numero collana
Cercate le risposte difficili, che quelle facili sanno darle tutti. Non è necessario che veniate a trovarmi al cimitero. Non sto là. Sto altrove, e devo dire che sto benone. Sto da Dio.
2020
230
978-88-6810-393-4
14,00
Si
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Sinossi
Il maresciallo Luccarelli si è finalmente preso un paio di giorni di ferie. Si rilasserà partecipando ad Artolè, una festa sull’Appennino bolognese: arte, buon cibo, musica nel paesino di Tolè. Ma i criminali non vanno in ferie, e il mattino dopo il carabiniere si ritroverà di fronte a un cadavere trafitto da un pugnale.
Unico indizio: un elenco di numeri di telefono sul comodino della vittima.
Se solo le opere d’arte che riempiono le strade di Tolè potessero raccontare quello che hanno visto...
Primo capitolo
Da “Le mie favolose favole” di Leonardo Stasi
Lo zio di Celestina
C’era una volta Celestina, la figlia minore di una famiglia di maniscalchi. Il padre si prendeva cura di ferrare i cavalli del borgo sin da quando era piccolo, aveva ereditato questo mestiere e a sua volta contava di trasmetterlo ai figli.
Era sera e si stavano riposando, dopo cena, vicino alla fioca luce di una brace ardente, quando Celestina chiese al padre come facevano a camminare i cavalli prima che l’uomo ferrasse i loro piedi. Il maniscalco le spiegò che i cavalli che vivevano allo stato brado non avevano bisogno di ferri, perché i loro zoccoli si indurivano camminando su tanti diversi terreni accidentati, mentre i cavalli domestici si muovevano solo su strade battute. La figlia lo ascoltò attenta, ma fece notare che secondo lo zio i ferri erano necessari perché i cavalli addomesticati erano costretti a trascinare pesi eccessivi, mentre invece i cavalli liberi potevano galoppare leggeri. Per quello lui non voleva fare il maniscalco. Poi Celestina domandò come facevano le mucche a muoversi prima che i fattori le mungessero. Esplodevano di latte? Il maniscalco spiegò alla piccola che le mucche avevano il latte solo quando c’era un piccolo vitello, che succhiava il loro latte, per il resto dell’anno non c’era bisogno che nessuno le mungesse. La piccola obiettò che secondo lo zio le mucche della fattoria erano sempre incinte perché gli uomini avevano bisogno di rubare loro il latte. Per quello lui non voleva fare il fattore. Infine la bambina domandò come facevano i maiali a crescere senza qualcuno che li nutrisse, visto che erano animali così poco prestanti. Il padre le rispose che crescevano come crescono i cinghiali e gli altri animali selvatici, cercando il cibo giorno per giorno e morendo di fame se non si davano da fare per trovarne. Ancora una volta la piccola replicò che secondo lo zio i maiali erano così lenti e impacciati proprio perché venivano ingozzati e fatti muovere poco per ingrassare ed essere poi macellati. Per questo lui non voleva fare il macellaio.
Il maniscalco si alzò lentamente. Prese per mano la figlia, le indicò la fattoria vicino a casa loro dove a quell’ora dormivano beatamente mucche, cavalli, maiali, galline, e tutti gli altri animali addomesticati. Poi le mostrò invece la radura che conduceva alla foresta, dove non si sentiva volare una mosca. Vedi, figlia mia, le disse, laggiù nel bosco ci sono tanti animali selvatici. È vero, vivono in libertà, fino al giorno in cui un lupo, un rapace o un’altra bestia feroce non li sbrana, o qualche erbaccia che non avrebbero dovuto mangiare non li avvelena. Il loro sonno non è mai un sonno tranquillo. La libertà esige un prezzo alto da pagare. Ci sono specie animali che vi hanno rinunciato, come quelli del fattore, e altre che invece la perseguono ancora.
E poi ci sono i lupi come tuo zio che mangiano e basta. Di questo tuttavia non dovremo preoccuparci più. Visto che non vuole far soffrire gli animali, io rispetto la sua scelta e l’ammiro. Da domani andrà a lavorare al vecchio mulino.
Speriamo che non lo impressioni troppo anche macinare dei semi di grano.
1
Agosto 2014
La mattina del giorno in cui sono morta mi sono svegliata sorridendo, canticchiando una vecchia canzone di cui non ricordavo nemmeno più le parole. Dopo due giornate di orizzonte plumbeo e pioggia, il cielo era finalmente sgombro e un raggio di sole faceva capolino sul mio adorato paesino. Mi ero alzata presto, avevo aperto gli scuri con le mani tremanti, avvertendo un leggero batticuore mentre l’odore del caffè si diffondeva in cucina. Ero curiosa di percepire cosa ne sarebbe stato della festa di Artolè, la manifestazione alla quale anch’io avevo dato il mio contributo insieme a tanti altri paesani. Se adesso penso che mi ero rammaricata di non aver dormito di più!
Al contrario, sono proprio lieta di essermene andata dopo una giornata così lunga e intensa. Porto con me una borsa di ricordi felici decisamente più pesante. Affrontare il viaggio con un bagaglio così ricco sarà meno malinconico. Sebbene la giornata non sia stata altrettanto serena per tutti. Non per colpa mia, sapete. Siamo come pigne appese al ramo di un pino maestoso che nemmeno si accorgono quando le altre pigne cadono. Di tutto ciò posso rendermene conto solo adesso, guardandomi distrattamente indietro, visto che, come potete immaginare, ho decisamente di meglio a cui pensare.
Aveva voglia di starsene in salotto in mutande con il condizionatore acceso al massimo, aveva voglia di latte di mandorla ghiacciato sul tavolo e di una vaschetta di gelato appoggiata arrendevolmente sulle ginocchia, aveva voglia di afa, di occhiali da sole e canottiera, aveva voglia di sudare, aveva voglia di tutto ciò quella maledetta estate gli aveva negato.
Visto che era agosto si ostinava a dormire con il pigiama estivo, così, per darsi un tono, ma considerato che era l’agosto più freddo che ricordasse, al risveglio si era coperto indossando una felpa.
Si era svegliato tardi, e si muoveva con l’indolenza un po’ ovattata di chi non è abituato a dormire tanto. Ne aveva bisogno, dopo il periodo intenso che aveva attraversato. Cercò il cellulare. Aveva disattivato le suonerie. Due chiamate non risposte.
Una era di Leo, il suo amico di infanzia, che gli aveva lasciato un messaggio in segreteria sollecitando una risposta immediata. L’altra di Simona, una ragazza che aveva conosciuto tempo prima in occasione di una sagra estiva. Ovviamente richiamò Simona.
Lo invitava per il 24 agosto a partecipare ad Artolé, una manifestazione culturale che avrebbe avuto luogo nel borgo di Tolè, un grazioso villaggio appenninico noto per le sue acque di sorgente, le passeggiate nei boschi e l’arredo urbano fatto di sculture e quadri donati dagli artisti negli anni. Diede un’occhiata al calendario. Aveva diritto anche lui a qualche giorno di ferie. Di più, si sarebbe concesso addirittura il lusso di soggiornare in albergo, che faceva tanto vacanza, anche se il villaggio distava meno di un’ora da casa sua. Riagganciò, rassicurando la ragazza della sua presenza. Ragazza, poi. Giovane donna. Donna. Insomma doveva avere ormai la sua età, quarant’anni o giù di lì, era una bella donna attiva, e single.
Come lui.
Di più non sapeva, e non aveva intenzione di indagare, perché sapeva bene che i quarantenni scapoli nascondono cicatrici che non è il caso di riportare alla luce.
Rinfrancato dall’idea di un weekend di vacanza, seppure a poche decine di chilometri dalla sua caserma, si decise ad affrontare la seconda chiamata.
— Pronto Leo, mi hai cercato? Sì, te l’ho già detto, questa estate non riesco a scendere. Forse più avanti, a settembre. Lo sai che non dipende da me e sì, la Benemerita potrà sopravvivere anche senza i sacrifici del maresciallo Luccarelli. Come, il prossimo weekend? Mi dispiace non ci sono. Sì, sono fuori. No, ma guarda non è il caso.
Quella voglia di caldo era legata - oltre al fatto che sull’Appennino bolognese quell’anno la primavera e l’autunno si erano date il cambio saltando agevolmente la bella stagione - anche al fatto che il maresciallo dei carabinieri Antonio Luccarelli nel corso del 2014 non era riuscito a trascorrere le consuete ferie estive in Puglia.
Niente mare, niente sapore di salsedine, niente creme solari, niente passeggiate sulla battigia. Niente ragazza stesa al sole da sbirciare fingendo di scrutare l’orizzonte. Solo tanto lavoro e tanti temporali tra quelle vallate, arrampicandosi con impermeabile e scarponi su per quei crinali in cui lavorava ormai da parecchi anni, senza sapersi rassegnare alla polenta col cinghiale e al risotto coi funghi che gli procuravano acidità di stomaco.
Se il maresciallo non va in Puglia, allora la Puglia va dal maresciallo, aveva sentenziato il suo amico Leo al telefono, annunciando la sua decisione di andarlo a trovare con tutta la famiglia per qualche giorno.
Non l’avrebbero trovato nella sua caserma perché in ferie? Tanto meglio: l’avrebbero seguito.
Avrebbero soggiornato tutti a Tolè.
Il maresciallo accese lo stereo, avvertiva il bisogno impellente di un po’ di musica.