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numero collana


Autori e racconti

Marzia Accardo  Sotto questo grande albero
Andrea Albertazzi  Delitto imperfetto
Graziano Aldrovandi Questi posti davanti al mare
Silvia Angelini  Una materia obsoleta
Franco Bellandi  Coma profondo
Rigel Bellombra  Gli estranei
Daniele Bergonzoni  Il curioso caso dell'elfo nel cassonetto
Marco Bertoli  Morte di uno scultore
Cristina Biolcati  Il club delle bambinaie redivive
Pasquale Braschi  Il testamento
Lucia Cabella  Una notte all'acquario
Osvaldo Cai  Giustizia per Lola
Mirco Camarin  Food Truck
Emanuele Cavarra  La reliquia
Miriam Cervellin  Gnanc'un plissè
Alessandro Conforti  Saluti a colazione
Andrea D'Amico  La madre piagnona
Silvia Favaretto  Simbiosi
Paolo Forni  Una notte veramente speciale
Pietro Furlotti  Glielo diremo noi
Alberto Garavello  La notte bianca
Barbara Ghedini  Il pozzo delle vedove
Stefano Giusti  La calda estate dell'82
Margherita Gobbi  Una giovane “detective” lungo la via Emilia
Stefania Grillini  Delitti nell'età del bronzo
Andrea La Rovere  Il giorno fortunato
Giovanna Maccari  La bohème
Andrea Mariani  Non lasciare la vendetta a Dio
Roberto Masini  Fumo negli occhi
Laura Mazzucato  Tre civette sul comò
Irene Montanari  Quel peso nell'anima
Bianca Nocentini  La donna nel dipinto
Vito Norcia  Regium Lepidum
Francesca Panzacchi & Vito Introna  Efferata vendetta
Mike Papa  Dov'è Maria?
Alessandro Parolini  Il rifugio
Monica Pedretti  Il primo lunedì
Franco Porchetti  Il caso Buscaglia
Federica Porrati  The White Lady
Vito Quagliara  Il passato non perdona
Roberto Rapastella  Il pranzo memorabile
Donato Ruggiero  Anomalia olfattiva
Francesca Santi  Una domenica
Nicolina Scalzo  Non riesco a smettere di amarti
Patrizia Scialoni  Alice
Ignazio Semilia  Chi sbaglia paga
Fabio Simiani  L'ora del giudizio
Dario Snaidero  Falsi omicidi
Ellery Sueen  L'odore cattivo del diavolo
Liliana Tuozzo  L'ombra del male
Federico Verducci  L'uomo nero
Iryna Volynets  La pensione non permette i vizi

2021

450

978-88-6810-453-5

18,00

Si


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Sinossi

Tutti i racconti finalisti della terza edizione di GialloFestival.

52 racconti di altrettanti autori italiani.

L'autore

Primo capitolo

IL PRIMO LUNEDÌ
Monica Pedretti

La bambina vorrebbe uscire, ma ogni tentativo la strozza, fermandole il respiro. Qualcuno, qualcosa spinge, lei riprova, fuori c’è la vita, ma la gola si chiude, il respiro si ferma. Il cuore batte più forte. Il rifugio in cui ha trascorso quei mesi le è sempre apparso precario, pervaso di mancanza. Lo spazio occupato dall’ansia. Non vedeva l’ora di andarsene e di sperimentare quel mondo di cui finora ha avuto una percezione intangibile. Dall’anfratto da cui sta cercando di uscire entra altra ansia. L’area è sempre più ristretta e quell’angoscia la opprime. Di nuovo una spinta. Un altro tentativo le mozza di nuovo il respiro. Finalmente qualcuno le libera la gola da quella corda che toglie il fiato. Trova la strada, liberandosi dall’oppressione claustrofobica di quella casa ormai invasa da angosce che l’asfissiano quanto quel cordiglio da cui l’hanno sprigionata. I polmoni sono finalmente liberi di prendere aria. Vita. Piange, lacrime di un sollievo che, ancora non sa, è prematuro.
Le emozioni negative l’hanno seguita nella nuova dimora. Occhi inquieti la spiano senza tregua.
— Quanto è brutta! — C’è disprezzo, in quella voce. La bambina ha fame. La fatica e la mancanza d’aria le hanno sottratto le energie, non ha la forza per nutrirsi di quel latte condito di angoscia. La notte trascorre insonne. L’ansia degli occhi che la spiano si trasforma in un panico pieno di parole che non conosce. “Incubatrice”. Quel suono la spaventa.
La nuova casa è fredda. A dispetto dell’apprensione, l’utero caldo e le braccia che l’hanno accolta all’uscita erano più rassicuranti di questa scatola gelida dove il tempo è scandito da rumori sempre uguali. Non ha più fame, ma la privazione del calore dei corpi le induce un’inedia mai provata.
Inizia così, sola, in quel lunedì di marzo, la prima lotta per la vita.

Trent’anni dopo
— Non hai aperto bocca. Ti è piaciuto?
— Molto. Bello e terribile. Merita i premi che ha vinto. Cosa ne pensi?
— Concordo con te. Però non mi ha fatto impazzire Brad Pitt. Non mi pare abbia tutto ‘sto talento. A te invece immagino sia piaciuto.
Clara accende una sigaretta, incurante della disapprovazione di Enrico.
— Insomma. La recitazione lascia un po’ a desiderare. E non riesco a vederne la bellezza. Preferisco Kevin Spacey. L’avvenenza non è fatta solo di perfezione dei lineamenti.
— Ecco perché ti piaccio io. Perché sono brutto.
Clara si irrigidisce quando Enrico le posa il braccio sulle spalle. L’uomo sospira, sa che lei detesta i gesti intimi in pubblico, ma non riesce a trattenersi.
— Macché brutto, sei un uomo affascinante. In cerca di complimenti.
— Ora che hai finito di inquinarti le vie respiratorie, vuoi salire da me? Beviamo qualcosa, poi ti accompagno a casa.
— Volentieri. Mi prepari un Cuba Libre? Mi fermo poco, domani è lunedì. — Guarda l’orologio che segna le ventitré. — Anzi, è già iniziato da un po’ il quasi lunedì. L’ottavo giorno della settimana.
Camminano nel silenzio delle strade di periferia, in una tiepida sera di maggio. Sono poche centinaia di metri. Clara procede sicura sui tacchi che slanciano le belle gambe svelate dalla minigonna. I capelli castani le cadono sulla schiena. Neppure l’oscurità nasconde la solita inquietudine degli occhi azzurri. Enrico estrae le chiavi. Apre, si dirige distratto verso l’ascensore.
— Io salgo a piedi. Ci vediamo di sopra.
Enrico la segue.
— Scusami, ero distratto. Salgo le scale con te.
— Non importa, non voglio obbligarti a fare quattro piani a piedi. È un problema mio.
— Mi farà bene, sto per mettere la pancia, poi potresti preferirmi Brad Pitt. Hai tutta la mia ammirazione, quattro piani di scale con i tacchi.
Dietro la porta li aspetta Tigre miagolando. Clara lo prende in braccio, sono amici. Enrico mette le crocchette nella ciotola, poi prepara i cocktail. I due giovani si abbracciano, scambiandosi baci appassionati. Clara si ritrae.
— Non è che non ne ho voglia, è solo tardi.
— Lo so, non voglio fare niente, solo stringerti. Ti amo, lo sai.
— Mi piaci, ti voglio bene, ti desidero. L’amore è l’infinito declinato ai barboncini.
— E Celine era un cinico fascista. Scrittore straordinario, ma pessima persona.
— Lo so. Ma anch’io sono ben poco stimabile.
Ernico accende lo stereo, la voce di Billy Holiday si diffonde nella stanza. Bevono il Cuba Libre discutendo del film. Clara guarda l’orologio.
— È mezzanotte. Il lunedì ha inizio, vado a casa.
— Ti accompagno all’auto.
— Non importa, vado sola. Sono adulta.
Enrico sa che è inutile discutere. Stima l’autonomia della donna che vorrebbe come compagna, è uno dei pochi a cui consente di intravedere la tenerezza nascosta dai modi bruschi. Sono amici, amanti da un anno. Ma guai parlare d’amore. O offrire protezione.

La strada è deserta. Cerca le chiavi nella borsa, maledicendo il disordine. Mentre le estrae, le cadono a terra. Si china a raccoglierle imprecando. È un attimo. Due braccia l’afferrano. Qualcuno le stringe la gola, la spinge verso l’auto, col viso appoggiato al finestrino. Cerca di divincolarsi, ma la stretta la soffoca. Sa di dover reagire, ma le manca il fiato. Il terrore prende il sopravvento. Le mani abbandonano la gola, una afferra i capelli e la tira indietro. L’altra le palpa il seno, poi scende sotto la gonna. Orrore, sgomento, schifo. Di nuovo quella stretta al collo, come un cordone. Non può urlare. L’uomo ha aperto i pantaloni, sente il pene tra le cosce. Prova a strattonarlo, ma il cordone sulla gola si chiude di nuovo. Un rumore di passi. L’aggressore la getta a terra e fugge nella notte. Un uomo e una donna si chinano su di lei, si accertano che stia bene. Non distingue le parole, pensa solo “sono salva.” Piange. Sollievo. Le sirene. Un’ambulanza. La polizia. Ora può lasciarsi andare, cercare l’oblio nel buio.

Le hanno medicato le ferite ed è sola, nel letto del pronto soccorso. Quella solitudine le evoca emozioni a cui non sa dare un nome. L’angoscia ha seguito il terrore. È freddo e quel rumore che la tormenta è solo nella sua testa. Non dorme. Ha fame. Ma non riesce a mangiare.

— Signorina, sono il tenente Balducci. Come si sente? Vuole raccontare cosa è successo?
Clara apre gli occhi, la gola le fa male. Deglutisce a fatica. I capelli strattonati le fanno male. Lo schifo è ancora tra le sue cosce.
— Mi sono cadute le chiavi, mentre mi chinavo per raccoglierle sono stata aggredita. Non ho visto niente. Mi stringeva la gola, ha cercato di violentarmi.
— Non si è accorta di essere seguita?
Una frase che suona come un’accusa.
— Seguita? No. La strada era deserta.
— Non è prudente per una donna andare a piedi sola di notte. Dove stava andando? Da dove veniva?
Clara è stupefatta. Un interrogatorio in piena regola.
— Stavo andando a casa, dopo essere stata al cinema con un amico. Abita qui vicino, ho bevuto qualcosa a casa sua. Poi sono venuta a riprendere l’auto. Ma che importanza ha?
— Sono io che mi occupo delle indagini. Io faccio le domande. — Indica la sedia. — Sono quelli gli abiti che indossava? Deve capire che una bella donna con una gonna così corta è un’esca per i malintenzionati.
Clara scende dal letto indignata.
— Se ne vada. Sono stata aggredita. Sono la vittima, non la colpevole.
Il tenente si alza.
— Per fortuna non è successo niente. Sia più prudente in futuro. L’aspetto in caserma per la denuncia, anche se non so a cosa serva.

La madre entra, la guarda con terrore mettendo le mani sopra alla testa e gridando “oddio”. Clara temeva quel momento, sapeva che sarebbe toccato a lei, come sempre, confortare la mamma.
— Non fare così, non è niente, sto bene, ho solo qualche livido. Non mi hai portato dei vestiti?
Clara si divincola dall’abbraccio della mamma, che singhiozza in modo teatrale, eccessiva come sempre.
— Non me li hai chiesti. Poi io non ho vestiti tuoi, dal momento che hai deciso di vivere per conto tuo.
Astiosa. Quella scelta è costata a Clara una valanga di sensi di colpa e un principio di gastrite. Il prezzo dell’indipendenza.
— Andava bene qualcosa di tuo, ma non importa. Metterò i miei anche se sono sporchi e laceri. Mi vesto e andiamo.
Clara indossa in fretta gli abiti della sera prima, respingendo i conati di vomito. Ogni movimento le provoca dolore. Trattiene le lacrime, per non scatenare una crisi emotiva della madre.
— Vieni da noi qualche giorno.
— No, voglio andare a casa mia. Devo lavarmi, cambiarmi e dormire nel mio letto. Stare in silenzio. Verrò nei prossimi giorni.
— Domenica festeggiamo il compleanno di tuo padre.
Ci sarò. Il mondo può cadere, tua figlia può stare male, ma guai se non presenzia a una festa di famiglia. Chissà che penserebbe la gente.

— Perché non mi hai fatto chiamare? Abito a due passi. Sarei venuto in ospedale con te. Avrei parlato io con il tenente. Un imbecille maschilista e retrogrado. Da denunciare ai superiori.
Clara si alza a fatica dal divano, il dolore aumenta col passare delle ore. In cucina, apre lo sportello del mobile in cui tiene i pochi farmaci e prende un antidolorifico.
— Ma figurati, a cosa servirà mai? Prima di tutto è la mia parola contro la sua, niente testimoni. Poi non credere che i capi la pensino in modo diverso.
— Quindi non sporgerai denuncia? — il tono è stupito e indignato.
— Per sentirmi chiedere cosa ci facevo fuori a quell’ora vestita in quel modo? A che servirebbe?
— A intensificare i controlli serali nella zona. Potresti non essere la prima vittima di questo delinquente. La tua denuncia aiuterebbe altre donne.
— Figurati se si muovono per una tentata violenza sessuale. Non ci vado, in caserma. Ho solo bisogno di stare in casa a leccarmi le ferite. Sola.
Clara si alza, è un commiato. Enrico afferra la giacca, arrabbiato e ferito, le gira le spalle e si dirige verso la porta senza salutarla.

L’ascensore non si apre. Batte i pugni sulla porta fino a farli sanguinare. Manca l’aria. Quando è entrata? Non lo ricorda. Grida per farsi sentire, sudata e atterrita. Le urla che la svegliano sono le sue. È nel suo letto, in un bagno di sudore che odora di terrore. Accende la luce, apre la finestra. Questa notte, l’ascensore. Prima una grotta, il bagno di un autogrill, una stanza senza finestre. Incubi senza tregua che le impediscono di riaddormentarsi. In soggiorno, apre il televisore, qualunque cosa, anche una televendita. Un vecchio film in bianco e nero è un sollievo. Accende una sigaretta. Domani, anzi oggi, parteciperà alla festa di compleanno del padre. Userà il correttore per eliminare i segni dell’inquietudine che la perseguita e le toglie il sonno.

— Tua mamma mi ha detto che sei stata aggredita. Per fortuna non è successo niente, anche se quei lividi che cerchi di nascondere con il trucco sono proprio brutti. Come ti conci, la minigonna, vai in giro di notte, sembra che te la cerchi, eh?
Ipocrita e stronza. La sorella di suo padre. Suo marito ha più corna che capelli, ma quel che conta sono le apparenze. “Mai vista una bambina così brutta”. L’ha salutata così alla nascita. Certo, sua madre avrebbe potuto fare a meno di raccontarglielo, ma non sarebbe servito a celare l’astio immotivato che trapela da ogni parola e ogni gesto.
— Hai ragione. Dovrei incontrarmi di nascosto con un amante clandestino come faceva l’ex morosa di tuo figlio. Se non ricordo male, l’avete scoperto perché una notte i suoi genitori vi hanno telefonato non vedendola rientrare. Ma non potrò mai essere una brava ragazza come lei.
La zia si irrigidisce. Guarda la nipote con odio.
— Brutta e puttana. Questo sei.
— Quando la smetterai di dare via del tuo?
Clara, tremante, trattiene le lacrime, gira le spalle e si unisce al circolo dei cugini. È un giorno di festa.

Ancora un incubo e un risveglio vestito di terrore bagnato di sudore malato. Un peso sul petto, i battiti accelerati. Le manca l’aria, tossisce. Una crisi asmatica. Ne ha sofferto da bambina, dopo la broncopolmonite, ma era guarita da anni. Si alza, come in trance. Nel cassetto del comodino dove conserva i doni e ricordi, estrae un bisturi, regalo di Enrico. Sottratto alla sorella chirurgo, una delle ironie di cui è piena la loro relazione. — La tua lingua è più tagliente e precisa del bisturi di Anna.
Esce nella notte alla ricerca di una farmacia di turno, le serve il Ventolin.

Clara gira la testa sentendo i passi dietro sé. Dopo l’aggressione, si è affinato l’udito. L’istinto di sopravvivenza. La tensione si trasforma in sollievo vedendo Enrico.
— Lo so che detesti le sorprese, ma se ti avessi telefonato ti saresti fatta negare. Posso salire? Vorrei fare pace. Voglio sapere come stai, sono preoccupato.
— Seguimi.
Entrano in casa in silenzio, Clara toglie le scarpe, si avvicina al frigorifero, prende una bottiglia di vino, riempie a metà due calici. Indica a Enrico il divano con un cenno. Accenna a un brindisi. Sorseggiano il vino. Lo abbraccia. Neppure una parola sul tempo trascorso dall’ultima volta, dal litigio. Dal divano si trasferiscono a letto lasciando una scia di vestiti come bava di lumaca.

— Non sono venuto per scopare. Mi impensierisci. Hai l’aria stanca, le occhiaie, lo sguardo da animale braccato.
— Sto bene, ma sto lavorando come una matta per una scadenza. Quando avrò finito, mi concederò una vacanza.
Accende una sigaretta, aspira lentamente il fumo, subito sopraffatta da un attacco di tosse incontrollabile. Corre in bagno in preda a conati di vomito. Si acquieta la tosse, ma non la fame d’aria. Prende il Ventolin, mentre Ernico la guarda dalla soglia.
— Da quando soffri d’asma? Dovresti smettere di fumare.
— E tu dovresti smettere di farmi la predica, voglio un amante, non un censore.
Enrico scuote la testa, rassegnato. La preoccupazione non lo abbandona, ma sa che insistere sarebbe controproducente.
— Vestiti, andiamo a cena. Poi torniamo qui, hai detto che vuoi un amante, non voglio deluderti.

Il tenente Balducci indossa la giacca della divisa e il berretto, nudo dalla cintola in giù. Anche Clara è nuda sulla sedia, con i polsi legati dietro la schiena. L’uomo le palpa i seni, la morde, le insinua un dito fra le gambe.
— È questo che vuoi, vero? Per questo esci di sera sola, vestita da sgualdrina. Ti piace l’uccello vero? Apri la bocca che te lo faccio assaggiare.
Clara si sente soffocare mentre l’uomo le infila a forza il pene in bocca. Non respira, ha fame d’aria, teme di morire.
Si sveglia senza fiato, ancora un incubo, una crisi d’asma. Deve usare il cortisone, poi siede sul divano, accende il televisore. Pensando a Balducci, prova odio e una rabbia senza controllo. Si veste, prende il bisturi ed esce nella notte. Sale in auto, come un automa si dirige verso la caserma, parcheggia, estrae dalla borsa il bisturi, apre lo sportello. Una crisi d’asma la ferma, non ha il farmaco con sé. Appoggiata allo schienale, con gli occhi chiusi, prende aria a poco a poco fino a recuperare il controllo del respiro, poi avvia l’auto in direzione casa.

“Mai vista una bambina così brutta. Quel trucco, la minigonna, sei una puttana”.
Un altro risveglio tra sudore, respiro strozzato e paura di morire. Il disprezzo della zia l’ha accompagnata fin dall’infanzia e le si è appiccicato addosso come una mosca sul miele, anzi, sulla merda che si è sempre sentita al suo cospetto. La zia e Balducci e lei, imperfetta, colpevole. È già mattina, beve un caffè a stomaco vuoto che le provoca dei rigurgiti di acido e un ritorno d’asma. Si veste, prende il bisturi, esce di casa. C’è un solo modo per fare cessare gli incubi, pensa. Parcheggia davanti a casa della zia, nella campagna bolognese. Suona il campanello. Di fronte allo sguardo stupito, entra. Non usa il bisturi che ha in borsa, istintivamente afferra la zia al collo. Stringe. La sente annaspare alla ricerca di aria, indifesa. Si vede, come riflessa in uno specchio. Un dolore sordo la coglie, sa cosa significa non poter respirare, è incapace di infliggere quel patimento, neppure a lei. Molla la presa e scappa, riprende il respiro. Guida veloce, come se fosse inseguita, aspettando l’attacco d’ansia. Ha un solo pensiero, Enrico. È sabato, sarà a casa. Parcheggia nello stesso posto della sera dell’aggressione e si avvia a passo spedito verso quel palazzo che ben conosce. Suona il campanello e, senza pensare, entra in ascensore, pentendosi subito, ma il panico e la privazione d’aria non arrivano. Dopo trent’anni, è finalmente libera.