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numero collana


Uno scheletro che riaffiora dal passato. Un industriale ucciso a colpi di pistola. Un gruppo di amici che hanno molto da ricordare. E da nascondere.

2020

315

978-88-6810-384-2

15,00

Si


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Sinossi

Durante i lavori di demolizione di un vecchio edificio a Modena, si rinviene uno scheletro, che l'antropologo forense attribuisce a una ragazza tra i diciotto e i ventidue anni. Le indagini per identificarla vengono affidate al commissario Cataldo che, scavando nel passato, apprende di una compagnia di bikers che si riunivano in quel luogo, ma deve interrompere le ricerche pochi giorni dopo, quando viene assassinato il proprietario della Delta, l'azienda farmaceutica più nota in città. La nuova inchiesta proietta ora Cataldo nel mondo della ricca borghesia, in una doppia direzione professionale e privata: se la concorrenza industriale, il licenziamento di un sindacalista e le minacce degli animalisti sono piste da seguire, non va trascurata neppure quella di una relazione segreta dell'uomo con una donna a tutti ignota. E mentre nuovi colpi di scena si susseguono, e altro sangue viene versato, alla fine lo scheletro è identificato in quello di una liceale scomparsa nel nulla nove anni prima, subito dopo l'esame di maturità. Cataldo allora capisce che la soluzione è da ricercare in un drammatico intreccio tra passato e presente, tra la casa farmaceutica di oggi e i compagni di scuola di ieri, ma dovrà agire in fretta, sempre più in fretta, perché nell'ombra della sua insospettabilità l'assassino è pronto a colpire ancora...

L'autore

Primo capitolo

PROLOGO

Tento di muovermi e mi sfugge un lamento. Il dolore mi azzanna la gola. Ricado in avanti, col fiato mozzo, sull’orlo del panico.
Il dolore si attenua, si stabilizza, fino a battere al ritmo delle arterie. Lentamente, cautamente, mi tocco con le dita il collo, sfioro la camicia insanguinata, cerco la ferita. Mi blocco all’altezza del pomo d’Adamo. Ricordo il coltello.
Sento un leggero rumore. Come di passi. Non lontani, forse sul pianerottolo. Non ce la faccio a localizzarli. E neanche a identificarli. In ogni caso è qualcosa di vivo, e non sono i soccorsi. Troppo silenzio, niente sirene, niente sbattere di portiere. Pericoloso? Non so nemmeno questo. In realtà, me ne frego. Oltretutto, il rumore si allontana, svanisce con i battiti del cuore. Diastole, sistole, e io che mi dissanguo a ogni contrazione.
Cerco di rammentare. Lei ha suonato, si è presentata. Sembrava normale, tranquilla; senza nessuna fretta. Non ricordo che cosa le ho detto, ma l’ho fatta entrare. Poi le ho girato le spalle e ho preso un coltello dal cassetto. Logico, sì, che fosse venuta a vendicarsi. Dopo nove anni. Chissà, però, come avrà fatto a capire. Che ero stato proprio io.
L’ho guardata bene. Una vecchia, solo questo. Che la vita aveva già ucciso, prima che venisse qui, prima che mi trovasse. Morta per colpa mia. Ma adesso cosa cercava da me? Quello che è stato è stato, le ho detto. Voleva che confessassi? Che andassi alla polizia? E a cosa sarebbe servito? A ridarle sua figlia? I morti non tornano in vita, nessuno torna indietro. Mai. Non so perché ho cominciato a parlarle. A dirglielo. E ho messo giù il coltello. Non ne avevo poi così bisogno, per ucciderla. Prima volevo parlarle, sì. Spiegarle. Ma anche lei l’aveva, un coltello. Dentro quella cazzo di borsetta. Non ci ho pensato affatto. Mi sono avvicinato e ho visto la lama all’ultimo istante. Troppo tardi.
Sono svenuto, probabilmente.
Ho perso molto sangue? La mia voce... Le corde vocali sono state raggiunte? Come faccio a saperlo? Ci vorrebbe un medico, sì... ma in fretta. Subito.
Un sussulto mi strappa un altro lamento. Ho un principio di nausea, la gola mi brucia, sento una contrazione violenta, dolorosa. E lei dov’è? L’ho uccisa? È fuggita? Non lo so. Vicino a me non odo alcun rumore. Non so se sia meglio restare immobile o tentare di alzarmi in piedi e trascinarmi fino alla porta. So che la ferita mi fa sempre più male e che comincio ad aver freddo. So anche che non devo perdere i sensi un’altra volta.
Mi tornano alla mente delle immagini. Immagini che sembrano vecchie di anni, ma che hanno solo poche settimane. E un’altra, invece, di nove anni fa. La più nitida di tutte. Lei che torna a casa a piedi da sola. La mia macchina che si ferma, il finestrino che si abbassa, la mia voce che la chiama.
E la casa, quella casa. Alla fine.