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numero collana


“Il cadavere riverso supino sul tavolo metallico era quello di un ragazzo giovane… giovanissimo… di un pallore etereo. La poliziotta cercò di nascondere un certo turbamento, non tanto per la vicinanza della morte, che a quella ci aveva fatto l’abitudine o meglio aveva imparato a conviverci, quanto per il viso delicato e sereno di quel giovane”.

2023

280

978-88-6810-562-4

16,00

Si


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Sinossi

Antonietta Minervini, un ispettore di polizia di origine pugliese assegnata al Commissariato di Mirandola, è chiamata a indagare su efferati delitti compiuti nella pianura modenese; talvolta essa attraversa il fiume Panaro per estendere le sue indagini fino a Bologna e perfino nella sua città natale, a Gravina, in Puglia. Sono quattro storie che ruotano intorno alle investigazioni di questa poliziotta dal viso che ispira fiducia ma che, all’occorrenza, si trasforma in una belva a cui piace cacciare da sola. Il filo conduttore delle narrazioni sono i sapori, quelli del pane, del vino, dell’olio e del cioccolato, legati ai potenti sentimenti che animano sia le vittime che gli assassini. Nel corso delle indagini, la poliziotta è adiuvata da Stefano, il medico-legale, con cui stringe una relazione sentimentale appassionata, ma anche tormentata. I successi ottenuti grazie all’ingegno e alla determinazione di Antonietta sono assicurati, ma scavano ogni volta nell’animo della poliziotta emozioni e inquietudini profonde.

Seguono gli ASSAGGI DA BRIVIDO, sette brevi racconti di fantasia, ambientati nel passato, nel futuro oppure collocati in fessure senza tempo. Sono storie in cui, fra la preparazione di risotti e carni gustose, si descrivono delitti insensati e orribili, in cui le prede si trasformano in carnefici e incubi angosciosi si fondono nella follia. Sono storie crudeli e misteriose, in cui le coincidenze non sono casuali, ma legate da trame misteriose e sottili collegamenti, fra sontuosi banchetti, pietanze prelibate e bevande avvelenate.

L'autore

Primo capitolo

IL BANCHETTO

La lettura dei Classici allunga la vita
Umberto Eco

Un urlo corale di entusiasmo accompagnò l’entrata in sala dei due servitori che trasportavano un largo piatto in creta su cui troneggiava un agnello fumante, appena rimosso dal focolare, dopo una lenta cottura per tutta la giornata. L’aria tiepida all’imbrunire si colorava di festa, rallegrata dalle danzatrici che si muovevano al ritmo dei tamburi e dei flauti, ma anche dei canti e delle note che diffondevano suadenti dalla lira del poeta Lisistro, capace di incantare magistralmente gli invitati e di allietarli durante la cena.
—In onore dei Dei e per la gloria di Atene oggi abbiamo sacrificato l’agnello — esclamò Parsifrago, padrone di casa e organizzatore del simposio. — Mangiate senza paura tutti i cibi che stasera vi verranno offerti e non risparmiatevi per il mio piacere e il compiacimento della mia famiglia.
—Non preoccuparti — rispose l’amico Trasozio, dall’altro lato della sala — la serata è lunga e l’atmosfera sembra propizia per una serata memorabile.
— Dici bene amico mio. Per rendere indimenticabile l’evento ho chiamato a cucinare Nikodos, il famoso cuoco che è giunto qui ad Atene dalle colonie siciliane: tutti i più famosi cuochi oggi vengono da Siracusa o dalla Sicilia. Sentirete ora che meraviglia di piatti di pesce e di verdure vi verranno serviti: aromi e sapori che stordiscono il palato per il gusto e l’eleganza.
Tutti i numerosi invitati erano sdraiati e ben comodi sui lettini disposti intorno alla lunga tavola ricoperta di ogni prelibatezza: focacce e formaggi, olive con numerosi condimenti, mieli, fichi, pesci cotti e aromatizzati con erbe profumate, furono serviti senza indugio dai numerosi giovani servi che, sempre disponibili, esaudivano ogni richiesta dei convenuti.
Vicini sul medesimo largo triclinio a due piani Cletore e Kallias si sussurravano complici commenti, mordicchiando lentamente i bocconi che venivano appoggiati nelle loro ciotole. Il primo, trentenne di famiglia agiata e discendente di avi illustri, nel pieno del suo virile vigore, era famoso nell’Atene del 3° secolo a.C. per aver vinto alcuni anni prima due medaglie ai giochi olimpici, nella corsa e nel giavellotto. Kallias, bellissimo giovane ormai diciassettenne, era ormai da due anni il suo allievo, affidatogli da una famiglia di modesta estrazione per ricevere adeguata istruzione e tentare la scalata sociale. Nel tempo il loro rapporto di mentore e apprendista si era trasformato in una intensa relazione affettiva, in cui l’attenzione per l’educazione da parte del primo veniva ricambiata con un sincero sentimento di devozione del più giovane. Questo tipo di rapporto era ben conosciuto e anche favorito nella polis ateniese, perché funzionale alla formazione delle giovani generazioni. Per questo motivo il rapporto di complicità fra i due giovani era accolto con benevolenza dei convitati.
Il banchetto organizzato da Parsifrago veniva dettato da regole precise: resosi conto che gli invitati erano sazi, con un rapido cenno diede ordine agli inservienti di rassettare le tavole, portare mollica di pane ai commensali per pulirsi le mani, collocare il vino contenuto nel “cratere” al centro della sala; tutti i presenti furono incoronati con ghirlande e cosparsi di balsami profumati, e furono distribuite le coppe che di lì a poco sarebbero state fondamentali per proseguire la seconda parte della serata.
Ed è a questo punto che Filomone, figlio del padrone di casa, che fino a quel momento aveva vagato inquieto da un punto all’altro della sala, scambiando poche parole con alcuni giovani invitati, si fermò di fianco a Kallias, manifestando le sue attenzioni per il suo coetaneo, e gli chiese: — Posso sedermi qui vicino a te?
— Certo, con piacere — rispose l’altro giovinetto con uno sguardo stupito, ma anche curioso.
Filomone era un adolescente dai capelli dorati e dai lineamenti del viso armonici, ancora privo di peluria sul viso; lo sguardo era vivace e gioioso. Continuò: — È tutta la sera che mi sto annoiando da morire. Vorrei parlare un po’ con te, perché sei molto bello ed elegante. Potremo fare amicizia e trascorrere un po’ di tempo insieme?
—Non ho nulla in contrario, ma è opportuno che chieda a Cletore, qui di fianco.
Cletore, che aveva osservato la scena, ammutolì, reprimendo con difficoltà il suo disappunto. In un’attimo si accorse degli sguardi puntati su di loro, quindi esclamò: —Non sarò certo io a impedirti di fare nuove conoscenze — e si girò verso l’altro lato della sala.
Nel frattempo prese la parola Arcesilao, amico di Parsifrago, illustre accademico e discepolo della scuola platonica.
—Ringraziamo tutti per l’elegante ospitalità offerta dal nostro re del banchetto e perfetto padrone di casa. Per consuetudine e in onore di Dioniso, inizierà la mescita del vino. Con la prima coppa comincerà la conversazione e l’argomento della discussione sarà: la bellezza!
I servitori iniziarono a versare nelle coppe la bevanda, una mescolanza di vino con acqua, a tutti gli invitati che, dopo aver schizzato poco liquido a terra in onore degli Dei, cominciarono a sorseggiare con lentezza.
Arcesilao cominciò ad argomentare: — Come diceva il Maestro Platone, il bello è tutto ciò che offre all’occhio e alla mente armonia, ordine, proporzione… e che collega l’essere umano alla perfezione divina. Quindi cercare il bello coincide con l’idea stessa di cercare il bene. Bello e bene si identificano l’uno nell’altro…
—Queste sono solo parole vaghe e speculative — irruppe nella discussione Plito, un altro ospite posto vicino. — La bellezza è soggettiva e ognuno di noi ne ha un concetto diverso.
— Non condivido — rispose subito Arcesilao. — È grazie alla bellezza che l’uomo può trovare lo “slancio” per sollevarsi alla contemplazione delle idee perfette, di valore universale. Prendiamo ad esempio i due giovani qui presenti — indicando Kallias e Filomone. — Non possiamo tutti affermare con sicurezza che sono il ritratto della bellezza e che la loro unione fornisce armonia alla nostra riunione?
Tutti gli sguardi si rivolsero verso i due ragazzi, rivelando quell’ammirazione che fino a quel momento era rimasta sopita. Solo ora, grazie alla potenza delle parole di Arcesilao e alla liberazione dell’alcool, tutti si accorsero della magnificenza della coppia, giovani adolescenti dai visi delicati e adornati dalle corone floreali, che di lì a pochi anni sarebbero diventati gli esponenti della forte e nuova generazione ateniese.
Il modello presentato fu così efficace che nessuno ebbe il coraggio di contestare la dimostrazione. Sicchè la conversazione continuò con altre colte argomentazioni intervallate da altre mescite di vino nelle coppe. Anche ai due giovani eroi della serata venne fornita la coppa con cui entrarono nella ritualità iniziatica dell’assunzione inebriante del vino.
Solo a serata inoltrata, quando ormai la vivacità della conversazione si stava spegnendo, il giovane Kallias improvvisamente rotolò a terra dal lettino. Non riusciva a sollevarsi, sicché fu aiutato dal suo mentore Cletore il quale esclamò: —Non è abituato a bere il vino. Ora lo sollevo e lo aiuterò per tornare a casa.
Parsifrago, in qualità di padrone di casa, chiamò i servi per aiutare i due ospiti. — Posso mettere a disposizione i miei cavalli e il carro per riaccompagnarvi a casa.
—Ti ringrazio, ma penso che una boccata d’aria lo rimetterà in piedi. Ti ringraziamo della squisita ospitalità.
I due si avviarono verso l’uscita, seguiti dai servitori e dagli sguardi degli altri convitati sui cui volti erano ormai scomparsi i sentimenti di stima e ammirazione poco prima manifestati.

Il mattino dopo.
Il sole era già alto nella calda giornata estiva, tra gli ulivi si poteva sentire solo il frastuono delle cicale. Cleosio, magistrato istruttore, aspettava seduto su di un muretto di pietre bianche, all’ombra di un albero, insieme a un arciere scita, anche lui giunto sul posto con compiti di polizia urbana. A pochi metri un gruppetto di persone vociava sommessamente, in modo sconcertato e ininterrotto. Finalmente si delinearono in fondo al sentiero assolato le due persone attese: la prima sagoma era il giovane messaggero, che si moveva con scioltezza; la seconda figura era quella di un vecchio, dalla lunga tunica e dal cappello a falde larghe, col passo pesante e poco invogliato.
—Salve Maestro Epicuro — salutò Cleosio. — Grazie di aver risposto subito al mio messaggio e di aver lasciato la tua casa per darmi aiuto.
—Onore a te Cleosio — rispose Epicuro. — Quando il tuo messaggero si è presentato alla porta della mia scuola e mi ha riferito che mi stavi cercando con urgenza, ho capito che doveva trattarsi di un problema della massima importanza.
—Si tratta di una questione molto complessa e ho bisogno dei tuoi consigli — rispose Cleosio. — È dai tempi in cui frequentavo la tua scuola che non ci vediamo. In questi ultimi anni ho fatto tesoro dei tuoi insegnamenti e sono sempre riuscito a cavarmela da solo. Oggi, però, mi trovo davanti a una faccenda molto delicata e sento di avere bisogno della tua sapienza.
—Sei sempre stato uno studente brillante e diligente. Inoltre mi fa piacere che non ti sia rivolto all’Accademia di Arcesilao, che è quanto mai apprezzata dalla gran parte degli ateniesi.
—Maestro Epicuro, gli accademici seguono le idee di Platone, studiano la matematica e la geometria, ma nulla sanno delle questioni della vita reale.
Dopo aver notato una debole ma divertita reazione nello sguardo di Epicuro, Cleosio continuò: — Si tratta del giovane Kallias. È stato trovato morto circa tre ore fa, dietro quella fila di alberi.
— Andiamo a vedere di cosa si tratta — e mentre parlava cominciò a camminare nella direzione indicata, seguito da Cleosio e dal gruppo di astanti. Epicuro trovò senza difficoltà il corpo del ragazzo. Era a terra scomposto, col viso cianotico e piegato da un lato, con una piccola ferita sulla fronte.
Cleosio commentò: — Come vedi ha una ferita al capo, ma è poco profonda e di piccole dimensioni, quindi non giustifica la morte. Quindi mi sono chiesto se vi sia qualche altro elemento da considerare per capire cosa sia veramente successo.
Senza dire altro il Maestro si chinò sul cadavere guardando attentamente il viso, le braccia e le gambe, poi toccò ripetutamente e in vari punti le parti scoperte col palmo delle mani.
— Il corpo è ancora tiepido, quindi la morte è avvenuta qualche ora fa, presumo all’alba o nelle prime ore del mattino. — Poi, osservando un po’ di liquido giallastro su di una guancia, annusò da vicino la bocca del giovane, facendo una smorfia di disgusto. Infine sollevò le palpebre del cadavere guardando attentamente le pupille ormai prive di sguardo vitale. Dopo pochi secondi di riflessione, Epicuro esclamò sicuro: — Cicuta! Riconosco l’odore sgradevole simile all’urina d’animale proveniente dal vomito emesso prima della morte, inoltre le pupille sono dilatate e la cute è cianotica. Penso che sia stato avvelenato con la cicuta.
— E la ferita alla fronte? — commentò Cleosio.
— Il veleno provoca progressiva paralisi, quindi probabilmente è caduto tagliandosi la fronte su una pietra. — Poi aggiunse: — dobbiamo cercare di sapere cosa ha fatto questo giovane nelle ultime dodici ore.
Il Magistrato rispose immediato: — Ho già interrogato diverse persone. Ieri sera Kallias ha partecipato a un banchetto presso la casa di Parsifrago, che dista poche centinaia di metri da qui. Ho saputo che il giovane ha abbandonato la festa a notte fonda, sostenuto dal suo mentore Cletore, poiché non stava bene, forse per il vino a cui non è abituato.
—Allora — commentò Epicuro — visto che Cletore è stata l’ultima persona ad averlo visto vivo, non rimane che andare a chiedergli cosa è successo stanotte.

Quando Epicuro e Cleozio entrarono nella casa di Cletore, lo trovarono sdraiato sul letto, visibilmente sofferente. A poca distanza, su di un piccolo tavolo, si notavano una coppa e una sacca vuota insieme agli utensili quotidiani. La moglie del padrone di casa e le altre donne guardavano preoccupate, senza poter fare nulla, se non piangere e parlare sommessamente. Il Maestro, avvicinandosi, avvertì l’odore nauseabondo avvertito sul cadavere esaminato poco prima e si rivolse a Cletore: — Prima della morte che giungerà fra poco, se sei ancora lucido, spiegaci cosa è successo e il motivo del tuo gesto.
L’uomo, con un filo di voce, disse lentamente: —Maestro Epicuro, ti riconosco! Ti vedo volentieri perché proprio in questo momento ho bisogno di conforto per togliermi questo peso dal cuore. Come saprai ho un allievo, Kallias, con cui ho stretto un rapporto stretto di affetto; è più di un figlio, è parte di me, è l’amore della mia vita. Ieri al banchetto da Parsifrago, ho visto come guardava un altro giovinetto. Aveva lo stesso mio sentimento per lui e, in un attimo, ho capito che l’avrei perso per sempre. Mi è scoppiato il cuore all’improvviso e solo ora mi rendo conto che mi si è offuscata la mente.
Cletore dovette fermare il racconto qualche secondo per riposarsi, perché il respiro stava diventando più affannoso. Infine riprese più lentamente: — Il ricordo è confuso. Penso di aver versato il veleno nella sua coppa piena di vino, poi, quando Kallias ha cominciato a sentirsi male, l’ho accompagnato fuori sostenendolo lungo la strada. Quando mi sono accorto che era morto il dolore è diventato insopportabile. Dovevo ripulire la mia anima. Perciò ho bevuto anche io il veleno per purificarmi e spero che gli Dei mi perdonino per ciò che ho fatto. La mia colpa è stata quella di amare Kallias fino alla follia, perché in tutta la mia vita sono stato dedito all’amore e ho cercato sempre la bellezza Poi, rivolgendosi alle persone della casa, disse: — A voi della famiglia, vi prego, fate un sacrificio agli Dei per avere clemenza!
Mentre le donne e i servitori piangevano e Cleosio guardava attonito la scena, Epicuro toccò le gambe poi le braccia e le spalle di Cletore e vide che non vi erano più sensibilità né movimento. Il respiro rallentò fino a cessare. A quel punto si premurò di comporre il corpo per dare dignità a quella persona infelice. Infine, con un gesto aggraziato, chiuse le palpebre coprendo finalmente di quell’uomo gli occhi privi di vita.