi ha chiesto una tua dichiarazione sul video.
— E tu cosa hai risposto?
— Che non abbiamo dichiarazioni da fare in questo momento e che si è trattato di un momento di rabbia del quale sei sinceramente dispiaciuta.
Decisero di restare al ristorante fino al servizio serale, ma poco prima delle diciannove metà delle prenotazioni erano state cancellate. A quelle rinunce si aggiunsero dieci persone che non si presentarono senza nemmeno degnarsi di avvisare.
A fine servizio, Lorenzo si posizionò davanti al registratore di cassa e chiuse i conti di giornata: un disastro.
Cercò di ritrovare un’espressione almeno normale prima di entrare in cucina.
Emma era intenta a pulire il tavolo da lavoro. Suo marito si avvicinò e le poggiò una mano sulla spalla: — Vuoi farlo proprio brillare?
Lei alzò lo sguardo mostrando un sorriso finto: — Per quanto abbiamo lavorato stasera, era inutile pulirlo.
Si abbracciarono in silenzio.
— Andiamo, finirai domani.
Uscirono dal retro chiudendo la porta a vetri e la serranda, poi mano nella mano presero la direzione di casa. Mancavano pochi minuti alle ventitré, le strade del centro erano ancora piene di persone. La primavera stava esplodendo.
Entrarono nel loro appartamento accolti dalle fusa di Tiger, che come ogni sera si distese sul pavimento in attesa di ricevere la sua dose di carezze. Emma lo prese in braccio e fece scorrere la sua mano lungo il morbido dorso ricoperto di pelo grigio mentre si dirigeva verso la camera da letto. Un rito che segnava la fine della giornata e di un meritato riposo, ma che adesso era solo il preludio a una notte insonne e piena di incubi.
Il tempo necessario per una doccia ed Emma e Lorenzo si ritrovarono insieme a guardare il soffitto. Il cupo silenzio era interrotto solo dai movimenti di Tiger che cercava di trovare la sua posizione in fondo al letto.
— Buonanotte, amore — disse Lorenzo, consapevole di quanto fosse retorica quella frase.
Quando riaprì gli occhi, era mattino. La luce del sole cercava di trovare spazio attraverso le pieghe delle tende. Lorenzo voltò la testa verso la sua sinistra, e la trovò desolatamente vuota. Posizionò la mano sul cuscino: era freddo.
Andò in salotto. Tiger gli lanciò uno sguardo di sfida mentre si affilava le unghie sul bracciolo del divano. Con un movimento veloce lanciò una delle sue ciabatte per fermarlo, ma il risultato fu il solito: il gatto evitò il colpo e iniziò a fissarlo attento da una posizione che riteneva sicura.
Guardando verso l’entrata, Lorenzo ebbe la conferma che Emma fosse già uscita. Ritornò in camera da letto, prese il cellulare e la chiamò. Tre squilli e poi la sua voce: — Scusami, ma non riuscivo a dormire. Sono venuta al ristorante; tu vai a correre, io ti aspetto qui.
Chiusa la telefonata, Lorenzo si appoggiò con la schiena contro il muro e rimase immobile. Trovò il coraggio di guardare il cellulare, ma si pentì immediatamente, vista la mole di commenti. Cercò di sgombrare la mente dalle nubi scure che avevano avvolto all’improvviso la loro vita e di pensare a una possibile soluzione, ma senza risultato.
Dopo dieci minuti era in strada. Il centro era ancora deserto. Tra poco i turisti avrebbero riempito le viuzze con il loro vociare e le loro macchine fotografiche. Mentre camminava perso nei suoi pensieri, rischiò di essere travolto da un monopattino. Nel movimento maldestro per evitare l’impatto urtò un operatore ecologico che raccoglieva dalla strada i residui della sera passata. Lo sguardo dell’uomo e la successiva imprecazione lo accompagnarono per alcuni minuti.
Arrivato nei pressi del ristorante, vide che davanti all’entrata stazionavano delle persone. Alcune avevano in spalla delle telecamere. Istintivamente toccò la visiera del cappello portandola verso il basso, svoltò in una stradina laterale e bussò alla porta sul retro. Emma gli aprì la porta lanciando lo sguardo oltre le sue spalle: — Cosa è successo?
— Abbiamo ospiti alla porta d’entrata: giornalisti.
Emma istintivamente si voltò verso la sala, come se potesse vedere le persone fuori dal ristorante. — Cosa vogliono?
— Non so se ho voglia di andare a chiederlo.
Un attimo dopo, il suo telefono vibrò. La telefonata non durò più di tre minuti. — Era Roberta, mi ha detto che il video è dappertutto, ci consiglia di chiudere i profili social per evitare di amplificare il problema.
— Lei non può fare nulla?
— È solo una social media manager. Credo che adesso ci serva più un avvocato.
Emma sedette a uno dei tavoli. La finestra alle sue spalle la faceva restare in controluce e mostrava solo i contorni della sua figura minuta. Per un errore, un maledetto errore, si trovavano in quella situazione. Dovevano trovare il modo di rimediare e sperare che il tempo rimettesse al loro posto tutte le tessere del puzzle.
Lorenzo si sedette al suo fianco. — Vedrai che andrà tutto bene. Tra qualche settimana non parleranno più di noi e i clienti ritorneranno. Sei o non sei la migliore chef emergente di Torino?
— Non ti rendi conto di quanto stia diventato virale quel video. È tutta colpa mia. Ho sbagliato e adesso ne pagheremo le conseguenze.
— È virale adesso e lo sarà ancora per qualche tempo. Dobbiamo avere pazienza e aspettare che passi. Hai avuto una reazione sbagliata ma non hai ucciso nessuno.
— Dalle conseguenze non sembra — sibilò Emma.
— Lo sai che i social a volte sono così: si accaniscono su qualcuno nel momento in cui è più vulnerabile. Non puoi pensare di cambiare gli hater che si nascondono dietro una tastiera.
— Non li voglio cambiare, vorrei solo che mi lasciassero in pace.
— Continua a cucinare i tuoi piatti, quella è la miglior cura. Più tardi cercherò un avvocato per capire cosa dobbiamo fare e come ci dovremo comportare. Adesso vai in cucina a preparare, qui ci penso io.
Lorenzo seguì con lo sguardo sua moglie mentre oltrepassava trascinando i passi la porta a vetri che collegava la cucina con la sala. Restò fermo per qualche secondo, poi iniziò ad allestire i tavoli.
Poco prima delle dodici erano pronti per iniziare il servizio, ma non avevano fatto i conti con l’assillante ricerca di notizie da parte dei giornalisti che, appostati all’esterno del ristorante, facevano domande ai pochi avventori che avevano deciso di entrare. Arrivarono numerose telefonate di blogger che richiedevano interviste e di sconosciuti che vomitavano il loro livore nei confronti di Emma.
Nonostante la situazione, i piatti che arrivarono ai tavoli furono molto apprezzati dai clienti. Questo aumentava la rabbia di entrambi, consapevoli delle proprie capacità.
Alle quindici lasciarono il ristorante uscendo dalla porta del magazzino. Nessuno li vide dirigersi verso il fiume.
— Vedrai che passato questo periodo ritorneremo a divertirci e a fare quello che ci piace — disse Lorenzo. — A proposito di cosa ci piace, sai cosa facciamo adesso? Andiamo a prendere un gelato ai Murazzi, ci sediamo nel chiosco di Gemma e ci godiamo un po’ di sole.
Emma seguì suo marito controvoglia. Percorsero le strade interne poco affollate tenendosi per mano. Occhiate sfuggevoli alle vetrine piene di colori in vista della bella stagione. Durante il percorso incrociarono un gruppo di turisti che arrivava dalla Mole e si dirigeva verso Palazzo Madama. — Li facciamo venire a ristorante stasera? — disse ridendo Lorenzo.
— Sarebbe una bella idea, a patto che non abbiano Facebook e Instagram — rispose con indolenza sua moglie.
Il loro confronto fu interrotto dalla suoneria del telefono di Emma. Lei prese il cellulare dalla borsa. Quando vide sul display il nome della responsabile degli eventi del Museo Egizio indirizzò lo schermo il verso suo marito.
Lorenzo non poteva sentire la voce della dirigente, ma prestò tutta la sua attenzione alle risposte di sua moglie che cercava di giustificare gli ultimi accadimenti. — Guardi che è stato un errore. Vedrà, nel giro di qualche giorno la cosa si sgonfierà e non ci saranno problemi.
Qualche secondo di silenzio poi ritornò a parlare: — Perché non ci vediamo? Io e mio marito possiamo venire in ufficio da lei per trovare la soluzione migliore. Non buttiamo via il lavoro di questi ultimi sei mesi.
Ancora dei lunghissimi secondi di silenzio poi la telefonata fu interrotta.
— Il Museo Egizio ha deciso di non proseguire con la collaborazione — disse Emma con gli occhi lucidi. — Il direttore in persona ha chiesto di bloccare tutto.
A quel progetto stavano lavorando da mesi. L’apertura di un ristorante all’interno del Museo Egizio con un menù esclusivo per proporre ai visitatori la cucina piemontese. Adesso tutto era andato in fumo. In poche ore tutti i loro sogni stavano precipitando come un sasso lanciato in acqua. L’incredulità superava la rabbia.
Lorenzo si avvicinò e la strinse in un abbraccio che sperava potesse essere consolatorio. La sentì singhiozzare mentre nascondeva il viso sopra la sua spalla. Erano in pieno centro a Torino, donne e uomini passavano veloci senza nemmeno immaginare il dramma che si stava consumando in quell’abbraccio.
— Andiamo a casa — disse Lorenzo. — Chiamiamo subito l’avvocato, dobbiamo tutelarci in qualche modo.
— Speri che si fermeranno? Io non credo. Sono come degli sciacalli, sentono l’odore del sangue e non si fanno scrupoli su quali possano essere le conseguenze — rispose Emma quasi urlando.
Per alcuni minuti camminarono in completo silenzio, persi nella loro angoscia. Le auto sfrecciavano lungo la strada investendo d’aria quelle due figure che avanzavano avvolte in una bolla di dolore. All’altezza di Corso Cairoli, Emma si sedette sui gradini che dalla strada portavano al livello del Po. Sembrava svuotata. — Ho bisogno di fermarmi un attimo.
Lorenzo guardò in giro per trovare un bar dove acquistare una bottiglietta d’acqua, ma si rese conto che dovevano spostarsi per trovarne uno. Si voltò per aiutare sua moglie a riprendere il cammino verso casa.
Lanciò un grido agghiacciante: — Emma, no!!!
Sua moglie era in piedi sul bordo del Murazzo.
Lo guardava.
Gli sorrise un attimo prima di lanciarsi nel vuoto.